LAUDATIO PER ZUPPI (70 ANNI) – MORTE, TESTAMENTO E… DEL CARD. RUINI

Di Giuseppe Rusconi. 24 Giugno 2026.

Mercoledì 17 giugno 2026 all’Ambasciata italiana presso la Santa Sede è stato presentato il volume ‘Quam pulchri” prodotto per i 70 anni del card. Zuppi. Fil rouge il tema della pace. Ne hanno parlato, oltre al porporato, Guido Crosetto, Alberto Melloni, Alessandro Pajno, Antonella Polimeni e Luciano Violante. La morte del card. Ruini, l’omelia papale, il testamento spirituale e … papa Francesco.  

ALL’AMBASCIATA D’ITALIA PRESSO LA SANTA SEDE IL LIBRO SULLA PACE PER I 70 ANNI DEL CARD. ZUPPI 

PREMESSA

Quand’eravamo piccoli, guardavamo ai settantenni come a dei Matusalemme, giunti ormai al compimento della loro vita e dunque pronti per il Grande Salto. Settanta era del resto, conformemente alla tradizione biblica, considerato un numero che incrociava il 7 (perfezione e completezza divina) e il 10 (pienezza umana e ordine) Non a caso erano settanta i discendenti di Noè che popolarono il mondo, settanta gli anziani di Israele che con Mosè condussero il popolo nel deserto, settanta (per alcuni 72) i discepoli di Gesù mandati a evangelizzare la terra. Non solo: settanta convenzionalmente gli anni di esilio ebraico a Babilonia e settanta volte sette il perdono richiesto da Gesù. Settanta: un numero dunque importante. 

Oggi l’aspettativa di vita si è allungata e molti settantenni (vedi papa Leone XIV) appaiono in gran forma mentale e fisica. Restano comunque i 70 anni un traguardo significativo per tutti, anche per l’arcivescovo di Bologna nonché presidente della Cei Matteo Maria Zuppi (compleanno l’11 ottobre 2025).  Alcuni amici hanno pensato di festeggiare… ma come? Con settanta piccoli saggi per lui a formare un tomo poderoso di 888 pagine, intitolato “Quam pulchri”, edito dalle Dehoniane di Bologna (in vendita al prezzo pure poderoso di euro centoventi), presentato mercoledì 17 giugno 2026 a Roma, cornice ambita Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Settanta testi inediti, brevi ma succosi, frutto della riflessione su un tema molto caro al cardinale, di altrettanti studiosi cattolici e non cattolici, italiani e non italiani che si sono imbattuti in ‘don Matteo’ (ma quello di Sant’Egidio…). 

Un gran lavoro coordinato da Nicla Buonasorte e Alberto Melloni. Quest’ultimo  ha stimolato con perizia a Palazzo Borromeo il dialogo conclusivo tra il cardinale e il ministro della Difesa Guido Crosetto, un dialogo preceduto dagli interventi – dopo il saluto dell’ambasciatore Francesco di Nitto – di Alessandro Pajno (presidente della Fondazione per le Scienze religiose, di cui è segretario Melloni), Antonella Polimeni (rettore de La Sapienza) e Luciano Violante (già presidente della Camera dei Deputati, per l’Associazione “Futuri probabili”). 

Quale il fil rouge che unisce i settanta contributi? Risposta facile, per chi segue costantemente il cammino percorso da Zuppi: il tema della pace. Allora il titolo da apporre al gran tomo viene spontaneo, riandando al versetto di Isaia: “Quam pulchri super montes pedes annuntiantis et praedicantis pacem” (“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”). Matteo Maria Zuppi ne sa qualcosa: ha operato tra l’altro per la pace in Mozambico e nel 2023, nell’ambito della ricerca di una possibile mediazione nella guerra in Ucraina, è stato inviato da papa Francesco a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Il suo impegno in favore dello scambio di prigionieri e nel rimpatrio di bambini in patria continua ed è stato più volte esplicitamente riconosciuto sia dall’Ucraina che dalla Russia (in quest’ultimo caso anche nel discorso tenuto il 16 giugno 2026 dall’ambasciatore presso la Santa Sede Ivan Soltanovsky per la festa nazionale della Federazione russa). 

I piedi del messaggero… appaiono anche, nudi e polverosi, in copertina del gran volume, tecnicamente una Laudatio. Del resto il richiamo al messaggero è consueto in ambito cristiano. Alessandro Pajno ha ricordato ad esempio la prefazione del patriarca ecumenico Bartolomeo I a un’antologia di discorsi e interventi dello stesso Matteo Maria Zuppi (“Il nome della pace – 2015-2024”, Dehoniane). Da parte nostra, leggendo in questi giorni la tesi di laurea di Ilaria Giorgi sulla dimensione storico-religiosa della guerra in Ucraina (Lumsa, 2023-2024) ci siamo imbattuti in una citazione del card. Pietro Parolin (7 febbraio 2019) del “messaggero” di pace, che richiamava sull’argomento le parole di Paolo VI all’ONU (6 ottobre 1965). 

 

SPUNTI DALLA PRESENTAZIONE ALL’AMBASCIATA D’ITALIA PRESSO LA SANTA SEDE – VIOLANTE - IL DIALOGO TRA ZUPPI E CROSETTO

La presentazione di “Quan pulchri” è stata onorata dal pubblico delle grandi occasioni: in prima fila il sempre ruspante cardinal decano Giovanni Battista Re e una  rappresentanza della presidenza della Cei, subito dietro un folto gruppo di diplomatici (segnaliamo in particolare i rappresentanti presso la Santa Sede di Ucraina e Cuba). Dopo il benvenuto dell’ambasciatore Francesco Di Nitto (questa serata è “un riconoscimento per l’impegno della Chiesa in favore della pace, tema che si impone come uno dei tratti distintivi del Pontificato”), il moderatore Alberto Melloni ha introdotto i relatori. Per Alessandro Pajno il volume propone realismo e profezia nella ricerca della pace, sviluppandosi su un percorso in cui si intersecano storia umana e storia della salvezza. L’Università può dare un grande contributo alla maturazione di cammini di pace, ha evidenziato da parte sua Antonella Polimeni, richiamando anche la recente visita di Leone XIV a La Sapienza.

La pace è un fatto, non una categoria astratta” - ha rilevato Luciano Violante – e dunque è meglio che si parli di pace al plurale, paci, poiché ognuna è diversa dall’altra. Nel mondo si registra una “corrosione della democrazia” e si è ormai passati dall’ “età degli Stati” a quella “degli Imperi”. E’ una tendenza che preoccupa. Spesso i nuovi poteri “banalizzano” le situazioni, non le “semplificano”, pur ostentando di farlo: nel primo caso le sfrondano “dell’essenziale”, nel secondo “del superfluo”. Mantenere la pace è faticoso, non basta stringere una volta una mano: ci vogliono l’ascolto e il rispetto vero e costante delle ragioni dell’altro. Oggi si prospettano i due nuove sfide.  Quella della “guerra cognitiva”, che implica “la manipolazione dell’opinione pubblica”. Quella della non consapevolezza del dolore causato alle popolazioni da parte di chi preme un pulsante bellico: un atto che diventa meccanico… ma non si può scindere l’azione dai suoi effetti!

Alberto Melloni ha poi posto alcune domande al card. Zuppi, artefice di pace, e al ministro Crosetto, non certo a digiuno di conoscenze profonde e consolidate nell’ambito dell’industria degli armamenti. Le risposte non sono mancate. Ne proponiamo alcune, che stimolano alla riflessione.. 

 

CARDINALE MATTEO MARIA ZUPPI: SOLDI PER IL RIARMO? ALTRETTANTI PER IL SOCIALE 

. Il bello non è qualcosa che sta fuori dalla storia, ma dentro la storia. Anche la pace è dentro la storia, con tutte le sue fatiche, i suoi ostacoli e le sue contraddizioni. Percorrere il cammino della pace significa avanzare passo dopo passo. 

. Abbiamo bisogno di una politica capace di coniugare idealismo e realismo. (…)  Esiste un idealismo mediatico che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti e li piega alle proprie convinzioni. Ma esiste anche un falso realismo che scambia la constatazione dei problemi con la rassegnazione. Nessuno dei due aiuta la pace.

. La pace non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla forza. Cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola: istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e procedure condivise.

. A un certo punto la difesa diventa necessaria, non c’è dubbio (NdR: qui il presidente della CEI si è riferito all’indispensabilità della difesa ribadita dal ministro Crosetto). Però se si investono dei soldi nel riarmo, se ne dovrebbero investire altrettanti nel dialogo. Non c’è dubbio. Si investa in borse di studio, nell’Erasmus, ci si inventi tutto ciò che può servire per far studiare insieme le persone, per farle pensare insieme”. E’ seguita la citazione di Raoul Follereau, definito “un grande uomo capace di guardare al futuro quando sosteneva che con due bombardieri si sarebbe potuto sconfiggere la lebbra. Ed era una riflessione tutt’altro che infondata. Io penserei a una sorta di parità: tanto per il riarmo e per l’esercito, quanto per il dialogo e la costruzione di una difesa comune europea. Su questo c’è un grande lavoro da fare”. 

 

MINISTRO GUIDO CROSETTO: PAURA PER LA RAPIDITA’ DEL CAMBIAMENTO TECNOLOGICO. ALLARGARE L’UE, ALLARGARE OLTRE L’ATLANTICO LA NATO

. L'Europa a 27 va bene per le questioni burocratiche. L'Europa della difesa deve diventare un'Europa continentale, capace di integrare al suo interno l'Ucraina, la Turchia, la Norvegia e il Regno Unito. Dobbiamo mettere assieme tutta l'Europa continentale, quindi dal Regno Unito alla Norvegia, dai paesi balcanici all'Ucraina stessa, perché quella sarebbe probabilmente la dimostrazione più grande sia per costruire un pilastro europeo della Nato più forte e autorevole, sia per garantire la sicurezza di tutti.

. Il multilateralismo è in crisi profonda, le Nazioni Unite sono al livello più basso di rappresentatività e capacità di intervento. Ho scritto a tutti puntando sulla necessità di cambiare la NATO. Non può più essere solo un’organizzazione atlantica, ma deve guardare all’Indo-Pacifico e allargarsi al Sud del mondo, includendo attori chiave come Giappone, India, Brasile e Argentina. 

. Per la prima volta nella storia alcune persone fisiche e i proprietari delle maggiori società tecnologiche dispongono di un potere superiore a quello di molti Stati

. Non abbiamo petrolio, né gas, né terre rare. E’ per questo che l’Africa sarà il vero terreno di scontro di questo secolo, possedendo tutto ciò che serve per vincere la competizione. 

. Le nostre democrazie e i sistemi sociali costruiti in Europa sono messi più a rischio dall’implementazione delle nuove tecnologie e dall’impatto che avranno sulla società, di quanto per assurdo non lo siano per le crisi di guerra in questo momento

. (velocità del cambiamento) Non c’è una guerra che ne sostituisce un’altra, ma ogni giorno si aggiunge un modo nuovo per minare la stabilità. Mille microdroni del costo di poche centinaia o migliaia di euro potrebbero mettere in ginocchio una nazione  come l’Italia. Quasi nessun Paese dispone oggi di mezzi adeguati per difendersi da questo tipo di minaccia. Bastano armi che non costano nulla per mettere in ginocchio uno Stato. Basta farli atterrare nel punto giusto. I sistemi di difesa attuali possono essere in grado di intercettare missili del costo di decine o centinaia di migliaia di euro, ma risultano ancora inadfeguati di fronte a minacce molto più economiche e diffuse. C’è stato un abbassamento della soglia necessaria per farsi del male. 

 

CAMILLO RUINI: RESTERA’ NELLA STORIA DELLA CHIESA ITALIANA – ALCUNE NOTE – L’OMAGGIO DI LEONE XIV – UN TESTAMENTO SPIRITUALE CON UN PASSO CHE NON SI PUO’ IGNORARE

Martedì 16 giugno 2026, novantacinquenne, ha chiuso il suo percorso terreno un principe della Chiesa che non sarà certo dimenticato dai libri di storia: il cardinale Camillo Ruini. Stretto collaboratore di papa Woytila, poi per tre anni di papa Ratzinger, il porporato è stato presidente della Cei dal 1991 (dopo sei anni da segretario generale) al 2007 stimolando la Chiesa italiana a vivere più intensamente la fede, grazie anche a un rinnovato, grande impegno nella vita – in primo luogo culturale – della società.  Tracollata la Dc – cioè il partito allora di riferimento prevalente dei credenti - agli inizi degli Anni Novanta (vedi Tangentopoli e connessi), Ruini operò perché i cattolici si sentissero chiamati a difendere e promuovere i valori non negoziabili (vita, famiglia, libertà educativa) in partiti diversi, non esclusi Margherita e poi PD (spinse ad esempio Paola Binetti a candidarsi al Parlamento per il centro-sinistra, un’avventura cui la nota opusdeista pose fine già nel 2010).  Con il contributo rilevante del cardinale (cui diede voce in misura eccezionale l’Avvenire del fido Dino Boffo) fu affossato nel 2005 il referendum contro la legge sulla fecondazione artificiale; con il suo apporto anche organizzativo (vedi il primo Family Day del 2007, un successo inatteso e strepitoso; ricordiamo il suo segretario particolare don Mauro Parmeggiani – oggi vescovo – sceso in piazza san Giovanni per controllare la situazione) furono parimenti affossati i DICO (sul riconoscimento di una sorta di unioni civili) proposti dal Governo dell’Ulivo presieduto dal conterraneo emiliano, ma ‘cattolico adulto’ Romano Prodi (2007). Ruini è stato però anche molto altro e come cardinale vicario di Roma per tanti anni si è dedicato con impegno agli aspetti sociali della pastorale cittadina. Da non sottovalutare pure il suo ruolo di presidente nella Commissione vaticana di indagine e di studio sulle apparizioni di Medjugorje (parere positivo almeno sui primissimi anni dell’esperienza mistica).  Apparentemente piuttosto freddo, molto istituzionale nei rapporti pubblici, cauto nei giudizi, occhi che ti indagavano nel profondo, privatamente (e nascostamente) si è dimostrato spesso di grande sensibilità – anche concreta – verso gli altri (non sarà d’accordo chi gli rimprovera ancora oggi il ‘no’ alle esequie in chiesa di Piergiorgio Welby… decisione dura, ma fondata anche su buoni motivi, considerato lo sfruttamento dello stesso Welby da parte della propaganda radicale). 

Una curiosità: il card. Ruini amava gli Altopiani di Arcinazzo (dove veniva a riposarsi) e anche Filettino e i suoi sentieri (la zona, in particolare sopra il Piglio, era quella delle passeggiate di Giovanni Paolo II) e il 22 luglio 2015, percorrendo il sentiero filettinese della Moscosa, riferì che il papa polacco gli aveva detto una volta: “Sono un uomo dei boschi, non dei giardini”. Ruini commentava: “Qui evidentemente trovava ciò che meglio corrispondeva alla sua natura e alla sua spiritualità”.  ( https://www.rossoporpora.org/2015/08/04/karol-wojtyla-a-ruini-sono-uomo-dei-boschi-non-dei-giardini/ ). Il porporato intratteneva rapporti costanti con il mitico mons. Alessandro De Santis (vedi in questo stesso blog, morto nel 2017, per 68 anni parroco di Filettino, dopo esserne stato viceparroco per 7) e con i suoi collaboratori: un’amicizia fatta di piccole premure che è proseguita fino a pochi giorni fa. 

 

DALL’OMELIA ESEQUIALE DI PAPA LEONE XIV

E’ stato papa Leone XIV (come ormai di consueto, diversamente da quanto accadeva in un recente passato) a presiedere le esequie del card. Ruini nel pomeriggio di giovedì 18 giugno 2026. Dall’Altare della Cattedra in San Pietro, il pontefice ha pronunciato un’omelia di cui riproduciamo ampi stralci (i neretti sono nostri).

Cari fratelli e sorelle, - celebriamo questa Eucaristia affidando alla misericordia del Signore il nostro fratello Cardinale Camillo Ruini, pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo.

Per molti anni ha servito la Chiesa svolgendo con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità che il Signore ha voluto affidargli, come sacerdote, Vescovo e Cardinale: nell’insegnamento, nello studio e nell’approfondimento teologico, nel servizio pastorale, nell’animazione giovanile, nell’ambito culturale, nella cura del laicato e delle vocazioni, nell’esercizio dell’autorità.

Moltissimo gli deve la Chiesa in Italia, che ha servito per circa diciassette anni come Presidente della Conferenza Episcopale; come pure la Diocesi di Roma, in cui per altrettanto tempo ha svolto il ministero di Vicario del Santo Padre. Ha saputo guidare il Popolo di Dio e i fratelli nell’Episcopato in momenti importanti e delicati, affrontando con entusiasmo, discernimento e coraggio molteplici sfide.

A lui si devono intuizioni e iniziative che hanno lasciato un segno profondo nel cammino della Comunità ecclesiale e anche di quella civile. Pensiamo al “Progetto culturale”; all’impegno profuso nel promuovere l’apporto del mondo cattolico nei più diversi ambiti della vita religiosa, civile e politica italiana; al grande lavoro del Sinodo diocesano e della sua applicazione, qui a Roma; alla sua presenza attiva e dialogante ai vari livelli della vita della Chiesa, come pure del mondo laico e della società.

Mentre lo ricordiamo e lo affidiamo alle braccia del Padre celeste, ci lasciamo illuminare dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato e anche da alcuni pensieri che lui stesso ha lasciato scritti.

Nella prima Lettura sono risuonate le parole vibranti dell’Apostolo Paolo: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,38-39). È questa la verità che ha animato anche il Cardinale Ruini nel suo ministero. L’amore di Dio è fedele, niente può sconfiggerlo né separarcene, perché è dono suo, viene da Lui, e ci è profuso al di là di ogni nostro merito e debolezza. Molteplici sono state le vicissitudini attraverso le quali il nostro caro fratello ha accompagnato i fedeli e le comunità che gli sono stati affidati nel corso del suo lungo servizio, ed è proprio nella carità invincibile del Signore e nella risposta di fede a questo dono che dobbiamo cercare la radice della forza con cui le ha affrontate.

Nel suo Testamento spirituale, parlando delle tante persone nei confronti delle quali sentiva gratitudine per il bene elargitogli, il Cardinale Camillo ha scritto: “Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare”. Penso siano parole che possono aiutare anche noi a vivere le nostre responsabilità e i nostri diversi servizi con la stessa umiltà e con la medesima fiducia in Dio. (…)

Un’altra frase della Scrittura che la Liturgia ci ha offerto, e che può aiutarci a vivere con frutto questo momento di grazia, sono le parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io” (Gv 17,24). In esse troviamo riassunto il programma, la direzione e lo scopo ultimo di una vita spesa per il bene dei fratelli e vissuta nella ricerca costante dei disegni di Dio per la propria e la loro salvezza. Il Cardinale Ruini ha scritto in merito: “Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore” (Testamento spirituale). (…) 

Il Cardinale Camillo Ruini ha avuto la grazia di conoscere personalmente e di lavorare con alcuni grandi Santi dei tempi recenti, quali San Paolo VI e San Giovanni Paolo II. In particolare, del suo rapporto con Papa Wojtyła, del quale per tanti anni è stato collaboratore, ha scritto: “In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare” (ibid.). Ritengo che dall’esempio di unità di vita del grande Pontefice il Cardinale abbia saputo trarre tanto, perché possiamo ritrovare anche in lui molti dei tratti con cui descrive il Santo Papa; e penso che tale consonanza di sentimenti possa animare anche noi nel nostro cammino.

Come motto del suo Episcopato, il nostro fratello aveva scelto una frase ispirata al Vangelo di San Giovanni: Veritas liberabit nos, “La verità ci renderà liberi” (cfr Gv 8,32). Queste parole riassumono la profonda concezione di persona e di libertà che Cristo ci ha rivelato e che la Chiesa insegna: siamo fatti per la verità e per il bene, e solo in questo troviamo unità, pace e piena realizzazione, nella vita terrena e per l’eternità. Esse ci ricordano con chiarezza un messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell’uomo. Guardando alla vita del Cardinale Ruini, a come è vissuto e a come ha lasciato questo mondo, possiamo cogliere un segno della forza e della solidità con cui l’uomo cresce e matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza. (…)

 

DAL TESTAMENTO SPIRITUALE DEL CARDINALE CAMILLO RUINI, 3 giugno 2016

Anche in questo caso ne riproduciamo ampi stralci (i neretti sono nostri).

Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e fatto vivere con gioia a Reggio Emilia e anche per avermi dato la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari.

Poi, Signore, quando una certa stanchezza minacciava di opprimere il mio sacerdozio, tu hai avuto pietà di me e, con sorpresa e sgomento, mi hai chiamato all’episcopato: è stata una grazia tanto grande quanto immeritata, un rinnovamento e rinvigorimento della mia vocazione. Da allora si sono moltiplicati quelli che pregano per me e secondo le mie intenzioni, supplendo alla povertà della mia preghiera. Da allora, in poco tempo, sono diventato un personaggio pubblico, anche se ho sempre cercato di rimanere una persona semplice: in questo senso, di rimanere quello di prima.

Una grazia del tutto speciale è stato per me Giovanni Paolo II. Fin dall’inizio del suo ministero ho visto realizzarsi in lui quel che avvertivo confusamente dentro di me e che Paolo VI già aveva indicato, tra molte resistenze e incomprensioni. Mai però avrei immaginato di diventare un suo diretto collaboratore, come sono stato per più di vent’anni, dall’autunno del 1984, quando si preparava il Convegno di Loreto, fino alla sua morte. In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare. Per mia colpa, Signore, ho cercato di seguire il suo esempio in ciò che corrisponde alla mia inclinazione ma molto meno in ciò che avrebbe rimediato alla mie più gravi lacune.

In concreto nei ventidue anni del mio ministero romano, alla CEI e in Vicariato, spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore: ho superato così resistenze e ostilità non piccole, specialmente agli inizi, sia alla CEI sia in Vicariato. Riconosco e confesso però di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili: ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ho procurato dolore. 

Adesso sono emerito da otto anni e ti ringrazio, Signore, di avermi dato tutto questo tempo per prepararmi all’incontro supremo con te, ma ti domando anche perdono per aver ben poco usato tale tempo a questo scopo. Per la verità, finora sono stato un emerito molto occupato, per vari incarichi che ho ricevuto e soprattutto perché mi sono dedicato alla passione per lo studio che è nato in me nell’adolescenza e poi mi ha sempre accompagnato. I temi che ho scelto, Dio e la vita oltre la morte, di per sé dispongono all’incontro con te e i due libri nei quali li ho condensati intendono essere un, sia pur minimo, contributo all’evangelizzazione. Di fatto, però, l’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera.

Ma le cause di questa poca libertà sono soprattutto i miei peccati e la debolezza della mia risposta all’amore del Signore: queste cose vorrei confessare, sperando di non scandalizzare nessuno, ma di stimolare invece a pregare per me e a far meglio di me. Confesso anzitutto la pochezza della mia fede. Fin da piccolo ho avuto il dono della fede e ho detto le preghiere, la fede fino a oggi mi ha sempre accompagnato e sostenuto, in particolare nell’accogliere la chiamata al sacerdozio. A difendere la fede mi sono dedicato, già da studente liceale, senza timidezza o paure. Ho cercato di approfondire con lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di proporli e difenderli con passione e convinzione. Nonostante tutto questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione. Concretamente, la mia fede era e rimane sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli. Signore, abbi pietà di me e rafforzami alla fede, nell’ultima e decisiva fase del mio cammino terreno.

Sono sempre stato “papista” e ne ringrazio il Signore e i miei formatori, in particolare i Professori della Gregoriana. Dopo Giovanni Paolo II, ho collaborato per tre anni con Benedetto XVI e lo ringrazio di tutto cuore, anche per l’affetto che tuttora mi dimostra. Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore. Anche oggi mi rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Devo confessare però di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane.

UN PASSO EMARGINATO DAI MEDIA CATTOLICI UFFICIALI

Riferendo del Testamento spirituale (pubblicato integralmente la sera di giovedì 18 giugno 2026 dal blog www.messainlatino.it ) i media cattolici ufficiali hanno taciuto del passo su papa Francesco, che pure si evidenziava mediaticamente come ‘la’ notizia contenuta nello scritto, data anche la nota prudenza del cardinale nel formulare giudizi pubblici (NdR: Ah, quella voglia di censura che continua ad albergare non solo in chi – di ogni colore – detiene il potere nel  mondo laico, ma anche in ambito ecclesiale… clericalismo allo stato puro, che non pensiamo possa mai essere debellato). Nell’editoriale del 17 giugno (il giorno prima della pubblicizzazione del Testamento) su Vatican News Andrea Tornielli aveva accennato alla differenza di vedute tra Ruini e papa Bergoglio in materia pastorale: “Ruini ha accolto la sorpresa dell’elezione del cardinale Bergoglio e nel corso degli anni, in occasione di alcune interviste, non ha mancato di far presente qualche rispettosa presa di distanze da alcuni aspetti del pontificato di Francesco, sottolineando d’altra parte anche le sintonie, specialmente con il magistero sulla fraternità”

Eh… ma il Testamento è del 2016… si sente obiettare qua e là… Osserviamo che, se è vero che il Testamento è del 2016 (poco dopo i Sinodi sulla famiglia e la pubblicazione dell’esortazione sinodale Amoris Laetitia), un periodo in cui non solo in Sala Stampa vaticana ma anche nell’insieme del mondo cattolico i toni frequentemente si inasprivano, il card. Ruini ha ribadito sostanzialmente la sua opinione anche in diverse altre interviste posteriori (come del resto ammette anche Tornielli). Ad esempio, in quella al Corriere della Sera del 19 febbraio 2026 (il suo ultimo compleanno), rilevava il porporato emiliano: “Con papa Francesco mi sono trovato in difficoltà. Troppo grande e improvviso è stato il cambiamento. Più che deluso, sono stato sorpreso. (…) Mi sembra un bilancio complesso, con aspetti molto positivi e altri assai meno. È presto per giudicare quali di essi prevalgano”. Qualcosa di negativo nel magistero di papa Francesco? “Tenere troppo poco conto della tradizione. Non a caso è stato forse più amato dai non credenti che dai credenti”.  Da notare che nella stessa intervista al Corriere della Sera Ruini aveva giudicato un errore la decisione di Benedetto XVI di dimettersi: “ (…) fu una decisione sbagliata, almeno a me pare così. Poi certo lui sapeva meglio di me quali erano le sue condizioni, quindi non voglio giudicare. A me le dimissioni non convinsero”.

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