TERRA SANTA/ISRAELE: PREMI A PIZZABALLA - LE VOCI DI SERGIO DELLA PERGOLA E ANNA FOA

Di Giuseppe Rusconi. 23 Maggio 2026.

Premio Limes (Bergamo, 29 giugno) e Premio Internazionale San Benedetto (Norcia, 11 luglio) per il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Lo studioso ebreo Sergio Della Pergola, in una lettera a Magister, accusa il patriarca di affossare il dialogo ebraico-cristiano. In un editoriale de La Stampa, la scrittrice ebrea Anna Foa sollecita gli ebrei italiani a ribellarsi alle politiche del governo israeliano, che fanno strame del diritto internazionale e di quello umanitario.

 

L’ultimo Rossoporpora.org ha suscitato non poco interesse soprattutto per quanto riferito sulla situazione drammatica a Cuba (https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1276-papa-sapienza-non-si-chiami-difesa-il-riarmo-cuba-rubio-papa-rosa-paya-czerny-nevola.html ),  con il commento di Rosa Payà e con i dettagli della messa per la pace e lo sviluppo sociale nell’isola presieduta nella chiesa romana di Sant’Ignazio di Loyola dal card. Michael Czerny (vedi omelia e interventi di padre Massimo Nevola e dell’ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede). Oggi torniamo invece al Medio Oriente, alla Lettera pastorale del card. Pierbattista Pizzaballa (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1275-pizzaballa-quanti-morti-per-decisione-di-un-algoritmo.html ) e ai comportamenti della diaspora ebraica verso le continue violazioni da parte dell’attuale governo di Israele (non certo di un solo ministro) del diritto umanitario, delle convenzioni internazionali. Riporteremo dunque alcuni passi di una lettera a Sandro Magister (newsletter settimocielo.be) da parte di uno studioso ebreo di spessore – ma questo non rende infallibili nei giudizi! – come Sergio Della Pergola e dell’editoriale di Anna Foa, ebrea critica delle politiche messe in atto brutalmente da Israele e della fin qui complessiva passività (possiamo anche comprenderne qualche ragione, ma ormai si prenda atto senza se e ma che da tempo Israele si è posta al di fuori della legalità internazionale) al riguardo di larga parte degli ebrei della diaspora (con particolare riferimento all’Italia).

 

Premi per il cardinale Pizzaballa da ‘Limes’ e dal Comune di Norcia

Prima però diamo spazio all’annuncio di due premi attribuiti non certo a caso al patriarca di Gerusalemme dei Latini.

La nota rivista di geopolitica Limes (diretta da Lucio Caracciolo) conferirà la sera della festività di san Pietro e Paolo il suo primo premio “per il Dialogo e la Pace”: è un riconoscimento che evidenzia quanto il dialogo, inteso come confronto con il punto di vista dell’altro, sia alla radice anche della geopolitica (Teatro Sociale di Bergamo per il presule bergamasco, 29 giugno, ore 19).

Il cardinale Pizzaballa riceverà a Norcia il primo premio internazionale San Benedetto (promosso dal Comune umbro) l’11 luglio, festa liturgica del patrono d’Europa. Sulle motivazioni il presidente della giuria, il giornalista Piero Damosso, si è così espresso: “Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini, è un coraggioso testimone di pace, di dialogo e di speranza, ancorando il comportamento personale ad una identità di pastore cristiano. (…)  Il suo servizio apostolico è particolarmente meritevole di attenzione perché avviene in una Terra Santa profondamente segnata da molto tempo dalle guerre, dal terrorismo, dall’odio e da conflitti di ogni genere, nei quali il Dio della pace viene a sua volta strumentalizzato, trasformandolo, all’opposto, in un Dio della guerra, evocato da estremismi e nazionalismi religiosi per giustificare il principio della forza e la rimozione di ogni fondamentale diritto. La testimonianza del cardinale Pizzaballa è oggi – nel territorio che ha visto 2mila anni fa la morte e resurrezione di Gesù – una luce forte che rimane evangelicamente accesa, nonostante le violenze e i bombardamenti e le crescenti difficoltà della comunità cristiana in Medio Oriente.  Questa sua ferma determinazione, alimentata dalla spiritualità francescana, in questo 2026, 800 anni dopo la fine della vita terrena del Santo di Assisi, e in un anno drammaticamente sconvolto da una nuova guerra che coinvolge tutta la comunità internazionale, si unisce in una tensione generativa con la spiritualità di San Benedetto da Norcia, Patrono dell’Europa, l’espressione più autentica e dinamica delle radici cristiane dell’Europa e dei popoli europei”. (NdR: il neretto è nostro)

 

SERGIO DELLA PERGOLA: PIZZABALLA CHIUDE AL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

In una lettera a Sandro Magister (settimocielo.be) - collega e amico prezioso per le riflessioni che offre ogni volta su argomenti complessi – il professore Sergio Della Pergola (ebreo triestino, nato nel 1942, riparato con la famiglia in Svizzera nel 1944, coniugato con una figlia di Elio Toaff, dal 1966 in Israele, di nazionalità anche israeliana, tra i più noti studiosi specializzati in demografia ebraica)propone una rilettura molto critica della recente (e prima) lettera pastorale del patriarca Pizzaballa. Di certo non sarebbe per nulla d’accordo con le considerazioni sul cardinale francescano espresse da Piero Damosso in relazione al premio internazionale San Benedetto…( vedi sopra).

Sappiamo che il presule bergamasco è guardato con diffidenza e anche ostilità da una parte del mondo ebraico che non ne condivide – purtroppo a volte con toni sprezzanti - il comportamento nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Nella sua lettera Della Pergola, dopo averne riconosciuto la competenza derivata anche dall’esperienza raccolta in oltre trentacinque anni di Gerusalemme, lo stronca però in modo drastico accusandolo in sostanza di essere anti-Israele e pure, “velatamente”,  anti-ebraico, volgendo nel contempo il suo sguardo semmai solo ai rapporti con i palestinesi e con il mondo islamico. Nessun dialogo – evidenzia lo studioso – è più possibile con lui.

Alcuni passi della lettera di Della Pergola, posta sotto il titolo, già di per sé significativo: “Il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire” (NdR: il neretto è nostro)

. La lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia” stimola alcune riflessioni, nella prospettiva di un ebreo che vive in Israele.

. ll cardinale Pizzaballa svolge il ruolo di patriarca latino di Gerusalemme dal novembre 2020, dopo essere stato amministratore apostolico dello stesso patriarcato dal 2016 al 2020 e custode di Terra Santa dal 2004 al 2016. In precedenza, dal 1995 al 1999 aveva studiato per il dottorato all’Università di Gerusalemme e dal 1990 – fin dalla sua ordinazione a sacerdote – aveva studiato teologia biblica allo “Studium Biblicum Franciscanum” di Gerusalemme. Dunque il cardinale vive a Gerusalemme da oltre 36 anni, parla correntemente l’ebraico (oltre all’arabo) e conosce come pochi la città e il paese circostante. È senza dubbio il più longevo e competente osservatore cattolico di Gerusalemme, Israele e Palestina. È un’influente voce della Chiesa cattolica apostolica romana come membro del Sacro Collegio dal 2023, in seguito alla nomina a cardinale da parte di papa Francesco. Nessuno meglio di lui conosce ed è in grado di analizzare le complessità del sistema politico dello Stato d’Israele, oltre che della diaspora ebraica che – volente o nolente – è inestricabilmente coinvolta nelle scelte e nei dilemmi dello Stato. Da queste premesse partono le aspettative del lettore.

. Un documento molto dettagliato, fine e analitico come la lettera pastorale del patriarca di Terra Santa non sembra semplicemente un documento diocesano da distribuire a qualche migliaio di fedeli, perché questa è l’entità della popolazione cattolica sui 15 milioni complessivi di abitanti sul territorio di Israele e Palestina (oltre agli 11,5 milioni in Giordania e al milione e mezzo a Cipro) in cui si svolge l’attività diocesana di Pizzaballa. Sembra più plausibile pensare, piuttosto, che si tratti di una sintesi delle impressioni e delle riflessioni maturate in oltre 35 anni di attività pastorale, quasi che si tratti di consegnare a tutti un retaggio, un programma. “Lo scopo – vi si legge – è di aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa terra alla luce del Vangelo”.

. Il documento è esplicitamente una guida spirituale e non un’analisi geopolitica. Ci si può chiedere, tuttavia, fino a che punto le due parti possano rimanere sconnesse e quanto ci si possa disinteressare della realtà concreta, affinché il documento mantenga la sua rilevanza.

. Leggendo il documento si avrebbe l’impressione che Gerusalemme sia il luogo più importante del mondo per la fede cattolica, e ci si può chiedere dunque quale sia il ruolo di Roma in proposito. Perché non è Gerusalemme la sede centrale del cattolicesimo, con il papato e la curia ? Se i luoghi cruciali del passato si trovano a Gerusalemme e l’avvenire attende una discesa dai cieli di una nuova Gerusalemme, perché non è qui la capitale spirituale? (NdR: ecco un’annotazione assai curiosa…)

. Nell’esordio della parte prima della lettera, Pizzaballa afferma che “il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza hanno significato qualcosa di diverso e dirompente per ciasacuno dei due popoli di questa terra”. Nel seguente ordine : “Per i palestinesi rappresenta l’ultima drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito : violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa”.

. Qui Pizzaballa mi perde come lettore, quando descrive in tal modo avvenimenti che si sono svolti in un ordine drammaticamente inverso, e con attori diversi. Il 7 ottobre è, sì, uno storico “spartiacque”, ma attenzione, in modo del tutto diverso da come lo descrive il cardinale. Per gli ebrei il 7 ottobre costituisce una breve replica della Shoah a ottant’anni dalla Shoah vera e unica : un massacro barbaro e mostruoso di civili nelle loro case. Ma per gli islamici costituisce la scelta di un’inaudita violenza per affermare la propria assoluta ed esclusiva proprietà del territorio, per cancellare Israele ed erigere al suo posto un Califfato islamico. L’inversione dell’ordine dei fattori e lo stravolgimento dei fatti costituisce una scelta narrativa importante. Dato che le narrative possibili sono più di due, la scelta qui effettuata dell’una esclude la possibilità della seconda. La scelta del cardinale chiude la via a ogni possibile futura riflessione comune o dialogo fra la parte cattolica e la parte ebraica sul 7 ottobre, sul prima e sul dopo. O forse, non lo sappiamo, apre o cerca di aprire nuove prospettive al dialogo fra la parte cattolica e la parte islamica.

Il 7 ottobre è un punto della storia non prescindibile. Ma il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire. Il risultato è che la lettura di tutte le successive pagine del documento è letteralmente funestata da questo mastodontico errore di percorso. Il 7 ottobre è una discriminante incommensurabile e irreversibile. Nella lettura delle pagine successive del documento, il lettore sarà inevitabilmente orientato verso la ricerca di altre asserzioni di interesse politico all’interno di un testo che, come abbiamo già notato, intende essere eminentemente teologico. E forse per la cura speciale posta nel ricercarle, queste posizioni politiche effettivamente emergeranno copiosamente e sempre nella direzione prevista: ossia perseguendo una narrativa unilateralmente critica di Israele e velatamente anche del popolo ebraico.

. Troveremo allora la posizione critica relativa alla discriminazione e alla persecuzione di cui si suppone che soffrano i palestinesi da parte di Israele, senza una sia pure minima allusione al fenomeno del terrorismo e di movimenti islamici sovversivi che, tra l’altro, non rispettano nemmeno l’ordine costituito da parte delle autorità dei paesi arabi. La persecuzione delle comunità cristiane non viene nemmeno accennata. La paura espressa altre volte dallo stesso cardinale Pizzaballa di fronte alle prevaricazioni degli estremisti islamici viene ignorata.

. Troviamo invece un piccolo contributo, dovuto, al nuovo filone della critica della tecnologia, con l’asserzione che delle persone sono morte in guerra per decisione di un algoritmo. Ma con la stessa logica si potrebbe dire che le vite di molte persone sono state risparmiate per decisione di un algoritmo (NdR: altro ragionamento assai curioso di Della Pergola).

. In breve, Israele è identificato con sopraffazione, discriminazione, appropriazione materialistica, come detentore quasi indebito di un bene universale, Gerusalemme, che invece andrebbe condiviso con tutta l’umanità. Ma sarebbe pensabile, simmetricamente, una condivisione della Città del Vaticano con ebrei e musulmani? (NdR: anche qui lo studioso propone un paragone molto bizzarro… a meno che la Città del Vaticano non contenga anche una moschea e un tempio ebraico, perdipiù di rilevanza universale…)

. Sul piano del dialogo interreligioso cristiano-ebraico non emerge nessun punto di dibattito, nessun appiglio da cui sviluppare una possibile conversazione su temi condivisi. La controparte ebraica è semplicemente ignorata. Gerusalemme è sì una città da condividere, di fronte alle opposte rivendicazioni di israeliani e palestinesi. La piccola e vulnerabile comunità cristiana non possiede un potere militare o economico, ma alla fine erediterà la terra. Che vi sia qualcun altro che possa coltivare degli ideali di eredità spirituale concernenti la stessa terra – e come rendere compatibili questi ideali concorrenti – non viene preso in considerazione. Non ci sono fratelli maggiori.

 

ANNA FOA: SI RIBELLINO GLI EBREI ITALIANI A CHI STA DISTRUGGENDO ISRAELE

Il primo editoriale de La Stampa di giovedì 21 maggio 2026, a firma di Anna Foa, si intitola: “Un governo canaglia isolato dal mondo”. Prosegue a tutta pagina 6, sotto il titolo: “Quell’odio che isola Israele dal mondo. L’antisemitismo evocato dove non c’è”. Anna Foa, come è noto anche a chi ci legge (https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1207-papa-m-o-rosario-e-lettera-anna-foa-e-israele-peccati-e-penitenza.html ) è un’ebrea laica da tempo molto critica nei confronti della politica del governo israeliano (e perciò sostanzialmente emarginata dal mondo ebraico italiano, in cui gode della stessa simpatia del cardinale Pizzaballa).

Stavolta, ribadendo quanto ha detto e scritto (come ad esempio in “Il suicidio di Israele”), estende la critica anche alla indubbia e sostanziale passività delle comunità ebraiche della diaspora nel reagire a comportamenti che, oltre a far strame del diritto internazionale, anche umanitario, alimentano nel mondo un antisemitismo suscettibile di mettere in grave pericolo la loro stessa esistenza. Da qui un appello molto vigoroso di Anna Foa ai suoi correligionari ad assumersi le proprie responsabilità storiche anche nei confronti di un governo espressione per eccellenza dell’ebraismo, ma ormai definibile come “canaglia”. Alcuni passi dell’editoriale (NdR: il neretto è nostro), che prende spunto dal video riguardante il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla (catturati piratescamente in acque internazionali e trattati sprezzantemente da terroristi) girato e pubblicizzato dal fanatico ministro israeliano Ben-Gvir, parte fondamentale del governo Netanyahu (che sa di non poterne in ogni caso farne a meno, anche per non finire subito dietro le sbarre).

. Il video fa male al cuore, e lo dico questa volta anche parlando, oltre che da essere umano, da ebrea. Ma non solo. E’ una bomba gettata in un contesto incandescente. Sollecita l’amtisemitismo, lo crea dove non c’è. Isola, se ancora ce ne fosse bisogno, Israele dal resto del mondo, lo designa definitivamente come uno Stato canaglia, illustra pubblicamente come in Israele si trattano i prigionieri. E il Male rivendicato con orgoglio.

. Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi “l’esercito più morale del mondo”, sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso.

. Intendiamoci. Queste pratiche non sono nuove (…) Purtroppo, finché sono state attuate nelle carceri, su palestinesi per la maggior parte incarcerati senza accuse e senza colpe, (…)  sono diventate la norma, sono state negate, messe in discussione, celate. Oggi sono state sbandierate con orgoglio da un ministro.

. Ma cosa deve succedere perché gli ebrei italiani si ribellino a chi sta distruggendo con i palestinesi anche Israele (…)

. Sappiamo che non tutti gli israeliani approvano Ben-Gvir. Che in tanti protestano, manifestano, si schierano a difesa dei palestinesi, cercano di proteggerli. Ma nel 66 d.C. non tutti gli abitanti e del regno di Giuda approvavano gli estremisti quali gli zeloti e i sicari. Molti fautori della pace furono uccisi dagli estremisti, come nel 1995 quando è stato assassinato Rabin. Ma gli zeloti hanno prima spinto alla guerra contro Roma e poi alla distruzione del regno di Giuda.

. Riusciranno gli zeloti di oggi, distruggendo l’etica, il diritto, l’umanità, a coinvolgere il mondo nel loro suicidio, a renderci tutti responsabili delle loro colpe, dei genocidi che commettono? Per questo dobbiamo tutti, ebrei o non ebrei che siamo, alzare alta la voce. A questo punto, è un dovere.

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