DOPO L’UDIENZA: INTERVISTA AL RABBINO CAPO RICCARDO DI SEGNI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 27 aprile 2015

 

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto in udienza il Rabbino Capo di Roma, che non aveva potuto – per la morte e i funerali del suo predecessore Elio Toaff – partecipare lunedì scorso all’incontro del Santo Padre con la delegazione della Conferenza dei Rabbini europei. Nell’intervista che segue Riccardo Di Segni rievoca clima e contenuti del colloquio, che ha toccato anche temi delicati. Visita in Sinagoga: ci sarà. Occorre collaborare di più, concretamente. L'approccio pastorale - ma non solo - di Francesco, Papa che sa ascoltare.

Signor Rabbino Capo, è stato sorpreso per il fatto che papa Francesco abbia voluto ‘recuperare’ entro pochi giorni la Sua assenza forzata dall’incontro con i Rabbini europei di lunedì scorso? 

Decisamente sì e mi ha fatto molto piacere.

Come ha trovato papa Francesco? Quale il clima, quale la durata dell’incontro? 

L’incontro, durato 30 minuti, è stato veramente cordiale. Ho trovato un interlocutore disponibile, attento, che ha parlato, ascoltato, replicato, interloquito.

Tra gli argomenti citati nel comunicato ufficiale della Comunità ebraica di Roma l’impegno delle religioni nell’affrontare le gravi sfide che l’attualità ci impone, dalle gravi difficoltà sociali in Europa alle migrazioni epocali transcontinentali. Si è discusso di “futuri progetti di collaborazione”, si legge … Può dire qualcosa su questo? 

Faccio una premessa: tra la Comunità ebraica di Roma e il Vaticano intercorrono da sempre rapporti di vicinato più o meno delicati. Allargando il campo, si può dire che l’amicizia ebraico-cristiana non è riducibile al “Vogliamoci bene, rispettiamoci”. Occorre andare oltre, fare insieme concretamente alcune cose. Di fronte a tale prospettiva di rapporti, qualche domanda ce la dobbiamo porre. C’è da sperare che con molta buona volontà, con molte idee, con molta fantasia si riesca finalmente a fare qualcosa insieme sui temi drammatici che conosciamo. Ho qui la sensazione che il Papa abbia informazioni molto precise ad esempio sul problema migratorio e ne parli con conoscenza di causa. 

Nel colloquio si è parlato di una prossima visita di papa Francesco in Sinagoga? 

Sì, del resto noi l’abbiamo già invitato da tempo. La visita ci sarà certamente. In tempi e modalità da stabilire.

Lei aveva accolto papa Benedetto XVI in Sinagoga il 17 gennaio 2010 e di lui ha sempre apprezzato l’estremo e amichevole interesse che – da studioso – nutre per l’ebraismo. Che impressione Le ha fatto papa Francesco nel suo approccio verso l’ebraismo? 

Benedetto XVI e Francesco hanno due modi diversi di approccio all’ebraismo, entrambi interessanti, testimonianza della pluralità dell’approccio all’interno del mondo cattolico. Se Benedetto XVI si è confrontato da intellettuale, Francesco lo fa con uno stile più pastorale, dialogico, di incontro; si deve però subito aggiungere che l’approccio di Francesco, persona complessa, non si esaurisce completamente nella pastoralità. 

Avete parlato anche della crescita dell’antisemitismo in Europa e anche in Italia? 

No, non abbiamo accennato a tale argomento.

Papa Francesco, specie – ma non soltanto – nell’autunno scorso – ha spesso citato nelle sue omelie mattutine a Santa Marta i ‘farisei’ dipingendoli come “simbolo dell’ipocrisia”: “Non sapevano carezzare”, ha detto una volta. Insomma erano tratteggiati agli antipodi della misericordia. Lei quanto ha gradito tali ripetute comparazioni? Da qualche tempo sembra si siano rarefatte… 

Non avevo per niente gradito tali accenni. In altra occasione ho anche spiegato il perché a papa Francesco, che ha preso atto delle mie osservazioni. Posso dire che questo è un Papa che ascolta.

Qualche accenno nell’incontro al delicatissimo argomento riguardante Pio XII? 

Non ne abbiamo parlato. 

In una risposta di fine gennaio al priore di Bose Enzo Bianchi Lei ha evidenziato che nei rapporti ebraico-cattolici ci sono stati certamente grandi progressi negli ultimi anni. Tuttavia “la terra rimane uno scoglio”, perché da parte cattolica si stenta a riconoscere il legame spirituale e materiale che lega il popolo d’Israele alla terra d’Israele. Avete parlato anche di questo argomento? 

Non ne abbiamo parlato, ma voglio dire che con Enzo Bianchi c’è stato un chiarimento. Il problema del significato per i cattolici del legame ebraico con la terra di Israele va però molto al di là della persona di Enzo Bianchi. Nel mondo cattolico il problema resta. E come.