LIBANO/PIZZABALLA, RICCARDI – PAPA IN AFRICA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 aprile 2026
Un nuovo grave episodio di cristianofobia da parte israeliana, stavolta nel Libano meridionale. Una nota del patriarca Pierbattista Pizzaballa, a nome dei confratelli cattolici di Terra Santa. Andrea Riccardi sulla situazione in Libano, in un’intyervista a ‘La Stampa’. Alcuni passi dei discorsi e delle omelie pronunciati da papa Leone XIV nel lungo, complesso e significativo viaggio in Africa, ancora in corso.
L’ODIO ANTICRISTIANO, CONOSCIUTO ANCHE IN OCCIDENTE, FA PROSELITI IN ISRAELE - UN ALTRO GRAVE EPISODIO NEL LIBANO MERIDIONALE – LA NOTA DEL PATRIARCA PIERBATTISTA PIZZABALLA, A NOME DEGLI ORDINARI CATTOLICI DI TERRASANTA
Il 20 aprile 2026 la comunità internazionale ha saputo di un grave atto di intolleranza religiosa avvenuto nel villaggio di Debl, nel Libano meridionale occupato dall’esercito israeliano (IdF): con una mazza un soldato dell’Idf ha colpito la testa di una statua di Gesù Crocifisso. Una profanazione, frutto di un clima di presunta superiorità e di disprezzo malcelato alimentato in odio al cristianesimo in una frangia non così irrilevante dell’Israele ebraica (così come purtroppo accade anche in fasce soprattutto giovanili dell’Occidente cosiddetto cristiano). Ne sono dimostrazione diversi altri atti odiosi di cristianofobia avvenuti negli ultimi anni e mesi sia a Gaza (parrocchia della Sacra Famiglia) che a Gerusalemme (ad esempio sputi contro gli studenti del Seminario teologico armeno e sacerdoti vari, assalto a chiese, divieto al patriarca Pizzaballa e al Custode Ielpo di accedere al Santo Sepolcro la Domenica delle Palme), in Cisgiordania (ripetuti episodi di intolleranza), nel Libano occupato (vedi, oltre ad altre azioni di arroganza anticristiana, la morte sotto un bombardamento ripetuto il 9 marzo di padre Pierre El Raii, un ‘danno collaterale’ tra i tanti provocati dalla spietatezza delle truppe israeliane). Certo… poi sono arrivate le scuse ufficiali con l’annuncio di indagini (anche per l’ultimo caso del Cristo preso a mazzate), ma restano indignazione e un sapore amaro per un fenomeno che in Israele è indubbiamente in crescita, favorito anche dalla politica folle e sprezzante del diritto internazionale dello stesso governo Netanyahu.
Sulla profanazione di Debl l’Assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa ha emesso subito un comunicato giustamente indignato a firma del patriarca latino Pierbattista Pizzaballa: “Questo atto costituisce un grave affronto alla fede cristiana e si aggiunge ad altri episodi di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati dell’Idf nel Sud del Libano”. Inoltre “esso rivela una preoccupante lacuna nella formazione morale e umana, in cui anche la più elementare riverenza per il sacro e per la dignità degli altri è stata gravemente compromessa”. Si impongono perciò “un’azione disciplinare immediata e decisiva, un processo credibile di responsabilizzazione e chiare garanzie che tale condotta non sarà né tollerata né ripetuta”. Lo speriamo, ma di fronte a certi fenomeni derivati da ignoranza, fanatismo ideologico e perdita del senso del limite (come succede anche da noi), non ne siamo certi. Si evidenzia poi nella Nota di Pizzaballa che “per i credenti la Croce rimane una fonte di dignità, speranza e redenzione, nonché un invito a superare la violenza attraverso l’amore sacrificale. E’ proprio in questa luce che la Chiesa continua a proclamare che la vera pace non può nascere dalla violenza, ma deve rimanere, secondo le parole di papa Leone XIV, disarmata. Una pace che invita a rimettere la spada nel fodero”.
ANDREA RICCARDI SUL LIBANO, da un’intervista a La Stampa (a firma di Giacomo Galeazzi), 12 aprile 2026
Sull’odierna situazione in Libano, un Paese che ha conosciuto più volte in ottant’anni di vita la tragedia della guerra, anche civile, proponiamo a chi ci legge alcune riflessioni di Andrea Riccardi apparse sotto forma di un’intervista (a cura di Giacomo Galeazzi) su La Stampa del 12 aprile 2026. Le parole del fondatore della Comunità di Sant’Egidio sono introdotte da un titolo che bene le sintetizza (“Se crolla il Libano rischiamo una guerra senza fine”) e un sommario assai utile a una riflessione più ampia, che un tempo avrebbe causato discussioni accese, ma oggi trova di certo un consenso molto ampio (“I regimi non si abbattono con le bombe”). Qualche passo dell’intervista.
. Il pericolo del crollo del Libano è una catastrofe per il Medio Oriente. Il Libano è più grande del Libano come messaggio e la sua distruzione sarebbe un disastro irrecuperabile anche per Israele. Se il Libano crolla diventa impossibile la convivenza nell'intera area. Fare un deserto di altri attorno allo Stato ebraico cancella ogni equilibrio geopolitico e condanna tutti a una guerra senza fine.
. La caduta del Libano sarebbe una sentenza gravissima per il mondo. (…) Non c`è stabilità senza le minoranze. Anche i leader musulmani sanno che senza le minoranze saranno trascinati nel fondamentalismo. Serve una grande conferenza per salvare il Libano: con i Paesi del Medio Oriente e le 5 potenze con diritto di veto al consiglio di sicurezza dell'Onu. Una strategia unica di pace dal Golfo a Gaza che abbracci l'Iran e tenga conto della Turchia.
. Quello libanese è un dramma di lungo periodo. Ricordo Beirut nel 1982, i campi palestinesi di Sabra e Chatila rasi al suolo dagli attacchi delle falangi sotto lo sguardo dell'esercito israeliano. Ho visto il centro della capitale distrutto e nella cattedrale raccolsi un pezzo dell'iconostasi in frantumi e lo consegnai ai melchiti. Questa immagine di distruzione mi accompagna da allora, ma il popolo libanese ha sempre saputo rinascere dalle sue ceneri. Il Libano ha oggi un presidente che ha avuto il coraggio delle proprie responsabilità e che si trova a fare i conti con il gravoso problema del disarmo di Hezbollah.
. È un Paese che ha recuperato coscienza e unità. Il Libano come nazione è un segno di come vivere insieme. Sono riusciti finora a convivere nonostante il mezzo milione di palestinesi che dal 1948 sono lì in una situazione irrisolta. C'è poi un milione di siriani in un Paese con meno di sei milioni di abitanti e oggi con i bombardamenti israeliani i libanesi sono profughi nel loro stesso Paese. Sfollati da Nord a Sud. Bisogna difendere il Libano, se crolla significa che non si può più vivere insieme in Medio Oriente tra cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, curdi e iraniani, drusi e siriani.
. Hezbollah ha fatto parte dell'arco sciita con i suoi tiri mortali su Israele che non ha nulla da guadagnare dalla distruzione del Libano a meno che non voglia il deserto attorno a sé. L'equilibrio raggiunto in Libano non può polverizzarsi. Gran parte degli sciiti, i sunniti e i cristiani difendono insieme l'identità libanese. In questa età della forza il Libano non ha forza militare ma se si perde il Libano è una sentenza grave sul Medio Oriente.
. Il Pontefice è stato testimone con il suo primo viaggio di un Libano che risorge. Lancia appelli al mondo ma è anche solo. Interpreta il sentire profondo di chi è colpito dalla guerra ma anche delle opinioni pubbliche europee che assistono interdette a guerre che sembrano rapide ma si eternizzano. A cosa è servito alla Russia il conflitto in Ucraina? A nulla. I bombardamenti in Iran non distruggono il regime ma vite umane. Le guerre oggi non si vincono. L'Afghanistan insegna. Bisogna mettere insieme, negoziare senza condizioni. Le condizioni si pongono nel negoziato per passare dall'età della forza all'età del dialogo. Un pianeta così percosso dai conflitti scoppia.
. Il mondo soffoca senza il dialogo, per la tracotanza dei grandi poteri. Durante la Guerra fredda c'erano canali di dialogo e ci si parlava riservatamente. Oggi i conflitti sono commentati come il calcio. Tutto è pubblico ed enfatizzato: le parole fanno parte della guerra. Serve la lingua del dialogo. Siamo condannati a vivere insieme, l'altro non si può distruggere.
PAPA LEONE XIV IN AFRICA: ALCUNI PASSI DEI SUOI DISCORSI E DELLE SUE OMELIE
Mentre scriviamo, papa Leone XIV è ancora in Africa e sta raggiungendo l’ultimo dei quattro Paesi in programma nel suo viaggio molto significativo dell’attenzione che pone a un continente spesso molto sottovalutato. Partito il 13 aprile 2026 da Roma, ha visitato l’Algeria (ex-colonia francese, nord-ovest), il Camerun (ex-colonia tedesca, poi divisa tra francesi e inglesi, centro), l’Angola (ex-colonia portoghese, sud-ovest) e ora è nella Guinea equatoriale (ex-colonia spagnola, centro). Sono quattro Paesi con equilibri religiosi diversi – basti pensare all’Algeria in gran parte musulmana – e storie post-coloniali pure assai differenti (vedi ad esempio l’Angola della guerra civile e il Camerun, afflitto oggi da un’altra guerra civile di secessionisti anglofoni). Numerosi discorsi e omelie di un viaggio che fin dall’inizio ha attirato su di sé una grande attenzione internazionale a motivo degli attacchi sgangherati del presidente statunitense Donald Trump al capo della Chiesa cattolica, che da parte sua ha risposto senza le solite cortesie diplomatiche caratteristiche anche dell’atteggiamento della Santa Sede in casi simili. Della parte culminante dello scontro abbiamo riferito già nel Rossoporpora del 13 aprile 2026 (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1273-algeria-agostino-p-i-fux-papa-trump-papa-el-debate.html ).
. Sul volo Roma-Algeri, ai giornalisti, 13 aprile 2026: Dico una parola subito. Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per Sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso. È molto amato nella sua terra, come vedremo.
. Algeria, saluto del Papa al popolo algerino, monumento dei Martiri (Algeri), 13 aprile 2026: Cari fratelli e sorelle d'Algeria, la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom! Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione.
. In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione.
. A chi va in cerca di ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità, conflitti, Gesù ancora ripete la domanda che ha posto duemila anni fa: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). È una domanda fondamentale per tutti, a cui i morti che qui si onorano hanno dato la loro risposta: hanno perso la vita, ma in un altro senso, donandola per amore del proprio popolo. La loro storia sostenga il popolo algerino e tutti noi nel nostro cammino: perché la vera libertà non si eredita soltanto, si sceglie ogni giorno.
. Algeria, incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, Centro convegni Djamaa el Djazair (Algeri), 13 aprile 2026: In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri. Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati. In origine la parola sadaka significa giustizia: non tenere per sé, ma condividere ciò che si ha, è infatti una questione di giustizia. Ingiusto è chi accumula ricchezze e resta indifferente agli altri. Questa visione della giustizia è semplice e radicale: riconosce nell’altro l’immagine di Dio. Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri – questo l’Africa lo sa bene – distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo tutti insieme.
Camerun, incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, Palazzo presidenziale (Yaoundé), 15 aprile 2026: Il Camerun possiede le risorse umane, culturali e spirituali necessarie per superare le prove e i conflitti e avanzare verso un futuro di stabilità e prosperità condivisa. Bisogna che l’impegno comune a favore del dialogo, della giustizia e dello sviluppo integrale trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento. Come dicevo, i giovani rappresentano la speranza del Paese e della Chiesa. La loro energia e la loro creatività sono ricchezze inestimabili. Naturalmente, quando disoccupazione ed esclusione persistono, la frustrazione può generare violenza. Investire nell’istruzione, nella formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è allora una scelta strategica per la pace. È l’unico modo per contenere l’emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del Pianeta. È anche il solo modo di contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite, in modo sempre più drammatico.
Camerun, incontro per la pace con la comunità di Bamenda (parte anglofona del Paese, territorio in guerra), cattedrale di san Giuseppe, 16 aprile 2026: I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare.
Camerun, omelia Santa Messa, aeroporto internazionale di Bamenda, 16 aprile 2026: Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra: le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani. E alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.
. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene. Lo vediamo nella testimonianza degli Apostoli, così come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura: mentre le autorità del sinedrio interrogano gli Apostoli, li rimproverano e li minacciano perché essi stanno annunciando pubblicamente il Cristo, essi rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce» (At 5,29-30). Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose.
Camerun, discorso all’Università cattolica di Yaoundé, venerdì 17 aprile 2026: Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui.
Angola, incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, Palazzo presidenziale di Luanda, 18 aprile 2026: L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù “politiche”, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona. La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale.
. Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile.
. Ho parlato della gioia e della speranza che caratterizzano la vostra giovane società. In genere le si considera sentimenti personali, privati. Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi. Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario. Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà.
. Da questa alienazione ci libera la vera gioia, che non a caso la fede riconosce come dono dello Spirito Santo. Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza. La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie.
Angola, Regina Coeli al termine della Santa Messa, spianata di Kilamba, 19 aprile 2026: Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo.
. È motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente.
Angola, discorso al termine del Rosario, spianata antistante il santuario di ‘Mama Muxima’, 19 aprile 2026: È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio. Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé: “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. Così dice l’Inno a Mama Muxima, e continua: “Veniamo per chiedere la tua benedizione”.
