TERRASANTA E NON SOLO: PAPA, PIZZABALLA, ZUPPI, BATTAGLIA, NUOVI MARTIRI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org - 9 settembre 2025
Dio non vuole la guerra, Dio vuole la pace: capovolto il ‘Dieu le vult’ di Urbano II e Pierre l’Ermite – Leone XIV e il presidente israeliano: differenze palesi – Pizzaballa e l’offensiva finale a Gaza - Zuppi a Montesole, la lettura dei nomi dei bambini israeliani e palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 – Una lettera vibrante del card. Battaglia sul tema della pace – Oggi la presentazione dei ‘Nuovi martiri’ di Accattoli e Fusco.
PAPA LEONE XIV, dall’Angelus, domenica 7 settembre 2025 al termine della messa con rito di canonizzazione di Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, (Piazza San Pietro) – DIO NON VUOLE LA GUERRA, DIO VUOLE LA PACE
. “All’intercessione dei Santi e della Vergine Maria affidiamo la nostra incessante preghiera per la pace, specialmente in Terra Santa e in Ucraina, (forte applauso degli ottantamila che gremivano festosamente la Piazza) e in ogni altra terra insanguinata dalla guerra. Ai governanti ripeto: ascoltate la voce della coscienza! Le apparenti vittorie ottenute con le armi, seminando morte e distruzione, sono in realtà delle sconfitte e non portano mai pace e sicurezza! Dio non vuole la guerra, Dio vuole la pace (applauso ancora più forte), e Dio sostiene chi si impegna a uscire dalla spirale dell’odio e a percorrere la via del dialogo”.
Dio non vuole la guerra, Dio vuole la pace. Nell’ascoltare domenica 7 settembre la parole inequivocabili, senza fronzoli, di papa Leone XIV ci è tornato spontaneo alla memoria il grido che papa Urbano II avrebbe pronunciato il 27 novembre 1095 a Clermont-Ferrand alla fine del discorso in cui bandì la Crociata per la riconquista di Gerusalemme: “Deus vulte!” (Dio lo vuole). Una chiamata alle armi fatta propria dal predicatore francese Pierre l’Ermite (patrono tra l’altro di Trevi nel Lazio), che trascinò diecimila cristiani( “Dieu le vult!”) a una crociata (‘dei pezzenti’) che fallì e fu seguita dalla prima crociata canonica tra i cui comandanti vi fu il mitico Goffredo di Buglione, primo sovrano nel 1099 della riconquistata Città Santa. Altri tempi, altre mentalità. Oggi la Chiesa, grazie anche agli ultimi Papi, dice il contrario. Purtroppo la sua voce è poco ascoltata dalla gran parte dei governanti, compresi quelli che si dicono cristiani (in primo luogo in Europa) e magari siedono devotamente in prima fila nelle grandi cerimonie a piazza San Pietro. La malapianta dell’ipocrisia non muore mai.
PAPA LEONE XIV E IL PRESIDENTE ISRAELIANO HERZOG (4 settembgre 2025): INCONTRO ISTITUZIONALE, CORTESIA DIPLOMATICA, UN COMUNICATO MINUZIOSO CHE LA DICE LUNGA
Giovedì 4 settembre 2025 papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Isaac Herzog, presidente dello Stato di Israele. L’annuncio dell’udienza aveva suscitato robuste polemiche, dalle quali però ci sembra saggio dissentire. Dapprima perché un Papa deve ricevere tutti, per mantenere aperti quegli indispensabili canali di dialogo che, se del caso, consentono di proporre vie di negoziato in presenza di conflitti e in ogni caso di proteggere la comunità cattolica nell’uno o nell’altro Paese. E poi: in base a quali criteri condivisi si riuscirebbe a scegliere chi incontrare e chi no? Tra i politici le anime belle generalmente latitano e tutti o quasi grondano di quelli che una volta la Chiesa chiamava ‘peccati gravi’. Come dicono a Roma - e come ci ricordava sempre il fondatore della Scuola Svizzera di Roma Alberto H. Wirth, uno svizzero tedesco romanizzato, albergatore intraprendente e mecenate - - “er più pulito c’ha la rogna’. Fondandosi su tale criterio sarebbe un’impresa impossibile accogliere o respingere ad esempio Putin e Zelensky, Von der Leyen e Macron, Tusk e Merz, Trump e Starmer.
Il Papa (molto serio nelle espressioni catturatee diffuse dalle foto ufficiali) ha dunque ricevuto anche il presidente di Israele, che come sempre si è poi confrontato su precisi punti concreti con il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, accompagnato dall’arcivescovo Richard Gallagher.
Per misurare la distanza esistente tra le parti è utile dapprima prendere nota delle dichiarazioni post-udienza del presidente israeliano: “Ringrazio dal profondo del cuore papa Leone XIV per l’accoglienza molto calorosa (NdR: ribadiamo che dalle foto diffuse da parte vaticana il Papa appare sempre molto serio) ricevuta in Vaticano, Soprattutto, Israele si sta impegnando in ogni modo possibile per restituire tutti gli ostaggi tenuti in crudele prigionia dagli assassini di Hamas (…) I leader religiosi e coloro che scelgono percorsi pacifici devono unirsi nel chiedere l’immediato rilascio dei rapiti, come primo e fondamentale passo verso un futuro migliore per l’intera regione (…) Lo Stato di Israele si impegna per la libertà religiosa di tutte le fedi ed è determinato a continuare a lavorare per la pace, la tranquillità e la stabilità in tutta la regione. Israele è orgoglioso della sua comunità cristiana e si impegna a garantirne la sicurezza e il benessere”. Israele “anela al giorno in cui i popoli del Medio Oriente, i Figli di Abramo, vivranno insieme in pace, collaborazione e speranza” (…) L’ispirazione e la leadership del papa nella lotta contro l’odio e la violenza e nella promozione della pace in tutto il mondo sono apprezzate e vitali”. Poi l’auspicio finale: bisogna “approfondire la nostra cooperazione per un futuro migliore, di giustizia e compassione”. Nessun riferimento a Gaza, al cessate-il-fuoco, al diritto umanitario, ai due Stati, alla Cisgiordania.
In larga parte diversi i contenuti del comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, insolitamente lungo e dettagliato, un vero e minuzioso catalogo di aspetti critici nelle relazioni con Israele. Lo rileggiamo:
“Nel corso dei cordiali colloqui (NdR: cordiali, aggettivo che non segnala una particolare empatia tra le parti) con il Santo Padre e in Segreteria di Stato, è stata affrontata la situazione politica e sociale del Medio Oriente, dove persistono numerosi conflitti, con particolare attenzione alla tragica situazione a Gaza. Si è auspicata una pronta ripresa dei negoziati affinché, con disponibilità e decisioni coraggiose, nonché con il sostegno della comunità internazionale, si possa ottenere la liberazione di tutti gli ostaggi, raggiungere con urgenza un cessate-il-fuoco permanente, facilitare l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari nelle zone più colpite e garantire il pieno rispetto del diritto umanitario, come pure le legittime aspirazioni dei due popoli. Si è parlato di come garantire un futuro al popolo palestinese e della pace e stabilità della Regione, ribadendo da parte della Santa Sede la soluzione dei due Stati, come unica via d’uscita dalla guerra in corso. Non è mancato un riferimento a quanto accade in Cisgiordania e all’importante questione della Città di Gerusalemme. Nel prosieguo dei colloqui, si è convenuto sul valore storico dei rapporti tra la Santa Sede e Israele e sono state affrontate anche alcune questioni riguardanti i rapporti tra le Autorità statali e la Chiesa locale, con particolare attenzione all’importanza delle comunità cristiane e al loro impegno in loco e in tutto il Medio Oriente, a favore dello sviluppo umano e sociale, specialmente nei settori dell’istruzione, della promozione della coesione sociale e della stabilità della regione”.
Come si nota, nel comunicato vaticano emergono tutti gli aspetti della complessa situazione in Terrasanta, compresi quelli che segnalano la disumanità che pervade la reazione militare israeliana al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e che insistono sulla necessità di garantire un futuro degno al popolo palestinese attraverso la soluzione dei due Stati. Da rilevare anche il riferimento “a quanto accade in Cisgiordania” (una vera e propria pulizia etnica) e alla delicata e annosa questione dello status di Gerusalemme.
PIZZABALLA SULL’OFFENSIVA ISRAELIANA A GAZA CITY, DALLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA CON IL PATRIARCA GRECO-ORTODOSSO TEOFILO III, 26 agosto 2025
Dopo gli annunci israeliani di un’offensiva finale contro Gaza City il cardinale patriarca Pierbattista Pizzaballa ha stilato il 26 agosto 2025 una dichiarazione di protesta insieme con il patriarca greco-ortodosso Teofilo III. La riportiamo integralmente.
. Qualche settimana fa, il governo israeliano ha annunciato la sua decisione di prendere il pieno controllo della città di Gaza. Negli ultimi giorni, i media hanno ripetutamente riferito di una massiccia mobilitazione militare e dei preparativi per un’imminente offensiva. Le stesse notizie indicano che la popolazione della città di Gaza, dove vivono centinaia di migliaia di civili - e dove si trova la nostra comunità cristiana - sarà evacuata e trasferita a sud della Striscia. Al momento della presente dichiarazione, sono già stati emessi ordini di evacuazione per diversi quartieri della città di Gaza. Continuano ad arrivare notizie di pesanti bombardamenti. Si registrano ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell'inizio dell’operazione. Sembra che l'annuncio del governo israeliano secondo cui «si apriranno le porte dell'inferno» stia effettivamente assumendo contorni tragici. L’esperienza delle passate campagne a Gaza, le intenzioni dichiarate dal governo israeliano riguardo all'operazione in corso e le notizie che ci giungono dal terreno dimostrano che l'operazione non è solo una minaccia, ma una realtà che è già in fase di attuazione.
. Dallo scoppio della guerra, il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia sono stati un rifugio per centinaia di civili. Tra loro ci sono anziani, donne e bambini. Nel complesso latino ospitiamo da molti anni persone con disabilità, assistite dalle Suore Missionarie della Carità. Come gli altri abitanti della città di Gaza, anche i rifugiati che vivono nella struttura dovranno decidere secondo coscienza cosa fare. Tra coloro che hanno cercato riparo all’interno delle mura dei complessi, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo motivo, i sacerdoti e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi.
. Non sappiamo esattamente cosa accadrà sul posto, non solo per la nostra comunità, ma per l'intera popolazione. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo già detto: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Facciamo eco alle parole pronunciate pochi giorni fa da Papa Leone XIV: «Tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato» (Discorso al gruppo di rifugiati delle Chagos, 23.8.2025).
. Non è questa la giusta via. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili.
. È tempo di porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone. C’è stata abbastanza devastazione, nei territori e nella vita delle persone. Non vi è alcuna ragione che giustifichi tenere dei civili prigionieri o ostaggi in condizioni drammatiche. È ora che le famiglie di tutte le parti in causa, che hanno sofferto a lungo, possano avviare percorsi di guarigione.
. Con uguale urgenza, facciamo appello alla comunità internazionale affinché agisca per porre fine a questa guerra insensata e distruttiva, e affinché le persone scomparse e gli ostaggi israeliani possano tornare a casa.
. “Sui sentieri della giustizia si trova la vita, la sua strada non va mai alla morte” (Proverbi 12,28). Preghiamo affinché tutti i nostri cuori si convertano, per camminare sui sentieri della giustizia e della vita, per Gaza e per tutta la Terra Santa.
ZUPPI: LA LETTURA A MARZABOTTO DEI NOMI DEI BAMBINI PALESTINESI E ISRAELIANI UCCISI DAL 7 OTTOBRE 2023 Al 15 LUGLIO 2025
Un’iniziativa non nuova (ormai una tradizione per comunità come Sant’Egidio o Papa Giovanni XXIII) quella di leggere i nomi dei bambini morti per guerre o naufragi. Tuttavia stavolta l’iniziativa ha riscosso una vasta eco mediatica sia per l’appartenenza dei bambini morti che per il luogo in cui la lettura è stata fatta. Anche per il giorno scelto, la vigilia della festa dell’Assunzione e per il fatto che la cerimonia è stata introdotta dall’arcivescovo di Bologna (ordinario del luogo) che è anche presidente della Conferenza episcopale italiana.
E’ così che giovedì 14 agosto 2025, presso i ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia a Monte Sole (Marzabotto) sono risuonati nomi, cognomi, età di 12211 bambini palestinesi e 16 israeliani morti assassinati da Hamas o sotto le bombe o le raffiche israeliane, a partire dal 7 ottobre 2023 e fino al 15 luglio scorso. I nomi degli israeliani sono stati forniti da Haaretz, quelli dei palestinesi dal Ministero della Salute di Gaza (lista riportata anche dal Washington Post). L’iniziativa è stata promossa dal cardinale Matteo Maria Zuppi insieme con Paolo Barabino, odierno superiore della Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata da don Giuseppe Dossetti agli inizi degli Anni Cinquanta. Zuppi, dopo alcune riflessioni, ha letto le prime centinaia di nomi. La lettura è stata perfezionata dai membri della ‘Piccola Famiglia’.
Il luogo era particolarmente significativo, Monte Sole nell’Appennino bolognese, dove tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 si compì una delle più orrende stragi naziste in Italia, con l’assassinio di circa 770 civili (201 furono massacrati nella chiesa dell’Assunta e nel vicino cimitero della frazione di Casaglia, comune di Marzabotto).
Dalla riflessione iniziale del cardinale Zuppi estrapoliamo alcuni passi significativi.
. Questo è un momento di preghiera. La preghiera non ci porta fuori dal mondo ma dentro. La sofferenza diventa intercessione, perché la creazione e le creature chiedono vita, futuro, speranza. Non chiedono guerra, ma pace! Ogni nome di bambini uccisi è una richiesta a Dio, ma anche agli uomini, perché li ascoltiamo, ci lasciamo toccare dall’ingiustizia che ha travolto la loro fragilità. La loro morte, di tutti loro e di ognuno, susciti le lacrime di commozione e le scelte finalmente lungimiranti di pace e non tragicamente opportunistiche. Non c’è classifica nel dolore. Siamo qui per chiedere che nella Terra Santa ogni persona, a cominciare dai più piccoli, non perda la sua vita per colpa di suo fratello.
. In questo luogo, dove il tempio di Dio che è ogni persona venne profanato dalla violenza e il sangue di Abele sparso, oggi sentiamo la voce del sangue di nostro fratello che grida da tanti suoli della terra (Gen. 4,10), quel grido che Dio fa suo e che gli uomini ignorano, non considerano. Questo è un luogo di tenebre e di luce, di morte e di vita, di strage degli innocenti e di speranza sul mondo, di tante Rachele che piangono i propri figli che non sono più, e di luce della vita che non finisce.
Qui sentiamo chiaro il giudizio di Dio sulla nostra vita, giudizio di cui abbiamo bisogno perché non ci crediamo tranquilli nelle nostre sicurezze, senza vergogna per quello che accade, banalmente prigionieri del miope e colpevole egocentrismo. Il giudizio è in realtà di due domande, con le quali noi dobbiamo fare i conti e sta a noi trovare la risposta che ci fa capire, cambiare, lasciarci amare. La prima: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Dio custodisce Abele e difende sempre la fraternità. Noi? E la seconda: “Che hai fatto?”, come hai potuto farlo, ma anche “cosa non hai fatto quando mi hai visto che avevo fame, sete, ero nudo, carcerato, malato?”. “Dove sei tu, dove sta il tuo cuore?”. Sentiamo fratelli tutti tutti questi piccoli. Il giudizio di Dio non si addomestica, non asseconda nessuna delle nostre giustificazioni o convinzioni, i calcoli cinici, le ossessioni blasfeme, ci aiuta a rientrare in noi stessi, interrogandoci sul nostro fratello per capire chi siamo, per ritrovarlo.
. Questo luogo lo volle il Cardinale Biffi quarant’anni fa per affidarlo alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, nata dal carisma di don Giuseppe Dossetti. In quell’occasione volle dirgli “col nostro grazie, la stima e l’affetto che nutriamo per lui” e affidare “il compito dell’azione di suffragio per quanti hanno imporporato del loro sangue tutta la nostra regione…; il compito della preghiera per la concordia dei popoli e delle fazioni, e per la conversione dei cuori; il compito dell’annuncio a quanti qui verranno, della pace vera, che è la pace messianica portata da Cristo”. Ecco perché oggi, con tanto disorientamento nel cuore, siamo qui, per scendere nell’abisso di questa disperazione, per comprenderne le responsabilità, per trasformare i segni dei tempi in segni di speranza, per chiedere che non perdano la vita altri innocenti.
. Davanti a questo orizzonte largo e spirituale, sentiamo necessario liberarci dai chiacchiericci pieni di vanità e di insolente superficialità, dalle polarizzazioni ignoranti, interessate e presuntuose, dalle pavidità colpevoli, dagli odi e dalle parole che coltivano rancore e vendetta, da letture politiche interessate e meschine che offendono e deformano la verità, dalle enfasi nazionalistiche che tradiscono l’esigenza di fratellanza, di fratellanza universale e di rispetto sacro per ogni persona. Qui tutti i giorni si prega per tutte le vittime del fratello che alza le mani su suo fratello. Qui non si è di parte, ma si cerca, si trova e si sceglie l’unica parte che è quella di Dio ed è quella di ricostruire la fraternità, che può salvare l’uomo dal distruggere se stesso.
. Non uccidere! Non uccidere! Ascoltiamo anche noi gli angeli di questi piccoli la cui sofferenza è portata a Dio. Ogni bambino è innocente. “I figli degli assassini non sono assassini, sono bambini”, ricordava Wiesel. Il Qohelet Rabbah (7:1:3) dice che ogni essere umano ha tre nomi. “Uno con cui è chiamato dal padre e dalla madre; uno con cui gli altri lo chiamano; e uno con cui è chiamato nella memoria dell’umanità”. Ogni persona è un nome, il suo e nostro nome! Oggi li ricordiamo perché nessuno può essere mai un numero, una statistica! Per questo pronunceremo uno ad uno i loro nomi ad iniziare dagli uccisi il 7 ottobre dalla follia omicida di Hamas, dalla quale bisogna prendere le distanze, come da qualsiasi ideologia o calcolo che riduce l’altro a un oggetto, a qualcosa di residuale, a un nemico.
Essi chiedono di impegnarci tutti a trovare o perseguire con più intelligenza e passione la via della pace, iniziando dal cessate il fuoco e da offrire le condizioni per farlo, dalla liberazione degli ostaggi al non prendere in ostaggio un intero popolo. La domanda che ci deve inquietare è: “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?”. Dostoevskij scriveva: “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola piccola lacrima di bambino. Essa peserà sempre. Quella sola piccola lacrima di un bambino”. Il loro pianto, e quello dei loro cari, possa risvegliarci tutti, susciti l’intelligenza creativa e abile per costruire la pace, rafforzi la diplomazia e chi cerca il dialogo, difenda il rispetto indiscusso dei diritti perché il loro sacrificio sia seme di pace e inizio di una fraternità ritrovata. Il nome di Dio è nome di pace. Sia così.
CARD. DOMENICO BATTAGLIA, ARCIVESCOVO DI NAPOLI: UNA VIBRANTE LETTERA APERTA SUL TEMA DELLA PACE, 8 luglio 2025
Sul sito dell’arcidiocesi di Napoli l’8 luglio 2025 è apparsa una lunga e vibrante lettera aperta del cardinale arcivescovo sul tema della pace. Riteniamo di interesse per i nostri lettori riprodurne alcuni stralci.
( …) A voi che impugnate le leve del potere – governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio. Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo.
Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.
E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano. (…)
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.
Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte. (…)
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.
Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo. Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.
P.S. I ‘NUOVI MARTIRI’ DI ACCATTOLI E FUSCO
Alle 17.00 di oggi, martedì 9 settembre 2025, verrà presentata presso la Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina l’ultima fatica dei colleghi Luigi Accattoli e Ciro Fusco dal titolo: “Nuovi martiri – 443 storie cristiane nell’Italia di oggi” ( San Paolo) con prefazione del segretario della Cei mons. Giuseppe Baturi. Relatori – moderati da Emilia Flocchini - saranno il card. Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei Santi e don Angelo Romano, rettore della Basilica, conosciuta come tempio dei nuovi martiri. Il volume aggiorna con 50 nuovi nomi quello pubblicato per il Giubileo del 2000, che ne conteneva 393, prova del fatto che il martirio è sempre attuale. Non solo nelle terre di missione tradizionali, ma anche in Italia e riguarda – evidenziano gli autori – soprattutto chi ha voluto essere testimone di fede e di giustizia in tempi e luoghi ad alto rischio.
