INTEGRAZIONE DEI ROM: UN BUON ESEMPIO DALL’UNGHERIA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 19 aprile 2017

 

Venerdì 7 aprile l’Accademia d’Ungheria a Roma ha ospitato un convegno internazionale su un argomento molto spinoso, quello dell’integrazione dei Rom nei Paesi europei. In tale ambito l’Ungheria tanto vituperata (da politici e media occidentali) offre un buon esempio di collaborazione proficua tra Governo, Chiese e diretti interessati, che costituiscono il 4% della popolazione del Paese. Testimonianze anche da diverse altre parti d’Europa, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Fondazione Migrantes.

 

Le zingarelle sul bus che ti circondano e - com’è come non è - riescono a catturarti il portafogli. La piccolina che, in braccio alla mamma (o anche no), allunga il braccio e ti sfila la banconota approfittando del fatto che hai le mani occupate. La zingara arrogante che ti assorda con voce sgraziata e cassa di risonanza a pieno volume in metropolitana. E, sempre lì, la mamma (o anche no) schiavizzata che chiede l’elemosina con la bambina schiavizzata. Ancora lì, altre zingarelle che si fanno beffe degli agenti di polizia e strillano a più non posso fingendo di essere state malmenate. Le perquisizioni della polizia nei campi nomadi, da cui emergono gioielli e decine di migliaia di euro (e anche più). La banda di zingari che – com’è come non è – ti svuota l’appartamento in una calda estate.... si potrebbe continuare a lungo e tutti o quasi, una volta o l’altra nella vita – soprattutto nelle città grandi e piccole – avranno avuto la sfortuna di incappare in qualche disavventura zingaresca.

Insomma, quando ti frulla in testa la parola ‘zingaro’, il più delle volte la associ spontaneamente a pensieri non proprio positivi. L’ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede (con il sostegno del Fondo nazionale ungherese per la cultura e l’Istituto Balassi) ha scelto di andare controcorrente, promovendo venerdì 7 aprile a Palazzo Falconieri in via Giulia un convegno internazionale “sulla situazione dei rom in Europa – pastorale ed integrazione sociale”. 

 

IL QUADRISNONNO DELL’AMBASCIATORE ASBURGO-LORENA

Una scelta controcorrente ben consapevole, come ha rilevato in apertura l’ambasciatore Eduard Habsburg-Lothringen: “Ho pensato che non è buona cosa parlare sempre e comunque dei problemi che riguardano i rapporti con i rom nei nostri Paesi, ma piuttosto illustrare in questa sede gli esempi positivi, le ‘buone pratiche’ che pur esistono nell’approccio con essi”. Il diplomatico ha addotto poi anche una ragione personale che lo porta ad avere una simpatia innata per il popolo rom: un suo quadrisnonno, l’arciduca Giuseppe Carlo Luigi d’Austria, coltivò grande amicizia verso il popolo rom, elaborando perfino un dizionario ungherese-romanes. L’amicizia era sorta soprattutto grazie a un soldato rom, che – alla vigilia della battaglia di Sadowa/Königgrätz del 1866 - osservando uno strano volo notturno di uccelli, aveva avvertito l’alto ufficiale di movimenti prussiani nella foresta ai cui margini era accampato il suo reparto di cavalleria, inducendolo a spostare le truppe di qualche chilometro.

 

CHI SONO I ROM? E QUANTI?

Quando si parla di rom, normalmente le idee sono confuse per quanto riguarda storia e numeri. Lo ha evidenziato nel suo dettagliato intervento l’ambasciatore Franz Salm-Reifferscheidt, incaricato dei rapporti con quel popolo da parte del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM). Da dove vengono i rom? Dall’India, in particolare dalla regione del Punjab, da dove probabilmente furono cacciati nel X secolo dall’invasione musulmana, spostandosi in Persia, in Asia Minore, in Cappadocia, nel Peloponneso e poi nel resto d’Europa, a partire dal XIV secolo. Sul nostro continente raggiungono oggi  i 12 milioni, uniti dalle origini e in genere dalla lingua (il ‘romanes’): non sono però un popolo monolitico e tra loro ci sono tante differenze. Difficile in ogni caso stabilire il numero preciso di rom, dato che non raramente nei censimenti ufficiali numerosi rom non si dichiarano tali per timore di ricadute negative.

Per oltre il 90% non sono più nomadi, ma stanziali e di solito adottano anche lingua e religione del territorio in cui sono acquartierati. Dal 1971 hanno un inno (basato su un’antica canzone d’amore) e a bandiera verde e azzurra con una ruota al centro (simbolo rispettivamente di terra, cielo e – ha notato l’ambasciatore per quanto riguarda la ruota - “ del sole della vita, del movimento, dell’altalena del destino”). Sono chiamati con nomi vari, a seconda dei Paesi e dell’appartenenza etnica: zingari, gitani, sinti, nomadi, zigani, gipsy (in Ungheria), manouche (in Francia), calé (neri, in Spagna), Kaale (neri, in Galles). Nei Paesi dell’Est vengono denominati quasi sempre ‘zingari’. Il nome ‘rom’ nella lingua romanes significa ‘uomo’ , ‘romnì’ donna. Vivono spesso in grandi famiglia tribali di antica tradizione. L’ambasciatore Salm-Reifferscheidt ha poi illustrato alcuni esempi di impegno dello SMOM verso i rom in Romania e in Ungheria.

 

IL BUON ESEMPIO DELL’UNGHERIA

Tra le relazioni introduttive anche quella di Katalin Langerné Victor, segretario di Stato ungherese per l’inclusione sociale, che ha rilevato dapprima come la comunità rom in Europa rappresenti la minoranza etnica più grande, anche se dispersa; è unita comunque da una situazione di emarginazione. In Ungheria la comunità rom, parte costitutiva della Nazione, comprende circa 400mila persone (il 4% della popolazione): dal 2011 la sua integrazione viene favorita e promossa grazie ad un programma speciale (“Ungarian National Social Inclusion Strategy”), realizzato in collaborazione con le Chiese e fondato sui pilastri dell’educazione, dell’alloggio, dell’impiego, della salute e della cura pastorale. I primi risultati sono già molto positivi: ad esempio più del 90% dei bambini frequenta regolarmente la scuola materna e a livello universitario sorgono 11 collegi (di cui sette cattolici o protestanti) per l’aiuto a  diverse centinaia di studenti rom. L’Ungheria oggi ha poi anche il tasso più alto di rom occupati: il 44%.

 

LA CHIESA, DA PAOLO VI IN POI…

La Santa Sede era presente al Convegno con il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del nuovo mega-dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il porporato ghanese ha letto anche il messaggio papale a firma del cardinale Segretario di Stato. Nel suo intervento Turkson ha voluto evidenziare che i rom, “nonostante la loro secolare presenza in Europa, costituiscono la minoranza più emarginata e più discriminata nei diritti umani fondamentali”, tanto che il maggiore problema che essi devono affrontare “è l’antizingarismo, un fenomeno in crescita nelle nostre società”. Una integrazione seria dei rom dev’essere fondata sul “dialogo sincero” e deve “tener presenti il rispetto dell’individuo, della sua cultura, dei suoi costumi”. Dunque “pone alla società la sfida di conoscere la loro identità, storia e valori”. Quattro i “diritti umani negati al popolo rom: l’istruzione, l’occupazione, l’assistenza sanitaria e l’abitazione dignitosa”. Naturalmente “la comunità rom è chiamata a rispondere consapevolmente a quanto le viene offerto e a prendere maggiormente l’iniziativa, soprattutto attraverso l’impegno attivo dei giovani”.  Dopo aver sottolineato che “nella sua visione universale della persona umana e nella sua opzione preferenziale per i poveri, la Chiesa considera la cura pastorale dei rom un compito irrinunciabile”, il cardinale ha ricordato gli incontri dei Papi a partire da Paolo VI  (quello del 1965 a Pomezia) e alcune iniziative specifiche di diocesi, ordini e congregazioni religiose, organismi caritativi, chiudendo con un’esortazione di papa Francesco a lasciare libero corso allo “spirito della misericordia” che “chiama a battersi” per i diritti dei nomadi.

 

TESTIMONIANZE DA ROMA E DALL’UNGHERIA

Sono seguite alcune testimonianze.

Monsignor Pierpaolo Felicolo (direttore ‘Migrantes’ diocesi di Roma) ha evocato le numerose visite del cardinale vicario nei campi rom e ha prospettato l’idea che le parrocchie si facciano carico di una famiglia rom (“con accompagnamento scolastico e lavorativo”).

Il vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, monsignor Janos Szekely (delegato per la pastorale rom della Conferenza episcopale ungherese) ha evidenziato come i rom siano “profondamente credenti: mai visto un rom ateo!”. I rom hanno subito “persecuzioni incredibili”, ha detto, ricordando i tre talleri dati in Assia nel 1734 a chi uccideva uno zingaro mostrandone poi la salma. Il relatore ha citato anche alcune statistiche attuali nell’ambito dell’istruzione ungherese. L’82% dei ragazzi rom conclude i primi otto anni di scuola, il 24% si diploma in una scuola professionale, l’11% consegue la maturità e il 2-3% la laurea. Sono cifre che in Europa sono avvicinate solo dalla Spagna. In questi anni, ha continuato monsignor Szekely, “il Governo fa molto più di prima per dare ai rom la possibilità di trovare lavoro”. Non è certo facile, considerato anche come “nascere rom in Ungheria fin qui è coinciso perlopiù con nascere nella miseria”: del resto la maggior parte dei rom vivono nelle regioni settentrionali e meridionali più povere del Paese.

Il metropolita greco-cattolico di  Hajdudorog monsignor Fűlöp Kocsis si è invece soffermato soprattutto sull’accompagnamento offerto agli studenti rom nei collegi speciali (cattolici romani, greco-cattolici, riformati e luterani) a Budapest, Debrecen, Miskolc, Nyiregyhaza, Szeged. Uno studente in legge, Adam Ferenc Balasz (vincitore anche del Premio Tamas Vasary), ha poi illustrato la sua esperienza in uno dei collegi.

 

L’ESPERIENZA DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO

Molto ampia la relazione di Paolo Ciani della Comunità di Sant’Egidio. Che ha esordito citando un “antico proverbio rom: Kai ğas e Romà malavès (Ovunque vai, trovi dei Rom). In

effetti il popolo zingaro è presente da secoli in tutti i Paesi europei”, dove però “sono considerati dalla maggioranza della popolazione come ‘altri’, stranieri in casa loro”.  Inoltre “i Rom  appaiono all’opinione pubblica come un unico popolo monolitico. Ma così non è. Questa considerazione è frutto di una mancata conoscenza del variegato mondo Rom e della sua storia. Spesso è frutto di pregiudizio”. Su questo Ciani ha riportato una considerazione espressa da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio: “Il pregiudizio antigitano, come tutti i pregiudizi, si serve di elementi tratti dalla realtà, ma costruisce modelli e pensieri che incanalano quel senso di paura e insicurezza che percorre le nostre società. L’antigitanismo ci rassicura che il nemico della nostra sicurezza è lì, davanti a noi (…) Che lo Stato ci difenda! Altrimenti si pensa a difendersi da soli… L’antigitanismo è prodotto della paura delle nostre società e si alimenta di stereotipi antichi oltre che dell’esperienza di un contatto, non sempre facile, molto particolare, con i Rom”.

In Italia, ha rilevato poi Ciani., “l’esempio più clamoroso della separazione in cui vivono i Rom è forse quello legato alle condizioni abitative con l’invenzione e la realizzazione di ‘campi’, che in realtà sono “luoghi non  molto dissimili dalle discariche”, simili alle baraccopoli delle grandi città italiane degli Anni 50-70. La Comunità di Sant’Egidio ha incontrato e incominciato a frequentare “il microcosmo zingaro” fin dai primi Anni Ottanta, inserendo da subito i bambini e adolescenti nelle ‘Scuole popolari’ (centri diurni di sostegno scolastico, oggi ‘Scuole della pace’), che erano sorte “con l’intento principale di alfabetizzare i bambini che non frequentavano la scuola pubblica”.  Ciò ha permesso di ‘penetrare’ nella realtà degli zingari, instaurando col tempo “rapporti profondi” con gruppi di famiglie rom e sinti presenti a Roma. Amicizia fedele, duratura, caratterizzata anche da “problemi e difficoltà, ma con tanti frutti”. Da Roma l’esperienza si è trasmessa a varie città d’Italia e d’Europa, tra cui Budapest e Pecs.

 

ESPERIENZE DALL’OLANDA, DALL’AUSTRIA, DALLA SLOVACCHIA E DALLA SPAGNA

Nella seconda parte del Convegno hanno presentato le loro esperienze l’olandese padre Jan Van der Zandt, l’austriaca Michaela Haunold (Caritas fűr Menschen in Not), lo slovacco Jan Hero. Quest’ultimo, consigliere del segretario di Stato per l’Educazione, le scienze e lo sport, ha rilevato tra l’altro che i rom costituiscono l’8% della popolazione slovacca e sono concentrati nel sud-est del Paese. I problemi non mancano: ad esempio solo il  21% degli uomini e il 15% delle donne hanno una licenza di scuola media; solo il 28% dei bambini frequentano l’asilo.

Di notevole spessore la relazione di Sergio Rodriguez Lopez-Ros, direttore dell’Istituto Cervantes di Roma e consulente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Dopo un’ampia introduzione riguardante la situazione generale (i rom “vivono 10-15 anni in meno che il resto della popolazione” e per la metà sono sotto i trent’anni), il relatore si è soffermato sulla condizione dei rom in Spagna, dove sono giunti all’inizio del XV secolo, identificati come pellegrini sulla via di Santiago de Compostela. Furono inizialmente molto ben accetti: “Nel 1478 ballavano davanti al Santissimo Sacramento nelle processioni del Corpus Christi di Guadalajara, Segovia e Toledo”. Risultavano “accattivanti la loro strana lingua, i loro indumenti orientali, la loro musica affascinante e l’esercizio della medicina naturale”. La situazione poi cambiò, ma l’azione della Chiesa spagnola ribaltò la tendenza negativa, tanto che oggi i circa 600 mila rom risiedenti in Spagna (la metà in Andalusia) godono degli “importanti progressi” fatti soprattutto “negli ultimi quarant’anni”. E’ in atto tra l’altro la concretizzazione di una Strategia nazionale per l’inclusione, che “ha come scopo l’incremento della scolarizzazione nell’istruzione secondaria tra i 13 e i 15 anni fino al 90% nel 2020”.

 

RIFLESSIONI DI DIPLOMATICI

Il Convegno si è concluso con interventi sulla situazione a Glasgow (progetto delle Sorelle della Carità di San Vincenzo de' Paoli) e da parte degli ambasciatori (presso la Santa Sede) di Macedonia, Zvonimir Jankuloski; di Slovenia, Tomaz Kunstelj; di Romania, Liviu-Petru Zapirtan. I diplomatici hanno illustrato le problematiche e le strategie poste in essere nei rispettivi Paesi per un’inclusione dei rom nella vita sociale. Dappertutto si riscontrano molte difficoltà e pochi successi. In Romania ad esempio, dove si contano circa 600mila rom su 22 milioni di abitanti (un numero che, secondo l’ambasciatore Zapirtan, “per motivi ideologici e politici” viene gonfiato anche a due milioni o più), le difficoltà di organizzazione negli ambiti dell’istruzione e della sanità derivano anche dal fatto della dispersione sul territorio, del non possesso di documenti, della scarsa voglia di integrarsi. La sfida è dura, ma deve però continuare. In Slovenia, ha rilevato l'ambasciatore Kunstelj, poco più di 3mila sono i rom dichiarati, mentre dovrebbero essere circa 10-12mila le persone della stessa origine. Nella zona nord-est della Slovenia vivono rom del tutto integrati, diversamente da quelli che risiedono nel sud-est. Per quanto riguarda l'istruzione, "non è così facile convincere i rom di essere benvenuti a scuola".

 

IL FUNAMBOLICO VIOLINISTA ZIGANO ZOLTAN MAGA

In apertura di Convegno e la sera i presenti hanno potuto assaporare musica di un livello veramente eccellente, ascoltando (e vedendo in azione) il grande violinista ungherese e zigano Zoltan Maga, che ha diretto l’Orchestra da camera di Budapest. Il funambolico Zoltan – padre musicista che fece l’operaio per far studiare il figlio – ha voluto evidenziare che “l’unica via per l’integrazione è l’istruzione”; ne ha potuto usufruire e ora ha la possibilità di dare concerti in tutto il mondo, spesso per aiutare poveri, bambini e contribuire al restauro di chiese. Ha suonato al Carnegie Hall di New York, davanti al re del Marocco e alla regina Elisabetta, a papa Benedetto XVI e a papa Francesco (cui ha donato un violino speciale, che l’ha accompagnato in tanti concerti). Con il suo repertorio variante da Brahms a Liszt, dalla musica zigana a quella da film, ha entusiasmato anche l’uditorio dell’Accademia d’Ungheria. “Bisogna far capire a tutti che anche i rom sono uomini come tutti”, queste le parole conclusive di Zoltan Maga, sorretto com’è da una fede ardente che traspare anche dal suo modo di porsi di fronte a chi lo ascolta.