PIZZABALLA/GAZA - CARDINI: TERRA SANTA E DANNATA, OPERA STIMOLANTE

Di Giuseppe Rusconi. 7 Luglio 2026.

Premio Limes al patriarca Pierbattista Pizzaballa, che nel dialogo con Lucio Caracciolo parla di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme. “Terra santa e dannata” è l’ultima fatica dello storico Franco Cardini, un tentativo pregevole di ricostruire le vicende di una terra tormentata a partire dalla promessa di Abramo fino alla guerra di Gaza. Un’ampia serie di citazioni che stimolano alla riflessione e pongono interrogativi anche scomodi.

 

Nella solennità dei santi Pietro e Paolo il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha ricevuto a Bergamo il primo Premio per il Dialogo e la Pace, assegnatogli dalla rivista di geopolitica Limes (vedi anche https://www.rossoporpora.org/2026/05/23/terra-santa-israele-premi-a-pizzaballa-le-voci-di-sergio-della-pergola-e-anna-foa/). Il cui fondatore e direttore, Lucio Caracciolo, ha colto l’occasione per sviluppare con il premiato un dialogo intenso sulla situazione in Terra Santa, in particolare a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme. Ci è parso interessante e ne ridiamo qualche stralcio a beneficio di chi ci legge.

 

. (Pizzaballa su Gaza): Ho guardato con molta curiosità la mappa di Gaza. L’ho fatta tutta diverse volte, prima della guerra e anche durante la guerra. L’ultima volta una settimana fa, esattamente oggi una settimana fa entravo. Sono entrato da sud a nord e ho avuto la possibilità di farla tutta. È un disastro, va detto. Ci sono intere città che non esistono più, proprio livellate nel senso letterale della parola. Rafah è tra queste: non c’è più Rafah, non esiste. Erano centinaia di migliaia di persone.

Quando si entra dentro, due diverse cose colpiscono. Quello che a me colpisce di più innanzitutto è che devi viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende. Ci sono edifici qua e là, rari edifici interi, quasi tutti distrutti o danneggiati. La gente vive nelle tende, letteralmente in mezzo alla fognatura. L’altra cosa che le immagini non rendono sono gli odori. C’è una cosa di cui si parla poco: una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che morsicano soprattutto i bambini. La gente vive nelle tende, in una situazione igienica molto degradata. È orribile vedere decine di chilometri tutti così. Adesso entra un po’ di cibo, soprattutto in ambito commerciale, ma tutto il resto ancora è proibito. Tutto quello che può essere considerato a doppio uso, ciò che Hamas potrebbe usare, viene proibito. Lo dico per esperienza: vogliamo riaprire una scuola, e i banchi di scuola, i quaderni, le matite, tutto questo è proibito. Allora abbiamo detto: prendiamo il legno dei pallet e facciamo i banchi con questo. Poi però bisogna trovare i chiodi. Ci sono tantissime persone che vanno in mezzo alle macerie per recuperare un po’ di metallo, i chiodi, sistemarli un po’ e rivenderli. Mancano anche molti medicinali. Non tutto, però medicinali particolari mancano. Gli ospedali ne hanno estremo bisogno. (…)  Dire che è una grande pena forse è troppo diplomatico. Non riesco a comprenderlo, onestamente non riesco a comprenderlo.

 

. (Pizzaballa sui tunnel di Gaza): Hamas controlla ancora la Striscia di Gaza in gran parte. Hamas è una galassia di gruppi, è un gruppo ben organizzato, adesso anche indebolito sicuramente, però gestisce ancora il controllo. Girando per Gaza, l’ultima volta un po’ meno, le volte precedenti ai crocicchi delle strade c’era sempre gente con le armi, ed erano dei loro. Ancora oggi, ovunque io andassi, c’era sempre qualcuno, molto gentile, molto rispettoso, che verificava, accompagnava. Quando entri dentro la Striscia arriva sempre un messaggio, una chiamata di benvenuto. Il controllo c’è ancora in modo abbastanza evidente. È chiaro che i quartieri generali sono ancora sotto. C’è ancora molto sotto. Un aneddoto: avevamo diverse scuole a Gaza prima della guerra. Una era la scuola delle suore del Rosario. Sono andato a vedere cosa restava della scuola, nella zona di Rimal. Era curioso vedere la scuola in gran parte distrutta, con un edificio dove un blocco era per metà caduto giù. Probabilmente sotto c’erano dei tunnel; quando il tunnel è stato fatto saltare, il blocco della scuola è andato giù. I tunnel ci sono.

. (Pizzaballa sui coloni in Cisgiordania): È diventato un territorio dove non c’è legge, e se c’è, certo non per i palestinesi. Ai coloni viene permesso non tutto, forse, ma quasi tutto sì. L’aggressione gratuita, i furti, le distruzioni, il taglio degli alberi, l’impedire di andare a coltivare la propria terra: continuamente, quotidianamente. Nuovi checkpoint, non ti fanno passare. Le aggressioni sono anche molto violente, con feriti e con parole di disprezzo, che sono le cose che poi feriscono di più la gente. Questo è diventato pane quotidiano ovunque, in quasi tutte le parti della Cisgiordania, non solo nei villaggi cristiani, direi soprattutto nei villaggi non cristiani. Non abbiamo un indirizzo, non sappiamo da chi andare. Non è soltanto zona C: entrano anche nell’area B, entrano nell’area A, poi ritornano. Ci sono anche i loro coordinamenti. Entrano, aggrediscono, noi chiamiamo l’esercito, però quando sanno che l’esercito sta per arrivare, si vede che li informano, spariscono. L’esercito arriva, non trova nessuno, e si arrabbia con noi perché li abbiamo chiamati.

 

SPUNTI DI RIFLESSIONE DA “TERRA SANTA E DANNATA” DI FRANCO CARDINI

Ecco un volume poderoso per numero di pagine (oltre cinquecento) e per ricchezza di documentazione su un tema tanto delicato quanto d’attualità (dolorosa), quello della “Terra santa e dannata” considerata nella sua evoluzione storica (come recita il sottotitolo: “Dalla promessa di Abramo alla guerra di Gaza”). Un’opera di certo molto ambiziosa quella edita dalla UTET, frutto del gran lavoro di Franco Cardini (cui hanno dato manforte alcuni collaboratori specialisti di diverse epoche storiche), noto medievista e osservatore acuto e sapiente di quanto accade nel Vicino Oriente. Il testo, di lettura molto più agevole di quanto ci si possa aspettare, comprende – oltre all’introduzione e alla conclusione – quattordici capitoli, che da “La Bibbia e la Storia”, passando ad esempio da “Roma e Gerusalemme, Roma o Gerusalemme”, “Il Cristo e la nuova Roma”, “L’Islam”, “Ritorno ebraico o irruzione sionista?”, “Tra le due guerre e all’indomani di esse”, giungono a “Gaza e oltre”. Come osserva Cardini nella quarta di copertina, la Terra Santa “è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni di cui vive il genere umano. E’ una terra che ha continuamente generato un amore travolgente e un groviglio inestricabile di passioni derivate dall’odio. Terra santa e dannata non è stato pensato come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-Terrasanta-Eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale”.

Si potrà naturalmente non essere sempre pienamente d’accordo (anzi, essere in disaccordo) con le tesi esposte nel volume dall’autore. Tuttavia ci pare di poter osservare che “Terra santa e dannata” è un testo che va letto (con calma, centellinato) da chi è interessato seriamente a un tema così complesso. Alla fine della lettura ne saprà in ogni caso di più e magari incomincerà a interrogarsi sulla verità di certe informazioni storiche date per scontate nel dibattito in corso e che invece non reggono sempre e comunque la prova dei fatti storici. Del volume offriamo al lettore una folta serie di citazioni atte a stimolare la sua riflessione in materia.

 

. ISRAELE. Il primo punto fermo per abilitarci a parlare di ‘Israele’ come popolo e come cultura non è un racconto, ma un segno sulla pietra: la stele di Meremptah (ca. 1207 a.C.) registra in Canaan un’entità chiamata Israel. Non spiega a che cosa corrispondesse, dove vivessero di preciso o come si organizzassero coloro che ne facevano parte,; ma certifica che, all’alba dell’età del Ferro, quel nome designava un soggetto riconoscibile accanto a città e poteri locali. (La Bibbia e la storia, pag. 40)

 

. LA DISTRUZIONE DEL TEMPIO (nel 70 d.C.) La distruzione del Tempio rappresentò un colpo durissimo per la tradizione ebraica. Non venne meno soltanto il centro del culto, ma anche un punto di riferimento storico e geografico : con il Tempio in rovina cessarono i pellegrinaggi, il sacerdozio e l’intero sistema dei sacrifici. Questo mise a serio rischio l’identità stessa di Israele; tuttavia essa si preservò nella misura in cui, accanto al culto sacrificale ormai impossibile, restò ancorata alla Parola di Dio, vissuta nell’osservanza della Legge e nella lettura delle Scritture nelle sinagoghe. Nel frattempo gli ebrei ripresero ben presto, a piccoli gruppi, a tornare verso la città distrutta e a compiere pellegrinaggi alla memoria devota delle reliquie della sua santità. Se del Tempio rimanevano solo macerie, la sua memoria e la Parola di Dio continuarono a vivere: nel giro di pochi anni, tra i ruderi si organizzarono ben sei sinagoghe attive. (Roma e Gerusalemme, pag. 110)

 

. PALESTINA . Intorno al 135 d.C. le autorità romane apposero alla provincia la denominazione di Syria Palaestina, sia a titolo di punizione sia allo scopo di recidere i legami storici degli ebrei con quel territorio. (…) Pur con confini mutevoli nel tempo, la parola ‘Palestina’ ha in genere costantemente designato – sin dall’inizio degli insediamenti filistei – la parte meridionale della più ampia regione siro-levantina. (…). Possiamo definirla come l’area tra i monti del Libano a nord, il corso del Giordano a est, il Mediterraneo a ovest il Sinai e il golfo di Aqaba-Eilat a sud, ripartita nelle tre aree etno-storico geografiche  della Galilea a nord, la Samaria al centro e la Giudea con il deserto del Negev a sud; nella Bibbia, la terra di Canaan e poi d’Israele. Le comunità cristiane che vi si svilupparono a partire dal I-II secolo d. C. la chiamarono dal canto loro Terra Sancta in quanto Terra Promissionis, regione della promessa di Dio a Mosè, dei profeti d’Israele e di Gesù. (…) (Il Cristo e la nuova Roma, pagg. 119-120)

 

. EBREI E CRISTIANI. La rivalità fra gli ebrei e quelli che oggi chiamiamo giudeo-cristiani si traduceva anche in una competizione serrata sul terreno del proselitismo, perseguito con energia da entrambe le parti. Del resto, fin dal 49, gli ebrei che vedevano già giunta la venuta del Messia (in greco, il Cristo) nella persona di Gesù di Nazareth si erano riuniti in quello che è considerato il primo concilio ecumenico della Chiesa: pur aderendo pienamente alla sostanza dell’alleanza tra Dio e Israele ne sancirono la funzione propedeutica, aprendosi – lungo una linea già presente nei profeti e forte nel movimento farisaico – al tema dell’universalità della Rivelazione, con conseguente allentamento della norma mosaica. Diversamente dal giudaismo il cristianesimo non impose più ai ‘proseliti’ provenienti ‘dalle genti’, cioè di origine pagana, la circoncisione né l’osservanza dei precetti mosaici in materia di alimentazione e di riposo sabbatico. Nella reciproca accusa – di ‘tradimento’ mossa dagli ebrei ai cristiani e di ‘cecità’ imputata dai cristiani agli ebrei – si condensa il nucleo di un’avversione che portò ad episodi di lotta fino al IV secolo e, da allora in poi, quando nell’impero romano retto da Teodosio il cristianesimo divenne l’unica religio licita, a numerosi episodi di repressione da parte dei cristiani contro gli ebrei, alle quali non si deve dimenticare che, in Persia – dove tradizionalmente gli ebrei erano numerosi e ben considerati anche a corte – il mondo ebraico rispose incitando i sovrani prima arsacidi e poi sassanidi a perseguitare i cristiani. (Il Cristo e la nuova Roma, pag. 121)

 

. JIHAD. (Ai cinque ‘pilastri’ dell’Islam: professione di fede, preghiera, elemosina, digiuno, pellegrinaggio) Taluni aggiungono, in certe circostanze, un sesto fondamento: il jihäd, lo ‘sforzo teso a ottenere un obiettivo gradito a Dio’. Esso può essere di carattere militare, ma anche culturale, sociale, umanitario, e non può in ogni caso venir correttamente tradotto con l’espressione ‘guerra santa’, né esiste nell’Islam alcun concetto del genere che santifichi il combattente per il solo fatto di esser combattuta.  (L’Islam, pag. 175)

 

. ANCORA JIHAD. (Nell’Islam) La guerra, harb, è in linea teorica concepibile soltanto là dove l’Islam non sussiste e non domina la shari’a, la ‘legge rivelata’, cioè nella där al-harb (NdR: ‘dimora della guerra’). I non musulmani monoteisti che credono nel vero Dio manifestatosi tramite una Scrittura sacra – dunque ebrei e cristiani, ma in tempi e luoghi diversi anche mandei, mazdei o zoroastriani e buddhisti – sono ahl al-Kitäb, ‘genti del Libro’, e possono abitare la där al-Isläm (NdR: dimora dell’Islam) in quanto appartenenti a una milla (gruppo distinto) che li rende dhimmï: sottomessi all’Islam e soggetti a talune restrizioni, ma anche protetti. (L’Islam, pag. 177)

 

. SCONTRO DI CIVILTA’? Sul tema della crociata occorre guardarsi da molti equivoci stratificatisi nel tempo (…) Nell’Europa cristiana, già dal tardo Medioevo sorsero teorie che interpretarono lo scontro tra crociati e musulmani come fase di un lungo conflitto ininterrotto fra Occidente e Oriente. (…) Questa visione di lungo periodo dell’area euro-mediterranea ha avuto successo perché appoggiata a uno schema sociopolitico facile e semplicistico. In realtà: primo, né le crociate né le varie forme di jihäd che la storia conosce – pur animate e giustificate da un profondo spirito religioso – sono propriamente definibili come ‘guerre sante’, né miravano alla conversione o alla distruzione dell’avversario ; secondo, i conflitti militari islamo-cristiani furono episodi più o meno lunghi, estesi e sanguinosi, ma non costituirono mai guerre continue, mentre furono continui, ininterrotti e profondi i rapporti economici, commerciali, diplomatici e culturali fra i due mondi; terzo, è talmente poco vero che i musulmani abbiano valutato in chiave tragica il movimento crociato che si può affermare che, nel suo insieme, la cultura musulmana quasi n on se ne avvide. (‘Franchi’, ayyubidi, mamelucchi, ottomani, pagg. 198-199)

 

.LA PRIMA CROCIATA.  La spedizione che noi siamo ormai abituati a definire ‘prima crociata, costituita da armati e da pellegrini partiti dall’Europa occidentale, raggiunse Gerusalemme tra la primavera e l’estate del 1099. Il 15 luglio la città fu investita da un travolgente assalto. (…) I conquistatori occidentali – che bizantini e musulmani chiamavano genericamente ‘franchi’ (frankoi, faranji) – dilagarono nella città e uccisero la quasi totalità degli abitanti musulmani ed ebrei. (‘Franchi,' ayyubidi, mamelucchi, ottomani, pag. 199)

 

. GERUSALEMME CROCIATA. Nel primo cinquantennio del dominio latino, Gerusalemme si presentò come un cantiere aperto, dove l’urgenza militare e l’aspirazione liturgica si intrecciarono alla gestione quotidiana di una capitale piena di pellegrini. (‘Franchi', ayyubidi, mamelucchi, ottomani, pag. 203).

 

. IL SALADINO. Le provocazioni di Rinaldo (NdR: di Chȃtillon, signore dell’Oltregiordano) condussero alla guerra contro il Regno di Gerusalemme: l’esercito crociato fu sconfitto dal Saladino nel luglio 1187 a Hattïn, in Galilea; poche settimane dopo , in ottobre, egli entrò pacificamente in Gerusalemme, sgomberata dai crociati. (…) In risposta alla riconquista musulmana di Geruialemme fu bandita in Europa una nuova spedizione (‘la terza crociata’) , guidata dai più prestigiosi sovrani del tempo: l’imperatore Federico I, il re di Francia Filippo II Augusto, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. Federico morì durante il viaggio, il re di Francia rientrò presto; Saladino concluse con Riccardo una pace che riconosceva Gerusalemme come ormai appartenente a mani musulmane, ma con i franchi attestati lungo il litorale. Autorizzò i cristiani a visitare liberamente il Santo Sepolcro e gli altri Luoghi Santi e trattò prigionieri e viandanti con umanità e generosità. Ciò gli valse, nel mondo cristiano, fama di lealtà cavalleresca, testimoniata da Dante e Boccaccio; nel Settecento Lessing ne fece il modello della virtù ‘occidentale’ per eccellenza: la tolleranza. ( ‘Franchi', ayyubidi, mamelucchi, ottomani, pag. 211)

 

. ANTISEMITISMO. Fin dai primi decenni del Trecento erano circolati in Europa misteriosi scritti i quali, spesso corredati da oscure profezie, parlavano di ebrei intenti ad avvelenare i pozzi o a spargere in giro polveri venefiche atte a procurare letali contagi. (…) L’esodo degli ebrei dalla Russia zarista e poi dalla Germania nazista fu accompagnato per buona parte dei decenni tra XIX e XX secolo dal sinistro rullare dei tamburi della menzogna. E il ventre che ha generato questi mostri è nonostante tutto ancora gravido. Salvo forse che i mostriciattoli ultimi nati hanno mutato aspetto e in parte linguaggio, accrescendo la confusione. (…) nato in Europa, l’antisemitismo non tardò a tracimare anche nel Vicino Oriente. Là il precoce segnale del contagio fu l’insorgere di una diceria riguardante l’assassinio rituale di un frate cappuccino perpetrato a Damasco nel 1840: il delitto fu attribuito ad alcuni personaggi prominenti della locale comunità ebraica (…) Da allora si impiantò anche là il pregiudizio propriamente ‘antisemita’(…) Un momento decisivo nello sviluppo dell’antisemitismo all’interno del mondo arabo può essere individuato nella prima traduzione araba dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion al Cairo, nel 1927. (Ritorno ebraico o irruzione sionista? pagg. 323-324)

 

. L’ALIYAH. In ebraico la parola aliyah significa letteralmente ‘ascesa’, ‘viaggio in salita’, e comporta il senso di qualcosa di faticoso, magari disagevole, ma al tempo stesso meritevole e purificatorio. (…) Che gli ebrei abbiano scelto quel termine per indicare il viaggio alla volta di Gerusalemme è in primo luogo chiaramente spiegabile e comprensibile alla luce di un dato orogeografico obiettivo: Gerusalemme sorge a 750-800 metri di altitudine sul livello del mare. (…) (Tra le due guerre e all’indomani di esse, pag. 346)

 

. LA NABKA. Tra il 1947 e il 1949 la mappa della Palestina cambiò con una rapidità che travolse comunità, istituzioni e geografie quotidiane. In poco più di tre anni, una combinazione di guerra civile, intervento interstatale e decisioni amministrative produsse lo sradicamento di gran parte della popolazione araba dai territori che sarebbero divenuti lo Stato d’Israele, la distruzione o l’abbandono di centinaia di località con relativa cancellazione perfino dei toponimi che da secoli li indicavano e la costruzione di un regime giuridico-territoriale, pensato per impedire il ritorno degli ex-abitanti e per ridistribuire la terra a nuovi proprietari o a nuovi inquilini secondo nuove norme. La storiografia ha individuato in questo processo – che i palestinesi definiscono Nakba (rovina, sciagura, catastrofe) – un insieme di fasi successive , culminate entro l’estate del 1949 con oltre ottocentomila profughi e più di cinquecento siti depopolati, secondo alcube ricostruzioni, segno di un fenomeno non occasionale ma sistemico. (Effemeridi dei conflitti tra anni quaranta e anni settanta, pag. 371)

 

. HAMAS. (Fine Anni Ottanta, prima Intifada) Intanto un nuovo attore si affacciava sulla scena: l’islam politico. La rete di moschee, raddoppiata nel giro di poco più di un decennio, offriva sostegno materiale e comunitario agli strati più poveri: operai, disoccupati, rifugiati, studenti. Hamas nacque all’alba della rivolta, con un’ala armata decisa a contendere all’OLP (NdR: Organizzazione per la liberazione della Palestina, con a capo Yasser Arafat) la guida della resistenza; il Jihäd islamico aveva già imboccato la via dell’estremismo. L’elemento religioso, lungi dall’essere un residuo, si rivelava risorsa identitaria e organizzativa: per i palestinesi come per ebrei israeliani in crisi di riferimenti diventava una grammatica politica. (Alla ricerca di una ‘normalizzazione’, pag. 439).

 

. SIONISMO RELIGIOSO. Negli stessi anni in cui Netanyahu consolidava il proprio potere, la società israeliana conosceva una profonda trasformazione interna: l’ascesa del sionismo religioso come forza politica e culturale. Il movimento, nato agli inizi del XX secolo con l’obiettivo di conciliare fede e nazionalismo, era stato a lungo minoritario, ma dopo la guerra del 1967 assunse un carattere messianico. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza fu interpretata da molti rabbini come un segno divino: la liberazione dei Luoghi Santi avrebbe inaugurato la ‘redenzione d’Israele’ e il cammino verso la ricostruzione dell’antica patria biblica. A partire dagli anni settanta, il sionismo religioso entrò stabilmente nella vita politica, dapprima come alleato dei partiti laici di destra e poi come forza autonoma. La sua ideologia combinava il culto della terra con l’idea che lo Stato stesso fosse un’entità sacra, strumento della volontà divina. (…) Nel 2023, con la coalizione di governo più a destra della storia d’Israele, i leader del sionismo religioso ottennero ministeri chiave. (…) Con la guerra del 2023-2025, la componente religiosa radicale guadagnò ulteriore spazio. (Accordi e fallimenti, pagg. 470-471)

 

. LA STRAGE DI HAMAS. (7 ottobre 2023) Una strage è una strage, chiunque la compia e qualunque ne siano le cause: e non può essere se no9n condannata, com’è stato più volte detto fino a diventare un refrain, “senza se e senza ma”. Esaminarne geneticamente gli elementi causali, però, è un’altra cosa: e tale è il compito della storia. Non si tratta più di condannare, bensì di capire. (Gaza e oltre, pag. 485)

 

. INTERROGATIVI. (da Marzano, 2024, p. XI: Il primo sentimento è stata la sorpresa per quanto stava accadendo: come era possibile che decine, centinaia, migliaia di miliziani ma anche gente comune di Gaza fosse riuscita a uscire dalla Striscia?) In effetti, identica domanda ce la siamo posta in molti: studiosi del Vicino Oriente contemporaneo, specialisti ma anche gente comune poco o nulla informata in materia ma animata tuttavia da curiosità e da buonsenso. La nostra ansiosa curiosità è rimasta inappagata, come già accadde all’indomani del fatale 11 settembre 2011 con i suoi attentati americani. E la domanda resta ancora, in entrambi i casi, senza risposta: frattanto il tempo sta facendo il suo lavoro e il problema sta svanendo dalle nostre menti. Il 7 ottobre 2023 non è comunque il frutto di una malapianta spuntata per magia in un attimo (…). Ha avuto la sua genesi velenosa, che bisogna esaminare da vicino. (Gaza e oltre, pagg. 485-486)

 

. LE INTENZIONI. Sbaglia chi, in buona fede o no, addebita la tragedia che ancora continua a sconvolgerci a una cieca reazione dovuta a odio fanatico o a una nichilistica volontà di colpire e di uccidere a qualunque costo. Al contrario: vi fu del metodo in quella follia. (…) Si agì prevedendo freddamente e lucidamente quel che sarebbe accaduto. L’obiettivo, a quel punto, era mettere il  mondo arabo e addirittura l’Occidente dinanzi al fatto compiuto di una reazione d‘inaudita violenza e ferocia da parte israeliana, tale da andar ben al di là della pur orribile spietatezza dell’eccidio perpetrato dai terroristi. Ma l’errore di chi s’illudeva al riguardo fu di pensare che la risposta araba e magari di tutto il mondo civile sarebbe stata tale da mettere il governo d’Israele e i suoi sostenitori alle corde. Come sappiamo l’immenso albero di Gaza fu spogliato di tutte le sue foglie senza che nessun governo al mondo e nessuna grande organizzazione internazionale movesse un dito; e perfino le condanne generiche e puramente verbali furono singolarmente sottotono. A questo spettacolo siamo stati costretti ad assistere increduli e attoniti. (Gaza e oltre, pag. 489)

 

. ALTRI INTERROGATIVI. All’indomani del 7 ottobre emerse immediato il tema del fallimento dell’intelligence israeliana (…): non mancò tuttavia chi si chiese – a pensar male si fa peccato, come diceva il Divo Giulio Andreotti, però… - se qualcuno non avesse pensato che in fondo il triste gioco valeva una pregiudicata candela; e insomma affiorò anche l’imbarazzante, crudele ma inaggirabile ipotesi del cui prodest, corroborata da quelli che potrebbero e potranno essere gli esiti ultimi della terribile vicenda. E’ davvero credibile che quelli che in genere passano – e non a torto – per essere i migliori sistemi di sicurezza del mondo si siano lasciati cogliere così impreparati (nonostante sia invece provato che segnali di quanto si stava preparando ce n’erano stati, e non pochi) e abbiano reagito così tardivamente? Ed è palese che la ‘tragedia annunziata’ avrebbe potuto servire egregiamente da alibi per una repressione feroce. Non è piacevole indulgere a sospetti del genere: ma è impossibile sottrarvisi. (Gaza e oltre, pag. 491)

 

 

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