PAROLIN/MEDIO ORIENTE: NO A GUERRA PREVENTIVA, NON SI INCENDI IL MONDO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 4 marzo 2026
Un’intervista di grande spessore e importanza del cardinale Pietro Parolin ai media vaticani. Curata da Andrea Tornielli, evidenzia il degrado dei comportamenti nella politica internazionale, con la penalizzazione della diplomazia e il trionfo della forza bruta e dell’arbitrio.
La guerra scellerata che sta incendiando il Medio Oriente (e non solo, con conseguenze prevedibilmente pesantissime anche sulla quotidianità europea), scatenata in violazione brutale del diritto internazionale e in spregio totale di quello umanitario dai governi israeliano e statunitense, suscita grande dolore e grande preoccupazione nell’ambito cattolico. Papa Leone XIV nel dopo-Angelus di domenica primo marzo ha pronunciato parole chiare in materia: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace".
A far eco alle parole papali, rafforzandole e argomentandole, è uscita nei media vaticani - nel primo pomeriggio di mercoledì 4 marzo 2026 - un’intervista al capo della diplomazia pontificia, il cardinale Pietro Parolin. Realizzata da Andrea Tornielli, appare subito di grande chiarezza espositiva, di rilevante spessore e di importanza indubbia per comprendere i capisaldi e le linee direttrici che caratterizzano anche oggi la politica estera della Santa Sede. Dal titolo già molto significativo “Parolin: le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo” (un forte monito che non può essere sottovalutato), l’intervista merita di essere ben meditata soprattutto da chi detiene il potere decisionale a livello politico nel mondo. Certo non c’è da farsi troppe illusioni che i tanti governanti legati spesso a doppio filo agli interessi delle lobbies degli armamenti e di quella parte dell’economia che della guerra cinicamente e avidamente approfitta, rinuncino alle loro politiche folli e anche criminali. A seguire riproduciamo ampi stralci dell’intervista.
. (come vive il card. Parolin queste ore drammatiche?): Con grande dolore, poiché i popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando.
. (valutazione dell’attacco statunitense e israeliano all’Iran ): Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la seconda guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’ONU vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo Diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”.
Quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto. È certo, invece, che essa produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. (NdR: un’affermazione che abbiamo evidenziato in grassetto per la sua particolare importanza… è certo valida anche per altre guerre in corso, riteniamo anche quella in Ucraina…). Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace.
. (La guerra preventiva come giustificazione dell’attacco): Come rileva la Carta dell’ONU, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme (NdR: altra affermazione di chiarezza cristallina che abbiamo scelto di evidenziare in grassetto). È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato.
. (sulle massicce manifestazioni di piazza in Iran represse sanguinosamente nelle scorse settimane): (…) Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano. Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe.
. (sul declino del diritto internazionale e della diplomazia): È venuta meno la consapevolezza che il bene comune giova davvero a tutti, che cioè il bene dell’altro è un bene anche per me, pertanto la giustizia, la prosperità, la sicurezza si realizzano nella misura in cui tutti possono beneficiarne. Questo principio sta alla base della creazione del sistema multilaterale o di un progetto audace, come quello dell’Unione Europea. Questa consapevolezza si è affievolita, facendo crescere l’appetito per i propri interessi.
. (sulla crisi della diplomazia multilaterale ): Questo ha poi un’altra conseguenza: il sistema della diplomazia multilaterale nei rapporti tra gli Stati vive una crisi profonda, inter alia a causa della sfiducia che questi ultimi nutrono verso i vincoli legali che limitano la loro azione. Tale atteggiamento rappresenta l’altra faccia della volontà di potenza: il desiderio di agire liberamente, di imporre ad altri il proprio ordine, evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati, di vantaggi per sé e concessioni agli altri. Si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità. Purtroppo, vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra (lo ius in bello). Viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali. (…) Ancora più grave, sotto certi aspetti, è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze.
. (sulle proprie convenienze) Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”. Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese. Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. (…)
. (sulla speranza cristiana): I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto Uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace! Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace.
