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A FATIMA CON GIOVANNI PAOLO II - 'Il CONSULENTE RE ONLINE' DI MAGGIO 2010 - DI GIUSEPPE RUSCONI

 

A dieci anni dalla beatificazione di Francisco e Jacinta Marto riproduciamo quasi integralmente il 'reportage' di Giuseppe Rusconi da Fatima, scritto in occasione del pellegrinaggio giubilare di Giovanni Paolo II per la beatificazione di due dei tre pastorelli, pubblicato su 'Il Consulente RE'  5/2000. Manca solo la parte riguardante il Terzo Segreto, oggi superata dagli eventi successivi a quella visita.

Il multicolore Recinto do Santuario è da molte ore in trepida ed orante attesa. Il sole è ormai alto. Sullo sfondo azzurro del cielo di maggio s’alza un volo di bianche colombe che , compiuto un giro di ruota quasi a mo’ di riverenza, si posano sul tetto della Capelinha dos Apariçoes. Si levano gli sguardi da sotto i grandi fazzoletti, i baschi, i cappelli di tipo sportivo: sui volti il sorriso compiaciuto di chi si sente confermato nella Speranza. Di lì a poco la statua bianca della Madonna di Fatima, posta su un cuscino bianco di garofani, lascerà la Cappella per percorrere il lungo recinto e approdare, portata a spalla, all’altare davanti al Santuario. Un itinerario trionfale, tra lanci di petali di rosa e sventolio di fazzoletti bianchi, tra acclamazioni ritmate e canti mariani. Come era stato la sera precedente per l’arrivo del Papa, come era stato per la suggestiva fiaccolata, come era stato poco prima per il saluto mattutino di Giovanni Paolo II alla folla, come sarebbe stato di lì a tre ore per il ritorno della Madonna nella Cappella.

Ecco, la Speranza. E la sua espressione gioiosa, tanto più significativa se si pensa che, nella moltitudine immensa raccolta anche ben oltre il recinto del Santuario, non pochi erano i malati nel corpo e gli angustiati nell’anima. Un’allegria contagiosa, frutto anche di un senso profondo di ringraziamento per aver potuto essere presenti quel giorno a vivere un’esperienza comunitaria che certo sarà balsamo per tante ferite. Essere là, con i volti rugosi di pescatori e contadini, con i volti giovani e luminosi di ragazzi e ragazze, con i volti stanchi ma fieri di anziani e anziane, con i volti stressati di professionisti e impiegati, con i volti candidi delle suore e quelli giocosi dei francescani. Fede e commozione, l’inginocchiarsi cui non puoi sottrarti, il ritratto ben alto dei tre pastorinhos, le bandierine bianco-gialle del Papa entre nos, il canto come espressione di letizia… quel canto religioso popolare, semplice e melodioso che non ha bisogno di orpelli e bizzarrie per raggiungere il cuore di chi lo ascolta e poi s’unisce al coro.

Che cos’è Fatima? Suggestione collettiva, imbroglio colossale, residuo di bigottismo, manifestazione della Chiesa demodée che sfrutta la buona fede di poveri ignoranti? Per chi la conosce per antica frequentazione, ma anche per chi l’ha vissuta in questo tredici maggio giubilare, niente di tutto questo. Fatima diventa invece primavera della Chiesa, elemento di rinascita in un mondo secolarizzato che ha conosciuto nell’ultimo secolo tanti ateismi: la barbarie del laicismo massonico in Messico e in Spagna, del comunismo di tutte le tonalità di rosso in tanti Stati, del brutale paganesimo nazista, del nazionalismo esasperato di ogni colore che conduce alle fosse comuni. E ora conosce un altro tipo di sostanziale ateismo, che non si esprime attraverso le guerre, ma insidiosamente – tramite mode e massmedia – penetra le nostre vite cercando di convincerci che vivere senza Dio è razionale. Fatima è la reazione positiva che coinvolge il popolo cattolico, quello che non si lascia piegare perché sa distinguere l’essenziale dai lustrini, l’eterno dall’effimero. Quello che sa pregare e non si vergogna di cantare a voce alta le lodi alla Madonna.

Giovanni Paolo II conosce la realtà di Fatima. Anche per ragioni personali. Ed è convinto della necessità di Fatima per il futuro della Chiesa. Vi era stato un anno dopo l’attentato di piazza San pietro, dieci anni dopo l’attentato e oggi, in pieno giubileo. Non era previsto quest’ultimo viaggio nel calendario ufficiale. Solo a febbraio il Papa ha deciso: la beatificazione dei due pastorinhos morti in giovane età sarebbe avvenuta proprio là, nel loro fazzoletto di terra, in quello che era un piccolo borgo della campagna portoghese, in una zona ricca di influssi cristiani, ebraici. Musulmani. Luce, Lusitania, Lucia, la Cova de Iria (luogo delle apparizioni della Bella Signora vestita di bianco e dal manto azzurro), forse derivata dal nome di Sant’Irene (pace in greco) martirizzata a pochi chilometri di distanza. Lo stesso nome di Fatima, di origine musulmana, ricorda quello della figlia prediletta di Maometto (e, secondo la tradizione, di una bellissima principessa mora di Alcàcer, presa prigioniera nel 1158 e poi convertitasi al cristianesimo).

Certo la beatificazione di Francisco e Jacinta Marto appare anomala nella storia della Chiesa; sono i due pastorelli, i primi bambini non martiri innalzati agli onori degli altari. Come dimostrano le molte testimonianze, hanno vissuto – dopo le apparizioni – da bambini molto maturi, coscienti dell’Incontro avuto. Quanti bambini sabato e domenica a Fatima, per la felicità anche del vecchio Papa che in loro ripone grande fiducia! Vestiti come Francisco, Jacinta, Lucia o in divisa da scout o in bianco con fazzoletto azzurro hanno acclamato Giovanni Paolo II, il nonno che fa tanta tenerezza. Addirittura all’arrivo all’aeroporto militare di Lisbona, una frugoletta ha tentato di arrampicarsi sul suo braccio; il Papa ha cercato di sollevarla, l’hanno fatto altri; e, giunta ad altezza di viso, l’ha tenuta stretta per lunghi secondi.

Bambini Francisco, Jacinta e Lucia perdipiù analfabeti. E’ un bagno d’umiltà  per tutti noi che pensiamo sempre – anche solo nel segreto della nostra mente – che, siccome abbiamo studiato un po’, meritiamo di più. No, Dio per i suoi messaggi si serve anche di chi apparentemente è il meno adatto a capirli. Che ne sapevano i pastorinhos di Russia e di comunismo? Eppure la Madonna li ha resi messaggeri, eppure sono stati – con la loro vita – esempi di fede da imitare. E quando là, sulla grande facciata del Santuario, i volti e poi le persone di Francisco e Jacinta si sono disvelati – nel mentre gradualmente si ripiegavano le grandi bandiere vaticana e portoghese, prima loro sovrapposte – quanti con emozione hanno reso omaggio con applausi, lacrime e canti ai piccoli-grandi strumenti della Volontà Divina…

Cantemos alegres a uma so voz

Francisco e Jacinta, rogai por nos.

 

Salve, salve, Pastorinhos

Nosso encanto e alegria,

Salve, Salve, Pastorinhos

Predilectos de Maria.

 

Cantemos alegres a uma so voz,

Francisco e Jacinta, rogai por nos.

 

Un altro momento di grande partecipazione si è avuto il venerdì nel tardo pomeriggio, quando il Santo Padre è giunto in elicottero a Fatima. Trasferitosi in papamobile, tra le acclamazioni della folla, alla Capelinha, Giovanni Paolo II ha compiuto due gesti che resteranno a lungo nella memoria dei presenti. Dapprima la preghiera silenziosa per sei minuti, inginocchiato davanti alla Madonna: un atto di ringraziamento in un recinto dove mezzo milione di persone improvvisamente tacevano (si sentiva solo il rumore di un elicottero) e pregavano insieme con il Papa. Dimenticando per un (lungo) momento il frastuono del mondo e rivalutando il valore del colloquio intimo con Dio. Poi il dono dell’anello, con inciso da una parte il motto mariano Totus tuus: un oggetto – come ha detto sull’aereo del ritorno Joaquin Navarro Valls – particolarmente caro al polacco Karol Wojtyla. Ha voluto lasciarlo in eredità alla sua Madonna. Come la pallottola – deviata però da una mano materna - con cui Alì Agca quell’altro 13 maggio aveva tentato di ucciderlo.

Molti dei presenti erano arrivati in anticipo di almeno un giorno. Un po’ per occupare i posti migliori in vista del pellegrinaggio papale, un po’ per poter pregare di più accanto alla Bella Signora. Venuti con ogni mezzo, non pochi a piedi, l’ultimo chilometro carponi nel fango come è capitato a chi è giunto il giovedì, quando su Fatima pioveva a dirotto. Tante le tende, parecchie coperte con teloni di plastica a causa del maltempo; tante le cucine da campo con attorno famigliole e gruppi di giovani. La tenda, simbolo del pellegrinaggio in senso reale e metaforico, del nostro essere dentro questo mondo sì, ma di passaggio. Venuti con una fiaccola (molte ne abbiamo viste al margine del corridoio papale ), simbolo della luce che strappa il velo delle tenebre.

Qualcosa differenzia il santuario di Fatima da altri santuari: per un chilometro attorno non ci sono ambulanti, bancarelle, negozietti vari. Certo non esiste presso la Capelinha quel  mondo variopinto di commercianti che a volte superano – si presume avendone il permesso – il limite della ragionevolezza e soffocano basiliche e santuari con le loro chincaglierie. Fatima da questo punto di vista è un santuario austero, in cui si è invitati alla preghiera. E può darsi ci si senta meglio.

Dalla moltitudine di ogni età e di ogni classe sociale convenuta a Fatima giunge un messaggio di primavera cristiana, di rinascita della fede e della speranza. Le campane di Fatima oggi hanno una voce festosa, che incoraggia chi cerca e chi si crede senza futuro. L’ Ave Maria della campanina (che risuona tra l’altra proprio con le prime parole del cardinale Sodano sul contenuto della terza parte delle Rivelazioni ai pastorinhos) spinge a rassicurare tutti: Sub tuum presidium confugimus, Sancta Dei Genetrix