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    CEI/ASSISI/ECHI: ZUPPI, CRISTIANITA' (ANCHE RATZINGER), PACE, LEONE XIV

    CEI/ASSISI/ ECHI:  ZUPPI, CRISTIANITA’ (ANCHE  RATZINGER), PACE, LEONE XIV – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 novembre 2025

    Alcuni spunti interessanti suggeriti dall'81.ma assemblea generale della Cei, svoltasi ad Assisi dal 17 al 20 novembre. Passi dall'introduzione del card. Zuppi e dalla sua meditazione durante i vespri del 19 novembre. Cristianità e cristianesimo (con un richiamo a quanto disse l'allora professore Joseph Ratzinger nel 1969). L'appello dei vescovi alla pace. Alcuni temi sollevati da papa Leone XIV nel discorso del 20 novembre a conclusione dell'assemblea. 

    Dal 17 al 20 novembre si è svolta ad Assisi l’81.ma assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (Cei). In evidenza tra gli argomenti trattati la concretizzazione delle 124 proposte (alcune assai controverse) contenute nel Documento di sintesi votato comunque a larga maggioranza il 25 ottobre scorso dalla terza Assemblea sinodale. Da notare che il presidente della Cei, nella conferenza stampa conclusiva, ha riconosciuto che alcuni dei temi del Documento sono considerati “divisivi”: in effetti, come scrive Avvenire del 20 novembre per la penna di Giacomo Gambassi su tali temi (in primo luogo modalità di accoglienza dell’ ‘omoaffettività’ e ruolo della donna) “è stato espresso un dissenso non trascurabile nell’Assemblea sinodale” ed anche “tra i vescovi (essi) hanno suscitato un confronto con sfumature differenti”. Tra gli altri argomenti affrontati l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, la questione degli abusi, la necessità di educare alla pace. Giovedì 20 novembre i lavori sono stati conclusi da papa Leone XIV, che già il 17 giugno 2025 aveva ricevuto i vescovi della Cei in una prima udienza in Vaticano, nell’Aula delle Benedizioni.

    CARD. MATTEO MARIA ZUPPI/ DALL’INTRODUZIONE (ASSISI, 17 novembre 2025): ARSENALI, PACE, COMUNITA’, POPOLO (CON QUALCHE NOTA)

    . Rivolgiamo un pensiero di gratitudine a papa Leone XIV per aver accettato l’invito a essere con noi, giovedì 20 novembre, per la chiusura di questa nostra Assemblea. Ci predisponiamo ad accogliere la sua parola, occasione preziosa per confermarci nel suo magistero di unità e di pace. In questi sei mesi di Pontificato, fin dal suo primo discorso, quello rivolto ai Cardinali, abbiamo colto alcuni assi portanti: la centralità dell’annuncio del Vangelo, l’unità della Chiesa, l’esercizio della collegialità nella sinodalità, la promozione di una pace «disarmata e disarmante» in un mondo che al contrario si esercita nella forza, riempie gli arsenali e svuota di conseguenza le scuole, gli ospedali, i granai (NdR: una riflessione che vale in modo particolare per tutti quei politici che si dicono cristiani e nel contempo promuovono, condividono o subiscono passivamente la folle, suicida corsa al riarmo e alla costruzione di un ‘nemico’ in corso nell’Europa dei tristi von der Leyen, Macron, Merz, Starner e gregari di varia origine); l’attenzione alla dignità della persona umana, dal suo inizio alla fine, tutta da amare, curare e custodire, sempre e per tutti fraternità. (NdR: a proposito di armi pare interessante rilevare quanto il card. Zuppi ha detto il 13 novembre 2025 a Bologna nell’ambito dell’Assemblea dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani: “La logica della forza è pericolosissima, perché la forza produce forza. Tra difesa e riarmo c’è una grande differenza, concetti che vanno distinti (…) Riarmarsi è sempre pericoloso”)


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    (San Francesco uomo di pace) Carissimi Confratelli, non per caso ci ritroviamo in questi giorni ad Assisi, nella città di san Francesco, alla vigilia dell’VIII centenario della sua morte. La sua lezione di fede e di vita appare sorprendentemente attuale. In un tempo come il nostro, sottoposto a continue e progressive spaccature, san Francesco risalta, con piena legittimità, come l’uomo della pace e della concordia evangelica. Al centro di tutto c’è sempre Cristo. Egli viveva in un tempo dilaniato da lotte e discordie cittadine, quando i centri abitati erano teatro di violenze quasi sempre originatesi all’interno delle mura. In quel contesto difficile, Francesco e i suoi frati hanno annunciato, senza titubanze e senza sosta, la pace che viene da Dio, scongiurando gli animi di non cedere alla violenza distruttrice, spingendo tutti a consigli di pace. E non a caso il primo impegno è quello di ricostruire la Chiesa.

    . (Comunità da costruire e Chiesa di popolo) Non abbiamo timore della diversità se tutto avviene nella maternità della Chiesa e nella comunione. Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi insieme, che è anche difficile e faticoso, come tutte le cose impegnative, anche perché si tratta di condividere la fraternità in un mondo di persone abituate a vivere sole, a parlarsi in remoto, a fare girare tutto intorno all’io. Sostenere una comunità, la sua crescita e il suo sviluppo, è un’arte pastorale, ma è principalmente frutto della Eucarestia, della preghiera comune, del servizio ai poveri. Tutti i nostri ministeri acquistano significato se in relazione a una comunità. Va riaccesa e accompagnata questa passione comunitaria che è evangelica e scritta nel profondo dell’animo umano. In una società che si atomizza la Chiesa non cessi mai di essere popolo! Anche in una piccola comunità – lo sappiamo dal Vangelo – c’è una grande forza: attrattiva e missionaria, consolatrice, liberatrice del male. Scrive Ignazio di Antiochia agli Efesini, dopo aver raccomandato di riunirsi spesso specie per la celebrazione eucaristica: «Quando vi riunite spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace nella quale si frustra ogni guerra di potenze celesti e terrestri». Penso al significato di queste parole nella vita delle città, nelle periferie, nei paesi, nelle cosiddette aree interne: la vita si ravviva con la fede e la fraternità, il male arretra e viene sfidato dal bene. Possa la Chiesa aiutare gli italiani a sentirsi meno polarizzati (il rischio della polarizzazione in tanti campi è stato più volte additato da papa Leone), meno isolati e soli, insomma più popolo!

     

    CARD. MATTEO MARIA ZUPPI/DALL’INTRODUZIONE (ASSISI, 17 novembre 2025): CRISTIANITA’ E CRISTIANESIMO (CON QUALCHE NOTA E CON L’AGGIUNTA DI CONSIDERAZIONI SUL FUTURO DELLA CHIESA DI JOSEPH RATZINGER, 25 dicembre 1969)

    . La nostra società è cambiata: i vicini sono meno numerosi di un tempo, i lontani sono cresciuti. La lontananza, però, non è ostilità come prima, ma sempre più indifferenza o abitare naturalmente in un mondo che è altro rispetto al nostro, a quello delle nostre parole o dei nostri circuiti, che si sono ristretti. Ci consola la fede di tanti credenti, ma sentiamo la ferita di tante lontananze (NdR: qui ci pare legittimo rilevare che l’ostilità – che a volte è accompagnata dal disprezzo - verso la Chiesa non è per niente in diminuzione in alcune frange giovanili)

    . Affermando che ‘la cristianità è finita’ si intende che la nostra società non è naturalmente più cristiana. Ma questo non deve spaventarci! Come osserva Charles Taylor, “il cambiamento che desidero definire e descrivere è quello che ci porta da una società in cui era praticamente impossibile non credere in Dio a una in cui la fede, anche per il credente più convinto, è una possibilità umana tra le altre”. La fine della cristianità non segna affatto la scomparsa della fede, ma il passaggio a un tempo in cui la fede non è più data per scontata dal contesto sociale, bensì è adesione personale e consapevole al Vangelo. Pensiamo alla società di Antiochia, al tempo della Chiesa nascente: i credenti si sono impegnati di persona a portare e comunicare la loro esperienza di fede. Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. (NdRil 29 ottobre 2025, a Roma -  in occasione della presentazione di un libro su san Francesco nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola – il card. Zuppi ha detto: “Papa Francesco ha affrontato la fine della cristianità. Non ha fatto finta che la cristianità ci fosse. Non ha fatto finta di parlare di una Chiesa che non c’è più. Mi fanno ridere quelli che sostengono che la Chiesa è in crisi: lo scoprite adesso? Francesco ha cercato di rendere la Chiesa un posto accogliente per tutti: non perché mondana, ma perché Chiesa. Finita la cristianità, non è però finito il cristianesimo”).

    CHE DICEVA SUL FUTURO DELLA CHIESA L’ALLORA PROFESSORE JOSEPH RATZINGER NEL 1969?

    Nel 1969 il teologo professor Joseph Ratzinger tenne cinque lezioni sulla Chiesa trasmesse dalla Hessischer Rundfunk. Nell’ultima (giorno di Natale del 1969), rispondendo ad alcune domande degli ascoltatori sul futuro dell’Istituzione, disse tra l’altro:

    . Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa molto perdente. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non le sarà più possibile abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Dato che numericamente i fedeli diminuiranno, perderà anche gran parte dei privilegi sociali (…) Verrà considerata molto più come un’associazione di volontariato, in cui si entra solo per libera decisione.  (…)

    . Malgrado tutti i cambiamenti che si possono prefigurare, la Chiesa troverà di nuovo e con grande vigore ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.

    . Mi sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Dovrà fare i conti con enormi cambiamenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine (…) la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale prevalente nella misura in cui lo era fino a qualche tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

     

    CARD. MATTEO MARIA ZUPPI/DALLA MEDITAZIONE DEI VESPRI (ASSISI, Basilica inferiore di San Francesco, 19 novembre 2025): OGNI GUERRA E’ FRATRICIDA

    . “Ascolta, Signore, la mia voce”, abbiamo pregato con il salmista. “Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi”. è il grido che facciamo nostro in questa veglia per la pace. (…)  Per noi cristiani ogni guerra è fratricida e questo significa anche che è mio fratello che combatte contro un altro mio fratello. Non mi riguarda solo se mi coinvolge direttamente. Sono già coinvolto. Sono sempre miei fratelli che si combattono e si uccidono. Non possiamo dire che non ci riguarda.

    . La Chiesa è una madre e non sarà mai neutrale, perché sceglierà sempre la pace. Non pregherà per la vittoria, ma per la pace, che è l’unica vittoria. La Prima guerra mondiale lasciò sul terreno almeno sedici milioni di morti, la metà dei quali civili, oltre a venti milioni di feriti e mutilati. La Seconda guerra mondiale ha ucciso settanta milioni di persone. Per la pace bisogna combattere la logica della forza con le armi dell’amore, le uniche capaci di sconfiggere il demone e i demoni che si impadroniscono del mondo e dei cuori delle persone.

     

    I VESCOVI ITALIANI/ DALL’APPELLO PER LA PACE (letto durante i VESPRI ad ASSISI, Basilica inferiore di San Francesco, 19 novembre 2025).

    . Noi, Pastori della Chiesa italiana, riuniti nella città di san Francesco, uomo di pace, auspichiamo che all’umanità siano risparmiati ulteriori lutti e tragedie e sia evitata la spaventosa ipotesi di una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili. Desideriamo rivolgerci, in particolar modo, a quanti hanno in mano le sorti dei popoli, sull’esempio del Santo di Assisi, che ‘a tutti i podestà e ai consoli, ai giudici e ai reggitori di ogni parte del mondo’ scrisse una lettera ferma e franca, chiedendo di non ‘dimenticare il Signore né deviare dai suoi comandamenti’. Quanti lo fanno, saranno infatti rigettati dal Signore, ‘e quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di possedere saranno loro tolte. E quanto più sapienti e potenti saranno stati in questo mondo, tanto maggiori tormenti patiranno nell’inferno» (Lettera ai reggitori dei popoli).

    .Tutti, infatti, dovremo comparire davanti al tribunale di Cristo (Rm 14,10; 2Cor 5,10) per render conto delle nostre azioni e quanto maggiori saranno state le responsabilità sulle spalle – lo diciamo con tremore, pensando alle nostre – tanto maggiore sarà il rischio nel giorno del giudizio.

    . Bisogno di conversione, dunque! E per questo tornano ancora attuali le parole di san Francesco, tante volte espresse nei suoi scritti, di fare penitenza, cioè di convertirsi realmente, di vedere uomini e cose con gli occhi di Dio, di fare nostri i suoi criteri di valore e di giudizio. È quanto oggi, sulla tomba del Santo, chiediamo umilmente a tutti e in primo luogo a noi stessi, Vescovi delle Chiese in Italia. Con voce accorata, in nome del principe della pace (Is 9,5) supplichiamo quanti governano i popoli, perché – messe al bando le armi, a cominciare dalle testate atomiche – impieghino ogni loro sforzo a servizio della pace e i mezzi a loro disposizione per combattere la fame che è nel mondo. Allora, sì, il Dio della pace sarà noi (Rm 15,32; Fil 4,9).

     

    PAPA LEONE XIV/DAL DISCORSO AI VESCOVI ITALIANI (ASSISI, Santa Maria degli Angeli, 20 novembre 2025)

    . Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto. Come vi dicevo in giugno: in questo tempo abbiamo più che mai bisogno “di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma” (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

    . Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro. Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo.

    . Carissimi, nel nostro precedente incontro ho indicato alcune coordinate per essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio: l’annuncio del Messaggio di salvezza, la costruzione della pace, la promozione della dignità umana, la cultura del dialogo, la visione antropologica cristiana. Oggi vorrei sottolineare che queste istanze corrispondono alle prospettive emerse nel Cammino sinodale della Chiesa in Italia. (…)

    . (Accorpamento diocesi, avanti ma con le necessarie eccezioni...la Chiesa non può perdere il contatto con il territorio) Sulla sfida di una comunione effettiva desidero che ci sia l’impegno di tutti, perché prenda forma il volto di una Chiesa collegiale, che condivide passi e scelte comuni. In questo senso, le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze. Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio. (…)

    . (Vescovi in pensione a 75 anni, se cardinali possibili altri due anni) Anche su quest’ultimo aspetto, permettetemi di offrirvi qualche indicazione. Una Chiesa sinodale, che cammina nei solchi della storia affrontando le emergenti sfide dell’evangelizzazione, ha bisogno di rinnovarsi costantemente. Bisogna evitare che, pur con buone intenzioni, l’inerzia rallenti i necessari cambiamenti. A questo proposito, tutti noi dobbiamo coltivare l’atteggiamento interiore che Papa Francesco ha definito “imparare a congedarsi”, un atteggiamento prezioso quando ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico. È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni. (…)

    . In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà.

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