SU ANTONIO SOCCI E LA SUA ‘TRADUZIONE’ DELL’INFERNO DANTESCO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 31 ottobre 2017

 

E’ uscito recentemente l’ultimo libro di Antonio Socci, “Amor perduto – L’Inferno di Dante per contemporanei”, Piemme Edizioni. Qualche riflessione in materia.

Si sa che i figli sono un dono prezioso…(o almeno si sapeva, poiché oggi una certa mentalità - indotta dagli interessi materiali del Grande Fratello Occhiuto che insidia la nostra libertà – vorrebbe convincerci che sono solo un agglomerato biologico da manipolare a piacere). Sono un dono prezioso in molti sensi, anche in uno minore: a partire dalla terza media permettono ai padri che li seguono di riprendere in mano e di rileggere i classici della letteratura italiana … venti, trenta, quarant’anni dopo essersi confrontati a loro volta con loro sui banchi del ginnasio, del liceo, magari dell’Università.

Così anche per la Comedia, quella poi chiamata ‘divina’. Uno di questi padri è Antonio Socci e, proprio l’accompagnamento da parte sua del percorso scolastico del figlio Michelangelo, gli ha offerto l’occasione di ripensare seriamente un Poema e un Poeta cui d’altronde da sempre è affezionato.

Stasera è la vigilia di Ognissanti, trasformata anche da noi in ‘festa’ di Halloween, culto celtico trapiantato negli Stati Uniti, addolcito per essere commercializzato meglio, tornato in Europa dove è diventato una sagra dell’orrore artificiale, anche esoterico e magico, molto appetito dalle sette sataniche che irretiscono prede diverse (fragili, facilone, ignoranti) per introdurle ai loro macabri riti…infernali. Ecco: infernali. E l’inferno è proprio l’oggetto dell’ultimo libro di Socci, l’Inferno di Dante.

Inferno? Non ditelo alla Boldrini, che subito penserebbe a una falsa notizia (fake news, per la moda del momento) e già pregusterebbe un Socci indagato per diffusione di ‘bufale’. Solo Socci? No… visto che ci siamo, mettiamo sotto inchiesta anche l’autore di quella cantica… come si chiama? Ah, sì, Alighieri Dante…un nome che ci pare di aver già sentito… quel reazionario bigotto che nel suo poema gongola per le pene ( veramente qui si tratta di violazioni dei diritti dell’uomo) inflitte a ruffiani, ladri, sodomiti,  traditori, eretici, scismatici, anche – horribile dictu – a Maometto… Dove risiede quell’Alighieri omofobo, violento, islamofobo, razzista, che indaghiamo anche lui ? Ah, è morto nel 1321? Lo indaghiamo lo stesso post mortem… intanto non perdiamo tempo: leviamolo dai libri scolastici, anzi dai libri tout court, cancelliamo vie e piazze che gli sono dedicate… Però, sa, presidenta, c’è una grande associazione per la promozione della lingua italiana che si chiama proprio Dante Alighieri…Ma che lingua italiana… tanto c’è l’inglese… via anche quella…. Facile a dirsi, ma sa chi è il presidente della ‘Dante’? Andrea Riccardi, sa, ecc…ecc…… Ah, beh, per questo giro può restare, almeno fin quando c’è lui…

Inferno? Non ditelo neppure a Eugenio ScalfariMa come, ancora con queste favolette… perfino papa Francesco l’ha abolito, non lo considera più… me l’ha detto lui! Per rinfrescare la memoria di chi ci legge riproduciamo la risposta dello stesso Fondatore a una nostra domanda sui modi delle sue interviste, posta a Roma il 21 novembre 2013 presso la Stampa Estera: “Cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie. (…) Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite, il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge” (vedi www.rossoporpora.org “Scalfari: Ho attribuito al Papa alcune cose non dette”, rubrica papa Francesco). Difatti il pontefice regnante non ha mai smentito le cose riportate da Scalfari, anzi lo continua a coccolare…

Se è vero che Jorge Mario Bergoglio ha parlato talvolta dell’inferno (vedi ad esempio il “Convertitevi, ancora c’è tempo per non finire all’inferno!”, rivolto ai mafiosi durante l’incontro con ‘Libera’ del 21 marzo 2014), in diverse altre occasioni – specie recenti - l’ha addirittura implicitamente negato. Come il 23 agosto 2017, quando ha parlato dell’immagine della fine della storia come di “una immensa tenda dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro”, replicando l’11 ottobre 2017 quando ha rilevato che alla fine della storia c’è Gesù misericordioso e “tutto verrà salvato. Tutto”. Qui non si può non osservare che “tutto” comprende evidentemente “tutti”. Perciò niente inferno. Del resto, commentando il Vangelo della domenica come tradizione all’Angelus, Francesco ha preso l’abitudine di censurare i passi più duri, come – il 15 ottobre 2017 - il famoso “là sarà pianto e stridor di denti”.  L’impressione che se ne trae è che Jorge Mario Bergoglio la parola ‘inferno’ non la pronunci volentieri (forse perché – come dice lui – è un po’ furbo o perché effettivamente ci crede poco?). E ciò non fa altro che accrescere la gran confusione dottrinale che regna tra i cattolici (tra i catto-fluidi, no… quelli bevono o fingono di bere tutto e il contrario di tutto!)

Insomma… guardate un po’ dove ci ha portato Socci con il suo libro, intitolato “Amor perduto – L’Inferno di Dante per contemporanei”, edito dalla Piemme e in libreria da qualche giorno. Quell’ Amor perduto richiama l’Amor sbagliato di chi è condannato a subire le pene infernali: ha amato male, ha amato qualcuno o qualcosa senza elevare lo sguardo in alto. Dove sta (ultimo verso del ‘Paradiso’ e dunque del poema) l’Amor “che move il sole e l’altre stelle”.

Che cosa ha fatto Socci? Ha parafrasato con passione e raziocinio in italiano contemporaneo la cantica dantesca, l’ha “tradotta” – come scrive nella poderosa ‘Introduzione’ – per “dare accesso alla narrazione” e per “accendere il desiderio di affrontare il testo e conquistare la più mirabile poesia col cuore e con la mente”.

Rileva l’Autore, analizzando l’origine del poema: “Un’esperienza comune e meravigliosa come il primo grande amore giovanile è il fatto storico che Dante propone per raccontare l’inizio della conversione e dell’amicizia con Gesù, che scopre essere il vero, grande Amore della vita di ogni essere umano”. Del resto “è evidente che Dante, nella Commedia, parli proprio di Beatrice, che sia guidato a Dio dalla ragazzina che faceva battere il suo cuore di adolescente”. Come mai però Beatrice “ha spalancato a Dante la via della salvezza cristiana”? Socci privilegia un “fatto storico, dichiarato apertamente dallo stesso Dante: una visione di Beatrice dopo la morte della ragazza”, come si legge alla fine della Vita nuova.

Divina Commedia come storia di una conversione, “un cammino che ciascuno può sempre percorrere nella sua vita quotidiana”. Che incomincia con una cantica, l’Inferno, che “è certamente un pugno nello stomaco per l’attuale mentalità politically correct. I peccati e i peccatori che vi si trovano sono sottoposti a una condanna che oggi l’ideologia dominante rifiuta e addirittura trasforma nel suo contrario”.

Tra gli ospiti forzati dei gironi infernali anche “diversi Papi del suo tempo”. Dante “spara a zero – lui cattolicissimo – sulla corte pontificia e il ceto ecclesiastico”, compresi “diversi Papi”. Eh sì, osserva Socci a proposito di Dante, ma con parole incise certo nella sua carne di toscano tuttofuoco: “Proprio il suo cattolicesimo gli consentiva questa assoluta libertà dal clericalismo e dal bigottismo”, perché “il vero cattolico sa distinguere la funzione dalla persona e sa che la persona – anche se ricopre il più alto ufficio ecclesiastico – non è affatto impeccabile e deve anch’essa salvarsi l’anima”. C’è qualcuno dei nostri lettori che trova in queste parole un zicchinin di riferimento all’attualità di Santa Marta? E in quest’altre? “Dante era un cattolico vero e per questo non poteva cadere nella papolatria”. Certo, osserviamo noi, Dante non era un turiferario… quelli li avrebbe messi a respirare incenso per l’eternità…

Continua Socci: “Va detto che cogliendo e denunciando, coraggiosamente, la crisi di autorevolezza spirituale dei papi del suo tempo, Dante metteva il dito nella piaga e coglieva precisamente - con la genialità dei profeti – l’origine di tutti i guasti e le sciagure che sarebbero piombati – da tale situazione – sui secoli successivi”. Dunque “il durissimo attacco di Dante non fu al papato, ma alle persone di alcuni papi in difesa del vero papato”. Non c’è dubbio che il messaggio di Socci è di una chiarezza cristallina…

Ci si potrebbe chiedere anche se “la trasformazione in prosa della più sublime poesia” non sia “una violenza”. Socci si pone la domanda e risponde così: “In fondo è molto peggio l’aver trasformato la Commedia ‘solo’ in un capolavoro letterario o in una sorta di museo per parrucconi, facendo dimenticare da secoli che è una strepitosa storia d’amore e che questa bellissima esplosione di entusiasmo per Dio vuole indicare a tutti la via della felicità”.

 

Per finire un paio di scampoli della ‘traduzione’ di Socci, da cui trapela quella passione anche civile che versa nei suoi articoli su Libero’ e nei suoi altri scritti.

(canto I, dopo l’incontro con le ‘tre bestie’ che ricacciano Dante verso la ‘selva oscura’): Quando si perde l’essere, ci si aggrappa all’avere. Scoprii che usura, lussuria e potere non erano solo un flagello sociale che devastava il mondo, ma costituivano anzitutto una tirannia crudele che avevo addosso, mi dominava e mi muoveva a suo arbitrio.

Così io, che pensavo di aver riconquistato la salvezza, di essere tornato a Dio con una semplice decisione della volontà, disilluso, di colpo capii che non era possibile quella via.

Il male aveva messo radici profonde in me e mi teneva avvinghiato, incatenando i miei pensieri, i miei istinti, il sentimento che avevo di me, lo sguardo sulle cose.

E tornava continuamente a trascinarmi giù, riportandomi nelle tenebre. Ero scoraggiato, ormai disperavo e stavo per mollare. Stavo di nuovo sprofondando nel buio della foresta. Ma proprio in quel momento feci un incontro imprevisto. Mi trovai davanti qualcuno che da lungo tempo avevo dimenticato.

(canto XXVI, discorso di Ulisse ai suoi compagni di viaggio). Io e i miei compagni eravamo vecchi e lenti nei nostri movimenti quando giungemmo a quell’angusto stretto dove Ercole – come segno – pose le rupi affinché l’uomo non si avventuri oltre. Lasciai alla mia destra Siviglia, alla mia sinistra Ceuta. Allora io dissi: “O fratelli che attraverso centomila pericoli avete raggiunto il confine occidentale del mondo, non vogliate negarvi, in questo breve tratto che vi resta della vostra vita, l’avventura più straordinaria: l’esperienza di quel mondo che sta oltre la linea dove tramonta il sole, là dove non c’è persona vivente. Considerate la dignità della vostra natura, o uomini: voi non siete venuti al mondo per vivere come animali, ma per seguire la vostra sete di verità e per realizzare il vostro grande destino”.

E su questo chiudiamo. Serena notte e buona lettura!