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QUELLA NOTA ANDAVA SCRITTA: LA CONFERMA DI PAROLIN (CON PREMESSA)- di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 25 giugno 2021

 

Qualche considerazione sull’intervista del Segretario di Stato a ’Vatican News’ del 24 giugno – Nella premessa i violenti attacchi all’Ungheria da parte dell’Ue e il gravissimo episodio di Monaco di Baviera, quando un attivista ha sventolato la bandiera lgbt in faccia ai giocatori ungheresi che stavano cantando l’inno nazionale.

PREMESSA: PIENA SOLIDARIETA’ ALL’UNGHERIA – IL GRAVISSIMO EPISODIO DI MONACO DI BAVIERA

 

In questi giorni è stata impressa un’accelerazione molto preoccupante all’ l’offensiva sfrontata e su vari fronti della nota lobby a livello continentale. Anche il mondo calcistico, sensibile ormai più all’andamento delle azioni in borsa che ai valori sportivi, sta cedendo vergognosamente al ‘politicamente corretto’. Basti pensare ad esempio al fatto- per restare in Italia - che la Juventus ha colorato di arcobaleno il suo logo bianco-nero, che il Milan ha distribuito 600 magliette rosso-nere con logo arcobaleno al personale medico milanese, che perfino Palermo e Bari hanno tinto di arcobaleno il loro logo: ci pensino i tifosi a reagire vigorosamente contro tale imposizione totalitaria che contribuisce a dare un’ulteriore picconata alla credibilità anche del calcio.

Gravissimo poi quanto avvenuto mercoledì 23 giugno allo stadio di Monaco di Baviera, dove si incontravano l’altezzosa Germania e l’Ungheria, piccola ma dal grande cuore. Non solo ai tifosi sono state distribuite bandierine lgbt, non solo il capitano della nazionale germanica Manuel Neuer ha voluto di nuovo indossare la fascia di capitano in versione arcobaleno. No, ci mancava anche l’irruzione di un attivista con maglietta germanica: in segno di sfregio ha voluto sventolare in faccia agli ungheresi che stavano cantando l’inno nazionale una grande bandiera lgbt. Un episodio tanto vergognoso quanto preoccupante, da imputare sia all’Uefa (in giornata la stessa Uefa aveva reso arcobaleno il suo logo) che al servizio d’ordine germanico (tonto o complice?). Ci viene da dire che quando i germanici si innamorano della teoria dell’ ‘uomo nuovo’ (come è quello voluto dalla nota lobby) inducono a pensieri tristi e fanno paura. Come dimostra la storia del Novecento.

Piena e convinta solidarietà all’Ungheria non solo per il gravissimo episodio di Monaco ma per l’ondata di attacchi violenti e ‘politicamente corretti’ che le vengono portati dall’Unione europea a causa di una legge rigorosamente anti-pedofilia e per la protezione dei minori dall’indottrinamento dei gruppi lgbt votata il 15 giugno dal Parlamento di Budapest. La nota lobby totalitaria e liberticida in materia di famiglia e di vita (generosamente finanziata da altrettanto noti filantropi come George Soros) trionfa a livello di commissione (per tutti la germanica Von der Leyen), a livello di capi di governo (incredibilmente arrogante in particolare l’olandese Rutte, quello dell’Olanda di Amsterdam, che fa strame del diritto alla vita), a livello di parlamento europeo, presieduto da tale David Sassoli, pd (ieri è stata approvata a maggioranza una risoluzione – non vincolante, ma ugualmente ‘pesante’ – che definisce l’aborto un diritto umano, limita in materia l’autonomia degli Stati, intacca gravemente l’obiezione di coscienza).

Il tentativo è quello di ridurre l’Ungheria a colonia ideologica dell’Ue oltre che di intimidire gravemente il dissenso su questioni antropologiche in tutti i Paesi comunitari (vedi il famigerato ddl Zan in Italia). A questo punto: Forza Ungheria, non lasciarti sopraffare!  E, per l’Italia, un grande incoraggiamento a tutte le realtà che lottano in materia di vita e famiglia contro l’imposizione della sovversione antropologica: in prima fila le organizzazioni come Provita&Famiglia, la cui sede nazionale romana è stata imbrattata l’altra notte dai soliti ‘tolleranti’ e che scende in piazza con manifestazioni creative per sensibilizzare sul pericolo del bavaglio in tutto il Paese (vedi www.provitaefamiglia.it )

 

PAROLIN: “PACTA SUNT SERVANDA”

 

Giovedì 17 giugno 2021, cogliendo l’occasione della presentazione in Sala Stampa di un incontro vaticano su fede e scienza, l’arcivescovo Paul Gallagher ha trasmesso all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Pietro Sebastiani una ‘Nota’ diplomatica verbale a proposito del testo del disegno di legge Zan cosiddetto “contro l’omotransfobia, ecc…”. Martedì 22 giugno la Nota è stata pubblicizzata con grande evidenza (come logico) dal Corriere della Sera a firma di Giovanni Viafora  (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1023-ddl-zan-nota-diplomatica-della-santa-sede-il-coraggio-della-verita.html )

L’intervento vaticano ha suscitato ha suscitato un gran vespaio di commenti tra politici, giuristi, studiosi di varia estrazione e anche tra le tonache. Se i cardinali Camillo Ruini e Giovanni Battista Re hanno evidenziato la legittimità della nota così come il vescovo Antonio Suetta di Sanremo-Ventimiglia, altri – naturalmente ben selezionati dai media del ‘politicamente corretto’ – hanno espresso critiche anche dure. Ci sono storici che hanno evidenziato come la mossa della Segreteria di Stato (“più che altro di ambienti italiani” della stessa)  sia “molto rara nelle relazioni tra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l’incontro” e che “i rischi di questo linguaggio diplomatico sono quelli che la Santa Sede si schieri con una parte politica” (NdR: però qui ci si affacciano subito alla mente certi ‘pronunciamenti’ sinistri di papa Bergoglio a proposito di migranti…).

Qualche tonaca – di comprovatissima, certissima, notissima e riconosciutissima cultura in materia di diritto internazionale, costituzione italiana, codice canonico – ha sentenziato:  “Quella nota non andava scritta” (qui risuona un’eco vagamente manzoniana) e ha aggiunto: “Il ddl Zan non c’entra niente con il Concordato”. I maligni potrebbero essere indotti, pardon, abbandonati alla tentazione di porsi una domanda: quanto sono innocenti i siluri lanciati dalla tonaca contro la Segreteria di Stato?  

Ieri, giovedì 24 giugno, il Segretario di Stato ha risposto su Vatican News tramite un’intervista di Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione. In sintesi: diversamente da quanto si è letto in queste ore (leggi: quando si scambiano i desideri per la realtà e perciò si manipola la comunicazione), il cardinale Pietro Parolin non ha fatto nessuna “retromarcia”, nessuna “frenata”, ma ha confermato la ‘Nota’ sia nei tempi che nei contenuti. Rilevando esplicitamente, all’indirizzo del Governo italiano a proposito di Concordato e della tutela della libertà religiosa, di opinione e di organizzazione della Chiesa (e non solo), che “pacta sunt servanda”.

Entriamo nei dettaglio delle risposte del Segretario di Stato vaticano, caratterizzate da una garbatezza diplomatica che può trarre in inganno chi scorre il testo con superficialità o in malafede.

1. La Nota è “un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato”. Resta il fatto che la Nota c’è, con i suoi contenuti che non possono sbianchettati. Questo è quello che conta, mentre discettare su chi e perché l’ha passata al Corriere della Sera è puro esercizio da salotto, buono a riempire le pagine dei giornaloni.

2. Parolin aveva messo in conto che potessero esserci “reazioni”.

3. Il cardinale ha sottolineato che l’intenzione non era quella di “bloccare la legge”, nel cui testo tuttavia si evidenziano contenuti “vaghi e incerti”: “In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo. L’esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com’è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare”. Dunque: c’è “l’esigenza” di rimediare e conseguentemente modificare “adeguatamente” i punti richiamati nella Nota e relativi ai commi 1 e 3 dell’art. 2 del Concordato.

4. La Nota era doverosa, anche per ciò che attiene ai tempi: “Un intervento solo successivo, una volta cioè che la legge fosse stata adottata, sarebbe stato tardivo. Alla Santa Sede si sarebbe potuto imputare un colpevole silenzio, soprattutto quando la materia riguarda aspetti che sono oggetto di un accordo”.

5. Il Segretario di Stato nell’intervista a Vatican News ha anche evidenziato che la Nota “non è stata un’ingerenza”, ma “il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali”.

6. Parolin - dopo aver (scontatamente) condiviso le parole di Mario Draghi su laicità dello Stato e sovranità del Parlamento – ha detto (non a caso) di aver apprezzato “il richiamo fatto dal Presidente del Consiglio al rispetto dei principi costituzionali e agli impegni internazionali”. In tale ambito – ha proseguito – “vige un principio fondamentale, quello per cui pacta sunt servanda”. Ecco il punto: “Pacta sunt servanda” e dunque con la Nota si è voluto richiamare “il testo delle disposizioni principali dell’Accordo con lo Stato italiano, che potrebbero essere intaccate”. Del resto, “come è stato anche fatto presente da qualcuno dei commentatori (NdR: il riferimento è probabilmente all’intervista che il giurista Carlo Cardia ha dato a Avvenire il 23 giugno), il tema della libertà di opinione non riguarda soltanto i cattolici, ma tutte le persone, toccando quello che il Concilio Vaticano II definisce come il ‘sacrario’ della coscienza”.

7. La Nota è stata scritta in consonanza con l’atteggiamento della Cei sul ddl Zan. E qui è legittimo pensare che, per Parolin, quanto fatto fin qui dalla Conferenza episcopale italiana sia stato sostanzialmente inefficace, tanto da rendere necessario il documento vaticano.

8. L’intervista si chiude con un “Discutere è sempre lecito” da parte del Segretario di Stato: è la rivendicazione della legittimità del contrasto verso un’imposizione totalitaria come quella della nota lobby che vuole imbavagliare ogni dissenso.