PAPA/MAGNIFICA HUMANITAS, PASSI PER RIFLETTERE

Di Giuseppe Rusconi. 16 Settembre 2026.

 

Può essere utile, nel nostro tempo dell’usa e getta, tornare a qualche mese di distanza su alcuni passi contenuti nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ di papa Leone XIV, firmata il 15 maggio scorso. Il documento pontificio ha un sottotitolo ambizioso e impegnativo: ‘Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale’. Vediamo di rileggerne qualche brano a nostro giudizio significativo e stimolante…

E’ un tempo, il nostro, in cui sempre più spesso dilaga l’usa e getta. Ciò vale certo per molti nostri comportamenti e ancora di più nel settore della comunicazione (che comprende l’informazione quotidiana). Compito improbo far fronte al flusso ininterrotto di notizie, che ci vengono scaricate da ogni sorta di media e dai social. Una notizia scaccia l’altra… e chi si ricorda dopo poche ore di quelle scacciate (a meno che non abbiano scosso il nostro sistema emotivo)? A questa sorta di alluvione comunicativa si può reagire in vari modi, ad esempio rifiutandosi di accoglierla o cercando di selezionandola drasticamente…una vera impresa quest’ultima! Noi preferiamo invece valorizzare di quanto ci investe ciò che merita di esserlo, riproponendolo a distanza di tempo su questo blog www.rossoporpora.org , così che chi ci legge abbia la possibilità di soffermarsi a riflettere su passi suscettibili di meglio stimolare alla comprensione del mondo in cui viviamo. E’ questo il caso dell’enciclica “Magnifica Humanitas”, dal sottotitolo molto ambizioso e impegnativo “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”: un documento di papa Leone XIV in 245 punti, suddiviso in cinque capitoli (con introduzione e conclusione), firmato il 15 maggio 2026 (“a Roma, presso San Pietro)” e pubblicato dal Dicastero della Comunicazione e dalla Libreria Editrice Vaticana. A seguire un florilegio di passi dell’enciclica che ci hanno colpito e che ci piacerebbe incuriosissero anche i nostri lettori, spingendoli a prendersi qualche minuto di riflessione in una quotidianità convulsa che tale possibilità concede sempre di meno.

 

MAGNIFICA HUMANITAS: TEMPO DI RIFLESSIONE

 

DALL’INTRODUZIONE

Punto 1: La MAGNIFICA UMANITA’ creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova Torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. (…)

Punto 3 (Dottrina sociale della Chiesa, 1891, Leone XIII, Rerum novarum): Con quel documento il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo ‘Dottrina sociale della Chiesa’. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli.

Punto 6: (cambiamento d’epoca): Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un ‘cambiamento d’epoca’, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

 

DAL CAPITOLO PRIMO: UN PENSIERO DINAMICO FEDELE AL VANGELO

Punto 25 (sulla verità): La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere. San Giovanni Paolo II invitava a guardare con sincerità ai tempi in cui si è ceduto a ‘metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità’, per ritrovare la via evangelica dell’annuncio mite e della verità che non si impone. Sulla stessa scia, ho ribadito che la Chiesa ‘non vuole alzare la bandiera del possesso della verità’, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere. (…)

 

DAL CAPITOLO SECONDO: FONDAMENTI E PRINCIPI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Punto 56 (sul valore dei diritti umani): Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale, mentre, insieme al progresso tecnologico, avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana. Il secondo, che in realtà è alla radice del primo, è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla ‘ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi’. Papa Francesco invitava a non sottovalutare quest’ultimo problema. Ricordava che, quando la ragione si lascia interrogare seriamente sulla natura umana, è in grado di scoprire valori che valgono per tutti, perché derivano da essa. Se questo lavoro di ricerca venisse abbandonato, potrebbe accade che diritti oggi ritenuti intoccabili, in futuro finiscano per essere messi in discussione o negati da chi detiene il potere, magari dopo aver ottenuto un consenso solo apparente da parte di popolazioni impaurite o manipolate.

 

DAL CAPITOLO TERZO: TECNICA E DOMINIO. LA GRANDEZZA DELLA PERSONA UMANA DAVANTI ALLE PROMESSE DELL’IA

Punto 99 (IA e intelligenza umana): Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa ‘intelligenza’ a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. (…) Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di ‘apprendere’, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore.

Punto 102 (sugli effetti dell’uso dell’IA): L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona e possono così produrre nuove forme di scarto. Possono esserci usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione o la violazione della privacy, ma può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati.

Punto 104 (l’IA non è neutra): Da questo deriva una conseguenza semplice, ma stringente: non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità. (…) Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento ‘da usare bene’: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. (…)

Punto 118 (limiti umani): Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come ‘limite’ – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. (…)

 

DAL CAPITOLO QUARTO: CUSTODIRE L’UMANO NELLA TRASFORMAZIONE. VERITA’, LAVORO, LIBERTA’

Punto 134 (verità e democrazia): La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che ci accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce (…)

Punto 135 (contenuti della comunicazione): In questo orizzonte è importante ricordare che la comunicazione ‘non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura’. I contenuti che circolano negli ambienti digitali influenzano il modo in cui le persone percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano i desideri e influenzano le scelte quotidiane. ‘Non è un mondo parallelo o puramente virtuale’, perché ciò che nasce in rete entra ormai a far parte della vita delle persone, soprattutto dei più giovani.

Punto 146 (IA e educazione): (…) Se non siamo attenti, può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo. Molti educatori avvertono già i segni di una possibile disumanizzazione, in cui le persone ‘sanno molte cose’ ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze e di non perderne l’orizzonte di senso. Occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa.

Punto 167 (giovani) e lavoro): Per i giovani la precarietà lavorativa è particolarmente drammatica. Come ricordano i vescovi degli Stati Uniti d’America, il lavoro non è soltanto fonte di reddito, ma un ambito decisivo in cui si forma l’identità, si intrecciano amicizie e relazioni, si imparano responsabilità concrete e si discerne la propria vocazione. Quando l’accesso al lavoro è ostacolato da alti tassi di disoccupazione, da sistemi formativi inadeguati o da barriere strutturali, molti giovani vedono bloccato il loro cammino di realizzazione umana e professionale. La necessità di cambiare occupazione più volte nel corso della vita richiede percorsi di aggiornamento e di riqualificazione permanente che rendano le nuove generazioni capaci di assumere, con competenza e autonomia, i rischi di un contesto economico mutevole e spesso imprevedibile.

Punto 171 (controllo sociale): Un ulteriore rischio, meno visibile ma non meno grave, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce – spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze – si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza. Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete (accesso al credito, selezione del personale, servizi), si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: ciò che viene amplificato o reso invisibile, ciò che è premiato o penalizzato, finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura. (…)

 

DAL CAPITOLO QUINTO: LA CULTURA DELLA POTENZA E LA CIVILTA’ DELL’AMORE

Punto 182 (vita e morte): Dopo aver considerato come l’IA stia trasformando alcune dimensioni della vita e della società, con gravi ricadute sulla dignità umana, è necessario volgere lo sguardo a un ambito ancora più drammatico: la guerra. Qui la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo.

Punto 188 (cultura della potenza): Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono.

Punto 190 (normalizzazione della guerra): Oggi (…) assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. (…) L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.

Punto 191 (memoria storica): Assistiamo anche ad una preoccupante perdita di memoria storica. (…) Senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine.

Punto 192 (propaganda mediatica e digitale): A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. (…) Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. (…) E’ in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto.

Punto 193 (industria degli armamenti): Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi. La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche. Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. (…)

Punto 194 (arsenali e armi nucleari): Gli arsenali militari godono di nuova attenzione. In passato il riconoscimento della minaccia di armi capaci di distruggere l’intera umanità aveva favorito percorsi di distensione e di negoziato sul disarmo. Siamo purtroppo usciti da questo orizzonte e l’evoluzione degli arsenali nucleari – compresa la prospettiva di impieghi ‘tattici’ – fa apparire il ricorso a tali ordigni come una possibilità sempre meno remota. (…)

Punto 197 (armi e IA): A questo scenario si collega lo sviluppo incessanti dei sistemi d’arma ed in particolare delle armi legate all’IA. La Santa Sede ha recentemente osservato che la crescente facilità con cui sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più ‘praticabile’ e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa. Per questo lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti.

Punto 198 (algoritmi bellici): (…) Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così ci si abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata.

Punto 210 (prospettiva cristiana): La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male e va chiamato con il suo nome. Questo modo di descrivere la realtà può apparire cupo o pessimistico, ma ritengo che sia una denuncia necessaria. La prospettiva cristiana, però, non si esaurisce nel denunciare il male. (…) Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. (…)

Punto 211 (ancora prospettiva cristiana). (…) Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei sdanti e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma no restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla. (…)

 

Scarica l'articolo in PDF

In: