ZUPPI, GOVERNO MELONI, PRESEPE – NOTA CEI: PACE, CAPPELLANI MILITARI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 11 dicembre 2025
Un’ampia intervista a ‘il Giornale’ del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi. I rapporti con il governo Meloni. La questione migratoria e quella del presepe. Una ‘Nota pastorale’ della Cei sull’educazione alla pace (‘disarmata e disarmante’): delegittimazione della guerra, obiezione di coscienza, modi della presenza dei cappellani militari nelle Forze armate italiane, lodate per le missioni internazionali di pace.
Sotto il titolo accattivante “Bene il governo per le misure sugli oratori. Sarò ad Atreju (NdR: manifestazione politica annuale promossa dai giovani di Fratelli d’Italia, “sarà l’occasione per presentare la dottrina sociale della Chiesa che sta tanto a cuore a Leone XIV") : la Cei non è all’opposizione” il Giornale del 4 dicembre 2025 pubblica un’intera pagina di intervista al cardinale Matteo Maria Zuppi. E’ un testo non privo di interesse politico ed ecclesiale, per cui pare utile riprodurre alcune delle risposte date su argomenti diversi dal presidente della Cei alle domande di Nico Spuntoni.
. (Tanti pensano che la Cei faccia opposizione al governo Meloni): “No, la Cei ha un ottimo rapporto col governo e su tanti dossier c’è una collaborazione, come deve essere sempre con qualsiasi inquilino a Palazzo Chigi. Un esempio su tanti: apprezziamo quanto è stato fatto in favore degli oratori che in un contesto sociale così debole diventano importantissimi per la promozione umana e anche per l’evangelizzazione. E potremmo continuare su vari aspetti. Poi, certo, esistono temi su cui c’è più dialettica e noi, rivendicando la libertà della Chiesa ma sempre con grande rispetto istituzionale, ci permettiamo di esprimere preoccupazioni così come abbiamo fatto con tutti i governi precedenti”.
. (Un riferimento quest’ultimo alla questione migratoria?): “Sui migranti la Chiesa ripeterà sempre che bisogna salvare le vite, memore della legge del mare e delle parole di Francesco e di Leone XIV. La semplificazione del ‘tutti dentro/tutti fuori’ non funziona. E’ chiaro che è un fenomeno epocale da disciplinare a livello europeo. Ne deriva il problema di preservare la dignità di chi arriva ma anche il bisogno di garantire la legalità per combattere l’illegalità e quello di aiutare chi vuole restare”. (NdR: a proposito di ‘livello europeo’’ l’Avvenire, quotidiano della Cei, nell’edizione del 9 dicembre 2025 critica duramente l’intesa raggiunta tra i ministri dell’Interno dell’Ue per una stretta sul problema migratorio, con il titolo d’apertura di prima pagina: L’Ue chiude le porte. Il giorno seguente l’Avvenire raddoppia, sempre con grande evidenza in prima pagina, con il titolo ‘Niente asilo per due terzi dei profughi – E la Ue ora nega il diritto’. Da notare che l’Avvenire usa la parola ‘profughi’, quando invece la realtà è spesso molto diversa).
. (Aiutiamoli a casa loro?): “E’ quello che la Cei fa stanziando 80 milioni di euro l’anno dai fondi dell’8permille che i cittadini destinano alla Chiesa per promuovere lo sviluppo integrale della persona e delle comunità nei Paesi poveri del mondo, valorizzando le iniziative delle Chiese locali. I progetti finanziati promuovono la formazione e lo sviluppo in diversi ambiti, tra cui l’alfabetizzazione e la scolarizzazione a tutti i livelli (…)”
. (Rinunciare al presepe è laicità?): “E’ sempre la solita polemica sterile che ritorna ogni anno. Credo che su questo papa Francesco abbia risposto con una bellissima lettera, dedicata al presepe: ripartirei da quella. E’ una tentazione credere che per essere accoglienti serva svuotare il presepe, come se quell’identità si contrapponesse ad altre identità o significasse prevaricazione e mancanza di rispetto. Non è così!”
. (Chi vuole togliere il presepe aiuta il dialogo con le altre religioni?): “Toglierlo è come buttare giù i campanili delle chiese: aiuta il dialogo? No! Così come l’identità non è messa in discussione dal dialogo, allo stesso modo il dialogo ha bisogno di identità altrimenti diventa nebbia. Non bisogna scolorirsi per dialogare con gli altri. Anzi. Dobbiamo essere credenti e imparare a vivere insieme in un mondo plurale: fratelli tutti!”
DALLA NOTA PASTORALE DELLA CEI: EDUCARE A UNA PACE DISARMANTE E DISARMATA (approvata il 19 novembre 2025 ad Assisi e pubblicizzata il 5 dicembre 2025)
Il 19 novembre 2025, riunita ad Assisi, l’Assemblea generale della Cei ha approvato una ‘Nota pastorale’ dal titolo “Educare a una pace disarmata e disarmante”, elaborata dalla Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, presieduta dall’arcivescovo di Catania Luigi Renna.
Il documento di una trentina di pagine, scrive il cardinale Matteo Maria Zuppi nella presentazione, “invita a riscoprire la centralità di Cristo ‘nostra pace’ (…) e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti: dall’ ‘inutile strage’ di persone, per lo più civili e bambini; da una mentalità che rincorre la strategia della deterrenza degli armamenti, che può cambiare l’economia e la cultura dei nostri Paesi; da una violenza diffusa che rischia di diventare una cultura che affascina soprattutto i più giovani”.
Nella parte iniziale la Nota evidenzia il contesto attuale, mondiale e sociale, risalendone alle radici. La parte centrale è invece dedicata ai riferimenti biblici e del Magistero della Chiesa cattolica inerenti al tema di pace e guerra (qui si noteranno i paragrafi dedicati all’evoluzione dei concetti di ‘guerra giusta’ e di legittima difesa). L’ultima parte è propositiva: che cosa si può fare concretamente per costruire la pace? Ne evidenziamo alcuni passaggi, qualcuno anche tanto innovativo quanto delicato.
. (Delegittimare la guerra: nonviolenza- Privilegiare la vita sulla giustizia): “Comprendiamo (…) che è la stessa realtà della guerra a essere oggi inaccettabile. Questa è la convinzione che portava don Primo Mazzolari (1890-1959) a pubblicare nel 1955 Tu non uccidere. Non esiste guerra che si possa dire giusta, perché essa (e già solo la sua preparazione con la corsa agli armamenti) provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene si voglia difendere, aggravando la miseria. Anche dinanzi all’ingiustizia e all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi.
. (Obiezione di coscienza e servizio civile: per una difesa non militare): “In un tempo in cui governi, attori politici e perfino opinioni pubbliche considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti, occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato. (…) Una di queste è quella che ha portato a scoprire che la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. (…) Oggi, di fronte al mondo in guerra, dovremmo poter declinare il valore della ‘difesa della patria’ in un servizio civile obbligatorio per ogni giovane, come momento che accompagna la maturità politica della maggiore età con quella civile e morale. Un servizio civile obbligatorio sarebbe un investimento per dare alle prossime generazioni l’occasione di praticare la cura per la dignità della persona umana e per l’ambiente, per opporsi all’ineguaglianza che si fa sistema sociale, all’inimicizia come qualifica delle relazioni tra esseri umani e popoli, alla soggezione dell’altro alle proprie ambizioni”.
. (Cappellani militari – Roncalli, Minzoni, Mazzolari): “C’è però anche una forma di difesa della patria che si compie nelle Forze armate ed essa non può lasciare indifferente la Chiesa: anche qui occorrono forme di assistenza spirituale che esprimano un’attiva sensibilità di pace. Che ciò sia possibile è del resto testimoniato da alcune figure di sacerdoti che, come cappellani militari, condivisero con i soldati l’esperienza tragica della guerra, nella quale seppero però maturare la compiuta consapevolezza del primato della pace. E’ il caso di Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII: di don Giovanni Minzoni (1885-1923), che scelse di condividere l’esperienza dei soldati al fronte durante la Prima Guerra mondiale, assistendo alle scene atroci della guerra di trincea, e che di fronte a quell’orrore affermò con forza che Iddio non vuole la guerra, rimarcando così l’inaccettabilità di ogni sacralizzazione della violenza dell’uomo sull’uomo. In quella stessa guerra, don Primo Mazzolari visse nella sia esperienza di cappellano il tornante che lo condusse a una compiuta maturità spirituale, a capire il senso profondo del giudizio senz’appello di Benedetto XV sul conflitto armato come ‘inutile strage’ “.
. (Cappellani militari – Missioni di pace dell’Italia all’estero): “La memoria di tali figure chiede di proporre forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate, che tengano anche conto dei cambiamenti che hanno interessato il ruolo delle donne e degli uomini che compiono questa scelta. Negli ultimi decenni le Forze armate italiane sono state sempre più impegnate in missioni all’estero sotto l’egida delle Nazioni Unite, non solo come forze di interposizione ma talvolta anche come parte integrante di itinerari di autentica pacificazione, portando stabilità politica, superamento dei conflitti, costruzione di processi di sviluppo (…)”
. (Cappellani militari – Assistenza spirituale in forme diverse): “Occorre dunque che questo impegno sia sostenuto da una spiritualità della pace all’altezza del compito a cui i militari sono chiamati. Guardiamo con gratitudine all’opera dei cappellani militari che in tanti contesti hanno testimoniato l’Evangelo della pace anche in situazioni molto difficili. Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici” (NdR: quest’ultimo interrogativo, espresso in forma assai criptica, lascia aperte varie possibilità di una sua concretizzazione… ma il tema è certo tanto delicato quanto complesso).
. (Produzione e commercio di armi – due esigenze): “Una prima esigenza sarà quella di rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente – tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani. (…) E’ un’istanza da promuovere anche a livello di Unione europea, la cui normativa in tal senso è meno forte di quella italiana e potrebbe essere ulteriormente allentata dal piano ReArm Europe” (…) Una seconda esigenza è la presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Occorre evitare la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi. (…) Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento – da parte di singoli ed istituzioni – da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. E’ un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali”.
