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MORTO FRANCESCO COSSIGA: IL RICORDO DEI VESCOVI MELONI E PAGLIA - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI SETTEMBRE 2010

Martedì 17 agosto 2010 l'Italia ha perso Francesco Cossiga, una personalità al centro per lunghi anni della vita politica nazionale: tra l’altro ministro degli Interni quando fu rapito Moro, presidente del Consiglio l’anno seguente, presidente del Senato nel 1983, presidente della Repubblica (eletto con 752 voti su 977) dal 1985 al 1992 (quando dimissionò un paio di mesi prima della scadenza del mandato – da qualche tempo era divenuto il ‘Presidente picconatore’).

Poi restò senatore a vita, sempre in prima linea con interventi sugli argomenti più diversi della quotidianità del Paese.  L’abbiamo conosciuto in visita di Stato a Berna nell’autunno del 1991 e ce lo ricordiamo già seguito da un plotone di colleghi affamati di esternazioni, che avevano trasformato la conferenza-stampa bilaterale (con grande scandalo dei nostri colleghi svizzero-tedeschi e svizzero-francesi) in un’occasione di politica interna italiana con bersaglio il giudice Felice Casson (che indagava sull’associazione ‘Gladio’ e che fu allora paragonato a un bambino colto col dito nella marmellata). Era brillante, salutò profeticamente con un ‘cavalieressa’  la giovane e pimpante Federica Sciarelli, mentre faceva il suo ingresso nella residenza governativa del Lohn (vicino a Berna). E il giorno dopo, a Lugano,ce lo rammentiamo mentre – al bar dell’Hotel Splendide Royal -  dissertava da giurista esperto su ‘nazione e nazionalità’.

 

Francesco Cossiga è però stato anche un cristiano (soprattutto?), una figura rilevante del cattolicesimo italiano. Non per nulla L’ Osservatore Romano ha dato alla sua morte un risalto - possiamo ben dire – eccezionale, molto superiore a quello dedicata ad esempio ai cardinali defunti e che vale la pena di ricordare: l’annuncio in prima pagina (17-18 agosto), con articoli in terza (Uno statista cristiano) e in quarta (ampi stralci di un articolo del defunto su John Henry Newman); il 19 agosto in prima pagina viene richiamato il cordoglio del Santo Padre, in seconda La fede religiosa e la fede civile di Cossiga, in ottava il testo del telegramma papale sotto il titolo Uomo cattolico di Stato e insigne studioso; il 20 agosto in prima pagina un ricordo scritto dal cardinale Tarcisio Bertone (Una fede granitica e aperta); poi ancora altri, fino a quelli del 13 settembre (Omaggio a Newton ricordando Cossiga, di Ettore Gotti Tedeschi – “Qualche anno fa Francesco Cossiga mi regalò un libretto rosso, da lui fatto stampare per devozione a John Henry Newman: Il libro di preghiere di Newman”) e del 18 settembre che riferisce ampiamente dell’omelia del cardinale Giovanni Battista Re per il trigesimo, sotto il titolo: Il cardinale Re ricorda la fede e l’opera di Francesco Cossiga.

L’Osservatore Romano non ha certo lesinato nel dare spazio al Presidente, non considerato per le sue esternazioni da picconatore, ma come grande intellettuale e politico cristiano.  In questa sede approfondiamo quest’ultimo aspetto con due  vescovi che l’hanno ben conosciuto: monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, già parroco di Santa Maria in Trastevere, legatissimo alla Comunità di Sant’Egidio e monsignor Pietro Meloni, chierichetto a Sassari con lui e amico da una vita.    

 

PAGLIA: NON POTEVA VIVERE ETSI DEUS NON DARETUR

 

Monsignor Paglia, quando e come ha conosciuto personalmente Francesco Cossiga?

 

Accadde nel 1989, dopo l’assassinio a Villa Literno di un sudafricano, che era tra quelle persone aiutate dalla Comunità di Sant’Egidio. Ci mandò un telegramma, io volli ringraziarlo, mi invitò al Quirinale. Siccome aveva un’innata curiosità a trecentosessanta gradi, mi domandò di poter visitare la Comunità. Gli piacque, tanto che veniva a messa a Santa Maria in Trastevere ogni domenica alle dieci e mezzo.

Qualche anno dopo Lei divenne il confessore di Cossiga…

Correva l’anno 1992. Da poco tempo aveva dimissionato da Presidente della Repubblica ed eravamo negli Stati Uniti. Mi aveva invitato ad accompagnarlo. Un giorno mi chiamò prestissimo, mi pare verso le cinque, chiedendomi di andare nella sua stanza dato che doveva dirmi qualcosa di importante.  Mi  disse che era morto il suo confessore rosminiano e mi pregava di sostituirlo. Quando accettai, invocò su di me la protezione del santo Curato d’Ars, come era uso fare con le persone più vicine: a ognuno un santo protettore.

Che cos’era la fede per il Cossiga politico?

Non poteva concepire una vita senza fede, una vita come se Dio non esistesse, etsi Deus non daretur. La fede era saldamente radicata nel suo cuore e non poteva non influenzare la sua azione politica. A tale proposito è giusto evidenziare che furono essenziali per la sua vita spirituale gli anni sassaresi, la sua appartenenza e militanza nell’Azione Cattolica, poi nella Fuci.

Cossiga era anche un gran lettore …

 

… che attraverso i libri nutriva senza soste la sua fede. Si deve dire che, da uomo di forti passioni politiche, aveva una preferenza particolare per alcuni autori: il Rosmini in prima linea…

Del resto rosminiano era anche il suo confessore precedente…

… Cossiga penso contribuì alla beatificazione del sacerdote, anche per l’amicizia coltivata ormai da un quarto di secolo con Joseph Ratzinger. Con il futuro Papa discuteva spesso delle virtù ecclesiali di Rosmini. Un altro santo molto ammirato da Cossiga era san Tommaso Moro, fedele allo Stato e fedele a Dio fino al supremo sacrificio…

Lo ricordiamo per la proclamazione giubilare a patrono dei politici…

 

Anche lì le insistenze di Cossiga furono premiate. C’è un terzo ‘santo’ amatissimo da Cossiga: è appena stato beatificato, è il cardinale Newman, di cui apprezzava particolarmente l’esaltazione della centralità della coscienza, senza che per questo fosse negata l’ispirazione cristiana.

Che cosa significava per Cossiga l’autonomia dei cattolici in politica?

 

Per lui la Chiesa era ‘incompetente’ riguardo a quella parte di politica che esulava dai temi ‘eticamente sensibili’: riteneva il presidente che su tali temi invece la Chiesa non solo può, ma deve esprimere pubblicamente la sua dottrina.

Su quei temi dunque Cossiga era sensibile ai richiami della Chiesa…

 

Per lui valeva il principio dell’obbedienza. Ci teneva a far parte della Chiesa, a far parte di un popolo, quello dei credenti nella Chiesa cattolica, apostolica, romana. Non voleva credere da solo. Si era anche ben preparato alla morte e spesso ripeteva una bellissima preghiera del cardinale Newman:

Possa Egli sostenerci lungo l’intero giorno,

fino al momento in cui le ombre si allungano e scende la sera;

quando l’operosità del mondo si placa,

la febbre di vivere svanisce

e il nostro lavoro è giunto al termine.

Possa allora Egli, nella Sua misericordia,

concederci una dimora sicura,

un santo riposo e, infine, la pace.

 

 

 

MONS. MELONI: INTERPRETE APPASSIONATO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

Monsignor Meloni, come e quando ha conosciuto Francesco Cossiga?

 

Ho conosciuto Francesco Cossiga nella comunità parrocchiale di San Giuseppe a Sassari. La sua famiglia abitava di fronte al campanile della chiesa e la mia famiglia dinanzi alla chiesa al di là del grande campo sportivo. Ero più giovane di lui di sette anni, ma da ragazzi ci si ritrovava spesso nel servizio dei chierichetti che, guidati dal Parroco monsignor Giovanni Masia, rimanevano attivi fino all’età dell’università.

Quando io nell’anno 1983 divenni vescovo di Ampurias e Tempio, lui mi accompagnò all’ingresso delle due città, che lo avevano eletto Senatore della Repubblica, e diceva a tutti che “mi aveva insegnato a servire la Messa”. Nell’Associazione dei Giovani di Azione Cattolica ci ritrovavamo a giocare, a pregare, a studiare il Vangelo e lui, come era tradizione, stava volentieri con i ragazzi e i giovani di tutte le categorie e di tutte le età. Si vedeva già da allora la sua propensione allo studio ed all’ azione politica. Nel suo primo ‘comizio’ a favore della Democrazia Cristiana parlò dal balcone di una casa e si trovò dinanzi il padre che dal balcone di un’altra casa contrastava la Democrazia Cristiana: un segno di libertà e di spirito democratico.

Che cosa ricorda ancora del Cossiga adolescente e giovane?

 

Francesco Cossiga era sempre presente alle celebrazioni liturgiche e agli incontri spirituali, e puntualmente versava la quota della ‘tessera’ dell’Azione Cattolica, della quale è stato dirigente nella Parrocchia e nel Centro Diocesano. Si laureò  all’Università degli Studi di Sassari, dove fu animatore degli studenti della Fuci. In quel tempo io ero stato incaricato dai responsabili della Giac di diffondere il bel giornale per ragazzi Il Vittorioso, sempre costellato dai portentosi fumetti di Jacovitti, e lui mi raccomandava di non fargli perdere nessun numero del settimanale per la sua raccolta; questo accordo durò fino a quando lui andò a Roma come Deputato al Parlamento.

Ogni volta che tornava a Sassari, partecipava alla Santa Messa con atteggiamento contemplativo e assorto, poi si intratteneva con noi più giovani e con tutta la gente, mostrando la sua passione per la cultura, il diritto, la politica, la teologia, la spiritualità.

Era arguto, ironico, pungente già da giovane? O è un tratto questo che ha maturato solo in età più avanzata?

 

Era arguto e ironico, essendo cresciuto nell’ambiente della città di Sassari, che aveva quasi una vocazione all’umorismo e alla narrazione condita di sale e pepe. Ma, per quel che ricordo, negli anni giovanili era meno sarcastico e pungente. Il papà e la mamma lo avevano educato ad un grande rispetto delle persone, alla cortesia, all’ascolto, al dialogo, alla signorilità. La mamma, in particolare, lo educò alla fede cristiana e alla preghiera, che si alimentò poi nella Chiesa, sotto il maestro dei giovani monsignor Giovanni Masia e gli altri sacerdoti della Parrocchia di San Giuseppe: don Giovanni Arghittu, don Leonardo Carboni, don Sebastiano Era, don Antonio Loriga. Fu poi grande amico di don Enea Selis, animatore della pastorale universitaria a Sassari ed anche a Milano, e quando don Enea divenne vescovo ausiliare di Iglesias e poi arcivescovo di Cosenza, fu in ottimo rapporto con monsignor Antonio Virdis, assistente della Fuci e con tutti i sacerdoti.

Riguardo all’arte di ‘picconare’, che faceva parte del suo dna, ho l’impressione che un giorno ci sia stata la classica ‘goccia che ha fatto traboccare il vaso’, negli ultimi anni della sua presenza al Quirinale. La ‘goccia’ lo ha spinto ad utilizzare questa sua arma per farsi meglio ascoltare e difendere a suo modo il diritto e la giustizia. Valorizzando l’antico proverbio sardo “dai matti e dai bambini si può sapere la verità”, si diede a castigare ridendo mores. E lo faceva sempre con una certa bonarietà, anche se – come ho detto nell’omelia della sua morte – le sue vittime “facevano fatica a leccarsi le ferite”. 

Quanto era sardo Francesco Cossiga? (e anche, in maniera più circoscritta, sassarese)?

 

Era sardo fino alla punta dei capelli, come tutti i Sardi, e faceva della sua trasparente identità il trampolino di lancio per la sua universalità. La cultura, l’esperienza politica, la conoscenza del mondo hanno dato a lui infatti una dimensione ecumenica e mondiale; lui certo considerava l’azione politica un servizio al ‘bene comune’. La ‘sassareseria’ in lui trapelava da tutti i pori, e per questo aveva anche un po’ di timore a venire spesso a Sassari, dove pensava di poter essere ricambiato con qualche colpo di piccone.

Noi possiamo dire oggi che la Sardegna è stata presente alla storia del mondo proprio attraverso la sua azione politica universale che, sulla scia del suo predecessore Presidente della Repubblica Antonio Segni, sardo e sassarese, volava sempre alto e guardava alle realtà di tutti i popoli. Io gli sono grato perché mi accompagnò al Quirinale per assistere al mio ‘giuramento’ di vescovo dinanzi al Presidente della Repubblica Sandro Pertini e poi mi invitò da Presidente a celebrare la Santa Messa nella cappella del Quirinale.

Monsignor Meloni, secondo Lei Francesco Cossiga è riuscito a vivere e a operare da politico e uomo di Stato sempre accompagnato, anzi guidato dalla Dottrina sociale della Chiesa?

 

La ‘Dottrina sociale della Chiesa’ era ‘il suo forte’. L’ha conosciuta e assimilata prima di ogni altro, l’ha insegnata negli ambienti della politica e dell’Università, l’ha comunicata a tanti laici e sacerdoti che appena la conoscevano, l’ha testimoniata con la sua fede nella vita personale e sociale, l’ha confermata nella sua sofferenza accolta con serenità. Ed ha professato sempre la sua fedeltà al Magistero del Papa nella sua matura personalità cristiana e lungimirante.

E’ un bell’auspicio per noi che tra qualche giorno parteciperemo alla “Settimana sociale dei cattolici italiani” nella città di Reggio Calabria per proporre al Paese un’agenda di speranza.