Ricerca

    CAPPELLANI MILITARI? EVANGELICI: INTERVISTA A MONS. GIAN FRANCO SABA

    CAPPELLANI MILITARI? EVANGELICI: INTERVISTA A MONS. GIAN FRANCO SABA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 11 febbraio 2026

     

    Ad ampio colloquio con l’arcivescovo Gian Franco Saba, Ordinario Militare per l’Italia, sui contenuti del suo servizio ecclesiale particolare. Si è parlato anche della Nota della Cei “Educare a una pace disarmata e disarmante”, in cui viene affrontato tra l’altro il tema – sempre d’attualità - della presenza dei cappellani militari, prospettando un po’ vagamente qualche cambiamento nel loro status. Nell’intervista anche dialogo interreligioso, operazioni di pace, Salvo D’Acquisto.

    Il 19 novembre 2025 l’assemblea generale della Cei ha approvato (un po’ frettolosamente) una ‘Nota pastorale’ dal titolo ”Educare a una pace disarmata e disarmante”. Nella trentina di pagine dello scritto si affronta anche il tema dei cappellani militari, di cui assai tortuosamente si auspica pure una modifica dello status (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/italia/1261-zuppi-governo-meloni-presepe-nota-cei-pace-cappellani-militari.html ). Cappellani militari sì, no, come? E’ sembrato opportuno interpellare sull’argomento l’Ordinario Militare d’Italia, l’arcivescovo Gian Franco Saba, che ci ha ricevuto volentieri nel bel palazzo trecentesco della Salita del Grillo, parte del cosiddetto Castello Caetani e oggi sede dell’Ordinariato.

    Nato a Olbia il 20 settembre 1968, mons. Gian Franco Saba è specializzato in Teologia e Scienze patristiche. I suoi interessi l’hanno portato anche ad approfondire (a Perugia e a Parigi) il tema del dialogo interreligioso e interculturale. Ordinato presbitero nel 1993, è stato tra l’altro rettore del Seminario vescovile di Tempio Pausania, poi di quello Regionale Sardo. Nel 2003 ha fondato l’Istituto Euro-Mediterraneo di Tempio Pausania, di cui è stato direttore fino al 2012 (noi l’abbiamo conosciuto nei primi anni Duemila proprio in tale veste). Nel 2017 è divenuto arcivescovo di Sassari e anche lì ha costituito nel 2018 una Fondazione denominata significativamente “Accademia Casa di Popoli, Culture e Religioni”. Dal 10 aprile 2025 è Ordinario Militare per l’Italia.

    ********************************************************************

    Monsignor Saba, una domanda secca per incominciare: ha ancora un senso oggi l’esistenza di un Ordinariato militare per l’Italia che ha giurisdizione su Esercito, Marina militare, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza, familiari e personale civile in servizio presso le Forze Armate?

    La risposta a questa domanda la troviamo nella Costituzione apostolica Spirituali militum curae di Giovanni Paolo II del 21 aprile 1986, che istituisce gli Ordinariati militari. In quel testo si ricorda che, con cortese sollecitudine e in modo proporzionato alle varie esigenze, la Chiesa ha da sempre provveduto all’assistenza spirituale dei militari. La Costituzione apostolica richiama il Decreto conciliare Christus Dominus (promulgato il 28 ottobre 1965) in cui si fa riferimento alle peculiari condizioni della vita militare. Quelle condizioni permangono anche oggi e restano ben presenti, pur in un contesto politico-sociale profondamente cambiato. Proprio per questo, a mio parere, non è venuta meno la specificità umana e professionale di questo ambito, che richiede una pastorale specializzata. Qui credo che entri in gioco la nostra visione del servizio militare. Se noi identifichiamo il militare con la guerra, mi pare che subentri un corto circuito interpretativo; se invece raccordiamo il servizio militare con la sicurezza, la difesa legittima, la custodia della pace, la promozione umana, la prospettiva cambia completamente. Nella Costituzione pastorale conciliare Gaudium et Spes, promulgata il 7 dicembre 1965, si rileva che i militari sono da considerarsi ministri della sicurezza e della libertà dei popoli. E se adempiono il loro dovere rettamente concorrono alla stabilità mondiale nella pace. Cade così ogni forma di pregiudizio ecclesiale nei loro confronti. Peraltro, non dobbiamo dimenticare che, in certe fasi storiche, l’invio dei cappellani militari non è stato accompagnato da una formazione specifica proporzionata alle condizioni e agli obiettivi della missione.

    Vediamo alcuni numeri riguardanti Forze Armate e cappellani…

    I numeri nelle Forze Armate sono significativi: 350mila in servizio cui si devono aggiungere i rispettivi familiari, che fanno parte anch’essi della diocesi castrense. Questo è un aspetto importante poiché mette in evidenza che la nostra pastorale non è diretta solo alla singola persona, ma ha una dimensione comunitaria. L’Ordinariato è articolato in 16 zone pastorali distribuite sul territorio nazionale, con 150 cappellani. Accanto a questa presenza, abbiamo le missioni di assistenza pastorale all’estero, in diversi teatri operativi: una realtà che in questo momento è in continua crescita.  

    Le vocazioni? C’è difficoltà oggi a trovare i cappellani militari?

    Il problema vocazionale dei cappellani riflette quello più generale del clero. La scelta dell’Ordinariato è quella di qualificare i cappellani. Quindi da una parte si opera per consolidarne la formazione nella Scuola Allievi Cappellani nel Seminario Giovanni XXIII alla Cecchignola: i giovani in discernimento vocazionale approdano lì da diverse esperienze. Dall’altra, accade che alcuni sacerdoti chiedano al proprio vescovo di poter svolgere il ministero nell’ambito dell’Ordinariato militare. In questi casi si avvia una interlocuzione con il vescovo territoriale. Successivamente la pratica viene esaminata da una commissione interna all’Ordinariato e, infine, si propone un percorso di accompagnamento, che in questo momento si sta riconsiderando. Non si tratta semplicemente di accrescere i numeri, ma di coniugare la quantità con la qualità per questo tipo particolare di servizio.

    Lei è stato nominato nell’aprile dell’anno scorso, da arcivescovo di Sassari. Si aspettava la nomina? Era una delle Sue aspirazioni?

    Non mi aspettavo la nomina. Non ho avuto comunque mai pregiudiziali verso il mondo militare, anche perché da arcivescovo di Sassari ho sempre intrattenuto con esso rapporti sereni. Ringrazio il Santo Padre per la fiducia. Nella chiamata del Santo Padre ho riconosciuto la volontà di servire la Chiesa in un modo particolare, e vorrei sottolinearne soprattutto la valenza missionaria. A questo proposito mi piacerebbe aggiungere un breve ricordo personale.

    Certo…

    A diciassette anni feci la visita militare a La Spezia: risultai idoneo e mi venne prospettata la possibilità dell’Accademia di Livorno. Rinunciai scientemente per proseguire il mio percorso in Seminario. Ma ora, a tanti anni di distanza, eccomi a servire come Ordinario militare. Il Signore agisce attraverso vie imperscrutabili.

    Che cos’è oggi più importante per Lei nel servizio che svolge?

    È quanto sia Papa Francesco che Papa Leone XIV ci hanno indicato: costruire ponti, promuovere una cultura dell’incontro. In una società segnata da una grande crisi comunitaria – come papa Francesco ha rilevato nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium promulgata il 24 novembre 2013 – noi siamo chiamati a promuovere, un dialogo, un’amicizia sociale. Una Chiesa come l’Ordinariato Militare si trova nei crocevia, sulla linea di frontiera in cui alimentare un servizio che può ben contribuire a tale missione.

    I primi mesi hanno confermato le Sue previsioni? Ha avuto anche nuovi stimoli?

    Abbiamo avviato un cammino di incontro e di confronto con il presbiterio e le autorità di vertice. Un percorso pastorale chiamato a dare concretezza al cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa. Ci siamo messi in ascolto delle domande e delle esigenze che provengono dai nostri cappellani. A luglio, a Frascati, abbiamo condiviso alcuni giorni di fraternità; a settembre abbiamo vissuto un tempo di ascolto presso il Seminario Giovanni XXIII, culminato poi in una settimana ad Assisi con l’intero presbiterio. Parallelamente, prosegue un lavoro costante di confronto e riflessione con i Decani e con i responsabili dei diversi settori pastorali.

    Il 5 gennaio 2026 Lei è stato ricevuto in udienza da papa Leone XIV. Quattro giorni dopo, il 9 gennaio, il Papa, nel tradizionale discorso al Corpo Diplomatico, ha citato anche l’entrata in vigore delle modifiche all’accordo sull’assistenza spirituale delle Forze Armate italiane che consentiranno una maggiore efficacia nell’accoglienza spirituale delle donne e degli uomini che prestano il loro servizio nelle Forze Armate in Italia e anche in numerose missioni all’estero. Ci illustra sinteticamente le modifiche all’accordo?

    L’incontro con il Santo Padre è stato molto sereno, positivo e significativo: ci si è soffermati sulla missione della Chiesa e in particolare sul ruolo degli Ordinariati militari in questo momento storico. La riforma normativa cui il Papa ha fatto riferimento nel discorso al Corpo Diplomatico è quella del 2021: chi l’ha condotta e portata avanti credo avesse l’intenzione di rendere più consona ai bisogni di oggi l’azione di assistenza spirituale dei cappellani militari.

     

    LA QUESTIONE DELLA PRESENZA DEI CAPPELLANI MILITARI: NON SONO IN CONTRASTO CON LO SPIRITO EVANGELICO. NO A UN QUALUNQUISMO STERILE

    Lei sa che l’opportunità dell’esistenza stessa dei cappellani militari è posta in discussione da decenni da taluni ambienti ecclesiali, essendo ritenuta in contrasto con lo spirito evangelico. Inoltre, in una Nota della Conferenza episcopale italiana pubblicata il 5 dicembre 2025 e dal titolo “Educare a una pace disarmata e disarmante”, si rileva tra l’altro che “la forma di difesa della patria che si compie nelle Forze Armate (…) non può lasciare indifferente la Chiesa: anche qui occorrono forme di assistenza spirituale che esprimano un’attiva sensibilità di pace”. E, più giù nella Nota, si afferma: “Guardiamo con gratitudine all’opera dei cappellani militari che in tanti contesti hanno testimoniato l’Evangelo della pace anche in situazioni molto difficili. Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”. Ecco, monsignor Saba, qui si pongono due questioni fondamentali. Prima questione: la presenza di cappellani militari nelle Forze Armate secondo Lei è in contrasto con lo spirito evangelico?

    No, per una semplice ragione. Nelle Forze Armate ci sono donne e uomini che sono cristiani e, come tutti, sono chiamati alla vita cristiana. Se si dicesse che la presenza dei cappellani è “in contrasto con lo spirito evangelico”, si finirebbe per implicare che chi è militare non possa vivere autenticamente il Vangelo. Bisogna evitare il rischio di cadere in una morale manichea: i manichei attribuivano solo a determinate categorie la possibilità di fare determinate cose, escludendo ogni contaminazione con altre categorie e cose. La Chiesa, invece, non seleziona i suoi figli per “ambienti”, ma li accompagna dove vivono e dove lavorano, aiutandoli a formare la coscienza e a testimoniare, anche lì, il Vangelo.

    Ma in tempi come i nostri in cui, come hanno rilevato più volte papa Francesco e papa Leone XIV,si diffonde – anche attraverso l’utilizzazione di un linguaggio sempre più spregiudicato - un fervore bellicista non proprio evangelico ma derivato da interessi di potere ed economici, si giustifica ancora la presenza dei cappellani militari?

    Il Vangelo si annuncia senza precludere spazi. Per questo la presenza missionaria della Chiesa non è statica. Se dovessimo ragionare con la mens pastorale del regime di Cristianità, potremmo dire che tutto dev’essere cristiano; la logica invece deve essere quella dell’evangelizzazione, come hanno mostrato anche i Padri della Chiesa che non si posero il problema di entrare nelle viscere culturali di contesti in cui non tutto era in sintonia con il Vangelo. Inoltre, c’è un secondo aspetto della questione: che cosa fanno, concretamente, i cappellani militari? Sono chiamati a formare evangelicamente le coscienze. E una coscienza evangelicamente formata può ben contribuire al bene comune. Ripensiamo ai ripetuti richiami di papa Benedetto XVI alla necessità di una “retta coscienza” e, più recentemente, alle parole di papa Leone XIV durante l’Udienza generale del 28 gennaio 2026, nel 35° anniversario del ripristino dell’Ordinariato militare in Polonia “il cui compito è di formare le coscienze delle persone dedite al servizio di Dio e della Patria”.

    Tornando alla ‘Nota’ della Cei, ecco la seconda questione: che significa concretamente l’auspicio formulato per “diverse forme di presenza” dei cappellani militari, “meno legate direttamente a un’appartenenza alla struttura militare”?

    Non sono in grado di dirglielo, perché non ho scritto io quel testo. Ogni Chiesa è chiamata ad essere un laboratorio di pace, come ha ricordato anche papa Leone. Quindi, se posto in tali termini, l’auspicio non crea nessuna difficoltà, perché non ci sarebbe contraddizione tra la presenza dei cappellani militari e altre azioni volte alla promozione della pace. Direi, anzi, che ogni comunità è chiamata a un ministero di pace, soprattutto in un contesto sociale così effervescente come il nostro. Pensare che una società come la nostra non abbia bisogno di uomini e donne formati cristianamente per la custodia del bene comune, anche quando questa passa attraverso la difesa, significa fermarsi a un qualunquismo sterile. Sa che cosa diceva il presidente Cossiga, figlio illustre della mia terra natia?

     Che diceva questo grande sardo?

    Diceva che non credeva alla pace eterna in questo mondo, nell’altro sì. Per due ragioni: la prima è che l’uomo per sua natura è fragile e limitato. La seconda è che, conseguentemente, l’uomo è soggetto alla tentazione del male. Perciò, a mio parere, non coltivare umanamente e cristianamente il mondo delle Forze Armate è un grave errore. Significa in primo luogo esporre tante persone a un’assenza pastorale (ma la Chiesa ci dice che la prima lex è la salus animarum!), in modo particolare per chi vive situazioni complesse, dove è facile morire.

    Monsignor Saba, a proposito di spirito di pace, ha già avuto l’occasione di  incontrare militari impegnati in operazioni di pace nel mondo? Che impressione ne ha ricavato?

    Sono già stato nella missione Bulgaria-Ungheria…

    Missione Bulgaria-Ungheria?

    È chiamata così. Siamo in un contesto di operazioni preventive per garantire la pace… La pace si cerca di costruirla in anticipo… Poi in Libano e in Kuwait. Sono stato anche a Lampedusa per la questione migranti e abbiamo fatto in modo che ora sull’isola ci sia la presenza costante di un cappellano. Da queste visite ho ricavato un’impressione molto positiva, relativa al grande servizio che i cappellani svolgono in favore del dialogo, all’interno dei contingenti militari e in contatto con l’ambiente locale e il territorio: portano il messaggio che la presenza degli operatori di pace non costituisce un’aggressione esterna, ma un contributo a far crescere e sviluppare insieme valori di convivenza civile.

    Lei si è interessato da sempre, già quando era rettore del Seminario a Tempio Pausania (e lì ci siamo incontrati più di vent’anni fa) al dialogo interreligioso e interculturale, fondando tra l’altro nel 2003 l’Istituto Euro-Mediterraneo. Da Ordinario militare cosa può fare di concreto per far progredire il dialogo interreligioso?

    Attraverso lo studio dei Padri della Chiesa mi sono appassionato anche al dialogo interreligioso e interculturale, poiché essi sono stati veramente dei maestri di incontro tra uomini e popoli. Ci hanno fornito dei canoni interpretativi che restano di grande attualità. Attraverso questo percorso sono arrivato poi alla fondazione dell’Istituto Euro-Mediterraneo di Tempio Pausania, nel 2003, e successivamente — da arcivescovo di Sassari — a quella dell’Accademia ‘Casa di popoli culture e religioni’. Ritengo che la formazione al dialogo interreligioso sia una delle componenti importanti nella formazione complessiva dei cappellani militari, perché una buona formazione teologica apre anche a un buon dialogo interculturale e interreligioso. E dialogo non significa appiattire le differenze, ma vivere la convivialità di chi si incontra per perseguire insieme ciò che di bello e di buono si può fare.

     

    SALVO D’ACQUISTO CI ISPIRI ALL’ESERCIZIO CONTINUO DELLA CARITA’

    Monsignor Saba, ci piace concludere ricordando la figura di un carabiniere in via di beatificazione: il vicebrigadiere ventiquattrenne Salvo d’Acquisto, che il 23 settembre 1943 offrì la sua vita in cambio di quella di 22 ostaggi civili dei paracadutisti tedeschi della Wehrmacht a Palidoro, autodichiarandosi responsabile di un presunto attentato avvenuto il giorno prima e costato la vita a due soldati. Ecco, mons. Saba, che importanza ha Salvo D’Acquisto per Lei e per l’Ordinariato militare? E’ una figura ancora attuale?

    Salvo D’Acquisto è un esempio di uomo in uniforme che dona la sua vita e la dona sino in fondo. Come non vedere nel suo eroico sacrificio di giovane non ancora ventitreenne l’influsso dell’azione dello Spirito Santo, una Grazia straordinaria di Dio? Donare la vita è una delle componenti del servizio da carabiniere e in tal senso si comprende l’importanza che riveste l’assistenza spirituale dei cappellani militari. È una figura attualissima proprio perché ci ricorda che la difesa del bene comune, talvolta, si svolge in condizioni estreme, dove la vita è esposta, la paura è reale e le decisioni pesano. Noi preghiamo perché Salvo D’Acquisto, questo fratello nella fede, possa ispirare in tutti noi il desiderio di una dedizione piena all’esercizio continuo della carità. La sua testimonianza dice che anche nei tempi segnati da conflitti, tensioni e odio può accendersi una profezia di pace.

    Ci piace per chiudere ricordare quanto di lui dissero alcuni Papi. Paolo VI nel 1964: “Esempi come quelli di Salvo D’Acquisto, non ci sono ignoti e ci dicono a quale grado d’eroismo sappia giungere la vostra dedizione (NdR: dei carabinieri) all’altrui servizio e all’altrui protezione”. E poi più volte Giovanni Paolo II e papa Francesco. Per giungere all’omelia di Leone XIV del 25 ottobre 2025, durante la messa per il Giubileo degli Uffici cerimoniali istituzionali, quando indicò tre esempi luminosi da seguire: oltre a quelli di Alcide De Gasperi e Rosario Livatino, proprio quello del venerabile Salvo D’Acquisto, “prossimo alla beatificazione”. Perché “il suo sacrificio ha un valore molto più prezioso della medaglia d’oro al valore militare che ne onora la memoria: dando la vita per i propri concittadini, infatti, egli realizzò pienamente la sua missione di Carabiniere. In un tempo di guerra e di odio, il suo coraggio divenne profezia di una pace costruita sulla dedizione più generosa: sono uomini come lui a illuminare le difficoltà che anche oggi pesano su tanti popoli”.

    P.S. Alla fine una piccola Galleria fotografica.

    Ricerca