MAMBERTI: SUCCESSO LIMITATO DELL’OSTPOLITIK VATICANA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 26 settembre 2014

Convegno a Roma, all’Accademia d’ Ungheria, sulla politica della Santa Sede verso il blocco comunista nell’Europa centro-orientale – Nell’introduzione l’arcivescovo Mamberti ha rilevato che  la Ostpolitik “ha potuto porre rimedio solo in modo limitato” alla situazione di sofferenza dei cristiani – Lo storico Adriano Roccucci: come valutava il KGB la Ostpolitk vaticana – Un documentario non agiografico di Gilberto Martinelli sul cardinale Mindszenty: “Il portone di piombo”

 

Preceduto dalla proiezione del documentario di Gilberto Martinelli “Il portone di piombo” sul cardinale Jozsef Mindszenty, si svolge oggi presso l’Accademia d’Ungheria in via Giulia un convegno su un argomento molto stimolante: l’Ostpolitik vaticana, cioè la politica di dialogo che la Santa Sede inaugurò negli Anni Sessanta con i regimi comunisti al potere nell’Europa centro-orientale. Numerosi i relatori (provenienti da nove Paesi) che portano il loro contributo di ricercatori e analisti su una politica ancora oggi assai controversa.

PERMANGONO GIUDIZI CONTRASTANTI SULL’OSTPOLITIK

Introduzione non solo formale da parte del direttore dell’Accademia Antal Molnar, che ha tra l’altro segnalato come permangano due filoni interpretativi dell’Ostpolitik . quello degli studiosi dell’Europa dell’Est (accento sulle sofferenze dei cattolici, giudizio prevalentemente negativo) e quello degli studiosi ‘occidentali’ (accento sugli interessi pastorali e diplomatici della Chiesa, giudizio più indulgente). Molto atteso l’intervento successivo per bocca del ‘ministro degli esteri’ vaticano, l’arcivescovo Dominique Mamberti, che tra i suoi predecessori ha avuto quello che sarebbe diventato il Segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli, artefice massimo dell’Ostpolitik vaticana. Il prelato corso ha esordito citando Cicerone (“La storia è maestra di vita”), postillando che lo sarebbe davvero se noi fossimo in grado di apprenderne le lezioni. Come scriveva Benedetto XVI, il buon cristiano ha buona memoria, ama la storia, cerca di conoscerla, ne trae frutto. Ha proseguito monsignor Mamberti evocando le grandi sofferenze dei cristiani perseguitati dal comunismo, l’enciclica Divini Redemptoris di Pio XI (che nel 1937 condannava l’idea di “falsa redenzione” del comunismo), la condanna per il sistema ideologico anche di Paolo VI nel 1964 e nel contempo la sollecitazione all’incontro con gli uomini in carne ed ossa. Con papa Montini si instaurò così sistematicamente – sulle orme dell’azione di Giovanni XXIII e con l’Unione sovietica e i Paesi satelliti -“un dialogo attivo e instancabile, fermo, pronto a intese oneste e leali”. Qualcosa si ottenne: la partecipazione al Concilio di alcuni vescovi di Paesi dell’Est, la liberazione dell’arcivescovo maggiore di Leopoli Josyf Slipyi, la presenza come osservatori al Concilio di due rappresentanti del Patriarcato ortodosso di Mosca (NdR: su quest’ultimo avvenimento torneremo più oltre, riferendo della relazione di Adriano Roccucci).

OSTPOLITIK: SUCCESSO LIMITATO, MA SCELTA GIUSTA

Tuttavia, ha evidenziato monsignor Mamberti, l’Ostpolitik vaticana “ha potuto porre rimedio solo in modo limitato” alla situazione di sofferenza della Chiesa nei Pesi comunisti. In effetti il cardinale Casaroli, “appassionato tessitore” lodato anche da Giovanni Paolo II, bene ha sintetizzato l’Ostpolitik nel titolo dato al suo libro “Il martirio della pazienza”. Abbiamo chiesto all’uscita al ‘ministro degli esteri’ vaticano se, dato il giudizio in chiaroscuro dato sull’Ostpolitik, riteneva comunque che fosse stata una scelta diplomatica “giusta”. La risposta: “Giusta, poiché quando si instaura un dialogo è sempre giusto”.

LO STORICO ROCCUCCI: KGB SEMPRE OSTILE ALL’OSTPOLITIK

Tra le altre relazioni, tutte con aspetti di grande interesse storico, di particolare stimolo quella del professor Adriano Roccucci (Università di Roma Tre). Lo studioso ha evidenziato quattro aspetti dell’Ostpolitik vista da Mosca. Primo aspetto: la considerazione della ‘novità’ della politica per la pace di Giovanni XXIII. Secondo aspetto: l’importanza della presenza di osservatori del Patriarcato di Mosca al Concilio, giudicata una occasione per la Chiesa ortodossa russa di rafforzare il proprio prestigio in ambito ortodosso e di conquistare una certa autonomia nei confronti del potere sovietico, nella speranza che non si ripetessero le persecuzioni cui era stata sottoposta dal regime. Per il Patriarcato si trattava poi di uscire da un tradizionale isolamento rispetto a Roma. Anche Roma, poi, ha molto apprezzato la presenza conciliare di due rappresentanti che provenivano dal centro dell’impero sovietico e ha colto l’occasione per usufruire di un ‘canale diretto’ nei contatti con la Mosca politica. Terzo aspetto: Roccucci ha evidenziato poi come Mosca e i Paesi satelliti si confrontassero con l’Ostpolitik in modo parzialmente differenziato, secondo un’esigenza di flessibilità presa in considerazione dal PCUS. Quarto aspetto: i servizi segreti sovietici invece hanno sempre mantenuto verso l’Ostpolitik un atteggiamento ostile. Per il KGB – qui Roccucci ha dato lettura di brani di due documenti del 1966 e del 1971 di alti funzionari dell’organismo repressivo - l’Unione sovietica era confrontata con una pericolosa strategia vaticana, religiosa con ricadute politiche, mirante da una parte a rafforzare il cattolicesimo in URSS e nei Paesi comunisti e dall’altra ad affiancare l’aggressività occidentale destabilizzando il regime.

UN DOCUMENTARIO (NON AGIOGRAFICO) DI GILBERTO MARTINELLI SUL CARDINALE MINDSZENTY

Giovedì 25 settembre sera la sala Liszt dell’Accademia d’Ungheria si è affollata per la proiezione della copia-lavoro del documentario di Gilberto Martinelli sul cardinale Jozsef Mindszenty. Già il titolo dice molto: “Il portone di piombo”, a indicare che, se si bussa a un portone di bronzo, l’eco rimanda il suono; ma, se si bussa a un portone di piombo, non c’è eco. E’ quello che si voleva accadesse per i continui appelli del cardinale Mindszenty, rinchiuso per un quindicennio nella Legazione statunitense di Budapest. Il documentario di Martinelli presenta il primate d’Ungheria come persona che ha sofferto molto: “Non è una biografia né un’analisi pastorale né un’analisi politica”, ha detto il regista, “ma la cronaca della sofferenza di un uomo”. Niente agiografia dunque, ma una serie di testimonianze raccolte da studiosi e persone che l’hanno accompagnato per un tratto di vita. In evidenza alcune delle lettere scritte a quattro presidenti degli Stati Uniti da un uomo appassionato per la Chiesa ungherese e per il suo Paese, al punto da non dimenticare mai le minoranze ungheresi in Paesi confinanti e il milione e mezzo di esuli ungheresi nel mondo (per i quali chiese a papa Paolo VI due vescovi ausiliari, ricevendone risposta negativa). In una lettera chiese tra l’altro che gli Stati Uniti intervenissero militarmente in Ungheria  - “piccola nazione onesta” -come avevano fatto in Vietnam. Complicati i rapporti con il Vaticano, da cui veniva considerato con il passare del tempo un ostacolo al possibile rifiorire della Chiesa ungherese. Il documentario accenna sia al breve periodo vaticano dopo la partenza nel 1971 da Budapest (in una sorta di libertà vigilata dentro la Torre di San Giovanni) che agli anni conclusivi (morì nel 1975) a Vienna, pieni di amarezza, per la destituzione nel novembre 1973 da arcivescovo di Esztergom-Budapest e conseguentemente da primate di Ungheria. Viveva ormai per le sue memorie, che non gli era stato concesso di pubblicare mentre era presso la Legazione statunitense di Budapest. Richiestogli quale fosse la ‘vera Chiesa’, se “quella del silenzio o quella in Roma”, rispose: “Quella del silenzio”.