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INTERVISTA AL CARDINALE JAMES FRANCIS STAFFORD- 'IL CONSULENTE RE' 2/2002 

 

Si avvicina a grandi passi la Giornata mondiale della Gioventù, che si svolgerà a Toronto a fine luglio. Sarà interessante valutare quanto dello spirito e dell’entusiasmo di Tor Vergata si esprimerà ancora in terra canadese. Le avvisaglie sono molto incoraggianti, come emerge dall’intervista che il cardinale James Francis Stafford ci ha concesso a S. Calisto a fine gennaio 2002.

 

 

Al nostro interlocutore, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, abbiamo chiesto di comparare Denver 1993 (svoltosi mentre era arcivescovo della città) a Toronto 2002: quali le differenze nella preparazione, nei temi, nei giovani stessi? Il quasi settantenne cardinale nato a Baltimora (nel suo studio non mancano ricordi delle sue origini) ha poi risposto a una serie di domande sulle caratteristiche della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, sull’impatto e sulle conseguenze dell’11 settembre: un massacro che ha costretto il Paese a una profonda riflessione sui veri valori della vita. Non è mancata qualche valutazione sul cristianesimo europeo, grande sconfitto del Novecento, non avendo saputo impedirne le tragedie immani originate anche da conflitti tra Paesi formalmente ‘cristiani’.  

 

Eminenza, nel 1993 Denver ha ospitato la Giornata mondiale della Gioventù. A nove anni di distanza ecco il ritorno nell’America del Nord, a Toronto. Lei era a Denver da arcivescovo della città, sarà a Toronto da cardinale presidente del Pontificio Consiglio per i laici. Incominciamo dalla preparazione ai due eventi: analoga o diversa?

 

Il tema del 1993 era tratto da Giovanni 10,10: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbondanza”. Quello del 2002 è invece di Matteo 5,13-14: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”. Nel 1993 l’accento era sulla missione di Cristo, nel 2002 su quella dei battezzati. Una missione quest’ultima tanto più necessaria oggi dopo quel che è accaduto l’11 settembre. Un’altra differenza è data dal diverso grado di conoscenza dell’esperienza del pellegrinaggio, sia da parte dei consacrati che dei laici. A Denver è stato difficile per noi comprendere appieno il tema. Ricordo la nostra risposta nazionale e locale al momento in cui questo dicastero ha prefigurato la concretizzazione della Giornata sotto il segno del pellegrinaggio dei giovani: “Impossibile per noi”.

 

Perché “impossibile”?

 

Perché non avevamo conoscenze dell’argomento, che non era parte della nostra catechesi. Ora invece l’esperienza ce l’abbiamo, anche con i giovani; sappiamo tutti che la vita è contingente, che siamo pellegrini e tendiamo in piena libertà alla Città di Dio.

 

Anche i giovani sono cambiati rispetto a nove anni fa…

 

Penso che in loro ci sia la conoscenza di un’esperienza più profonda di libertà cristiana invece che secolare. Sanno ormai che la libertà cristiana è un’opportunità di scegliere il meglio nella vita, di ricerca delle virtù cristiane nella vita. Anche vescovi e sacerdoti sono coscienti di poter avere oggi un ruolo nella vita dei giovani, al contrario che nel 1993, quando molti ritenevano impossibile penetrare nell’universo dei giovani, nella loro musica, nel loro linguaggio. Un giovane canadese mi ha detto che a Toronto, ancora più che a Denver, sarà possibile non solo comprendersi meglio tra giovani canadesi di diverse lingue e culture, ma in genere far crescere la consapevolezza della ricchezza dell’altro a livello continentale e mondiale.

 

Lei ha affiancato il Papa molte volte nei suoi contatti con i giovani, anche con le folle di Parigi e di Tor Vergata. Ci si chiede a che cosa rappresenti Giovanni Paolo II per tanti giovani: viene ammirato più come  star massmediatica, il buon padre o nonno, l’uomo Karol Wojtyla artista del comunicare e missionario infaticabile, il Successore di Pietro, il Magistero della Chiesa cattolica?  

 

Secondo me tanti giovani ammirano in Giovanni Paolo II soprattutto la dimensione profetica, sul tipo del profeta Gioele, che ha evidenziato nel terzo capitolo della sua profezia il tema del sogno degli anziani, della visione dei giovani.  Anche i nostri giovani vogliono sognare e del Santo Padre apprezzano, oltre alla vita integra in un passato difficile perché determinato dall’orrore di due totalitarismi, la capacità di dare speranza in un mondo nei fatti più connotato dalle tragedie. 

 

E il Papa come Successore di Pietro?

 

La dimensione profetica è collegata a quella di Successore di Pietro. Inoltre molti giovani apprezzano la dimensione paterna del Santo Padre. Mi ricordo un’immagine pregnante di Tor Vergata, quando un giovane riuscì ad aggirare le misure di sicurezza e a correre per abbracciare il Papa; il giovane piangeva e il Papa si fece abbracciare. Tanti giovani avrebbero voluto farlo e si riconobbero pienamente nel loro coetaneo.

 

E’ sempre aperta la discussione a sapere se chi abbraccia con tanto amore il Papa, lo condivida anche quando parla in materia morale. Lo si ammira ma non lo si segue?

 

Questo è vero per tutti, non solo per certi giovani. Tutti noi siamo peccatori. E’ molto difficile seguire i comandamenti di Gesù, le sue “Beatitudini”. Lei conosce la “Divina Commedia” di Dante: quanti cattolici all’Inferno… e anche vescovi e arcivescovi e papi! Io comunque non sono certo che papa Wojtyla non sia seguito da tanti giovani anche nei contenuti; non c’è fondamento per asserire che i giovani contraddicano il Santo Padre nei comportamenti! Dove sono le prove? Ho constatato che a Toronto e in tutto il Canada l’attesa è grandissima; e a Denver,  dopo la Giornata, il comportamento di tanti giovani è cambiato. Ora constatiamo l’accrescersi della frequenza alle sante messe, degli studenti nelle scuole cattoliche, delle vocazioni in seminario (ora siamo quasi a novanta), dei membri dei movimenti. I giovani seguono il Papa in campo sociale, nella valorizzazione della persona umana; lo ascoltano anche in campo morale e nella catechesi. Ma il seme gettato richiede tempo per trasformarsi in albero. 

 

Un fatto particolare L’ha colpita durante il Giubileo dei giovani: le confessioni di massa al Circo Massimo. Frutto anche di suggestione collettiva o scelta personale di responsabilità?

 

Penso che i giovani abbiano fatto un collegamento tra peccato, colpa e perdono. E’ pericoloso avere un senso di colpa senza associarlo al perdono, perché ciò potrebbe sfociare in violenze, come si è più volte constatato nella cronaca. A Denver nel 1993 l’esperienza del Sacramento non era ancora ben coordinata. Molti giovani anche là avrebbero voluto confessarsi, ma non c’era l’organizzazione sufficiente. Neppure a Manila. Ci abbiamo riflettuto e a Parigi, nel 1997, l’organizzazione è stata adeguata e i desideri dei giovani hanno potuto concretizzarsi: hanno potuto ricevere il perdono personale da un altro, da un rappresentante della Chiesa. Al Circo Massimo, poi, i giovani penitenti sono stati accolti da coetanei che già avevano provato l’esperienza in alcune diocesi italiane.

 

Lei è venuto dagli Stati Uniti a Roma. E’ forte la differenza di mentalità (pur all’interno di un’unità sostanziale) tra la Sua Chiesa particolare e quella “romana”?

 

L’identità cattolica negli Stati Uniti è molto legata alla persona del Papa, all’amore e al rispetto per lui, essenziali nelle ondate immigratorie dei tempi di Pio IX e oggi ancora persistenti. E’ l’esperienza anche mia e dei miei genitori: non è certo difficile per me servire la Chiesa in Vaticano! Questo detto, è vero che l’esperienza cattolica negli Stati Uniti è molto diversa da quella italiana ed europea in genere.

 

Quali i motivi?

 

L’Italia è stata molto influenzata dall’Illuminismo francese, che ne ha determinato molti comportamenti dal Settecento in poi: il laicismo come esiste in Italia non è presente negli Stati Uniti.

 

Che cosa intende per laicismo?

 

L’ostilità verso la Chiesa cattolica, in special modo verso la gerarchia, presente in settori non minori della vita civile. Negli Stati Uniti, invece, siamo stati influenzati dall’illuminismo scozzese, più aperto alla religione. Il che significa che l’ambiente culturale statunitense è più disponibile di quello europeo alla collaborazione e all’apporto delle Chiese. Sarebbe auspicabile che in Europa si conoscessero meglio le esperienze statunitensi, anche per capire nel giusto modo le reazioni a determinati avvenimenti di questo grande Paese.  

 

A proposito di avvenimenti: che cosa ha significato l’11 settembre per la Chiesa particolare degli Stati Uniti?

 

La Chiesa cattolica là è incorporata in quella società, che ha tradizionalmente profonda una grande tentazione: quella del titanismo militare, culturale, sociale, economico. Con l’11 settembre molto è cambiato: ora è diffusa la coscienza del contingente, dell’effimero, della fragilità. Insomma anche la nostra vita ha un inizio e una fine: anche noi possiamo essere attaccati dall’esterno. L’attacco dell’11 settembre ha creato un nuovo senso della comunità anche nelle Chiese: tutti ora siamo più fragili e abbiamo bisogno di compattezza religiosa, oltre che sociale. E’ in atto una forte riscoperta del senso della famiglia, del significato dell’uomo e della donna nella società contemporanea, dell’importanza decisiva di un uso corretto della bioetica. La mia speranza è che sotto questa amministrazione Bush si faccia la riflessione più ampia possibile sul significato dell’umano.      

 

Grande riflessione sulla fragilità della propria esistenza e sul significato della persona umana, con riflessi sociali importanti. Quali altre considerazioni può fare sull’attualità statunitense?

 

Penso che si sia accresciuto il senso di responsabilità negli americani verso la globalizzazione e i suoi effetti sul Terzo Mondo. Tante le domande che si pongono gli Stati Uniti, in primis questa: “Perché siamo così odiati nel mondo”?

 

Una domanda che Lei si è posto anche nel contesto romano?

 

Sì, l’ho sentita sorgere spontanea anche qui a Roma, da cardinale; è frutto dei miei incontri con i laici mediorientali, con quelli africani…. 

 

Non è una sorpresa. Gli Stati Uniti non godono di grandi favori in seno al cattolicesimo in genere (anche italiano, europeo) spesso tra i religiosi, ma anche tra ecclesiastici e non pochi laici; sono considerati da molti come ricchi sfruttatori, gendarmi prepotenti del mondo, padroni dell’economia mondiale in senso negativo. Tra molti musulmani, poi, al di là delle asserzioni comprensibili di carattere diplomatico, l’odio realisticamente è particolarmente intenso verso i “padroni della Terra”, perdipiù amici degli ebrei e considerati i primi responsabili dell’ingiustizia sociale. Torniamo negli Stati Uniti: il dopo-11 settembre ha comportato anche la reazione militare in Afghanistan…

 

Ora negli Stati Uniti si sta pensando molto seriamente a come si può giungere a una pace vera e duratura. La Conferenza episcopale ha riconosciuto il diritto alla difesa, un’opzione che deve attuarsi in modo proporzionato e deve essere considerato come mezzo estremo. Personalmente mi sento più vicino al Papa, che non cessa di ricordare come la pace vada legata a giustizia e perdono. La vera opzione cattolica è quella della ricerca della pace…

 

Ciò che si traduce nel “porgi l’altra guancia”?

 

Penso che l’etica cristiana sia fondata sul Sermone della montagna, di cui fanno parte anche le Beatitudini. Essa è molto difficile da applicare non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche in quelle interstatuali. Ma i cittadini cristiani hanno il compito preciso di valutare ciò che accade nel mondo contemporaneo alla luce del Sermone di Gesù. L’hanno fatto in Europa nel Novecento? Purtroppo il cattolicesimo e, più in generale, il cristianesimo europeo, ha subito una grande sconfitta nel secolo scorso, non riuscendo a impedire la guerra tra nazioni cosiddette ‘cristiane’. Assisi non può essere un’illusione, deve diventare realtà per tutti gli uomini.

 

Pensa, eminenza, che questa volta Assisi porterà effetti positivi nei comportamenti della vita quotidiana?

 

Credo di sì. Ma non siamo pelagiani. Dobbiamo pregare con fervore e continuità lo Spirito Santo perché il vento di Assisi soffi dappertutto nel mondo.