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INTERVISTA AL PRESULE AFRICANO, SEGRETARIO DI PROPAGANDA FIDE - 'IL CONSULENTE RE' DI GIUGNO 2009

 

A colloquio con l’arcivescovo guineano Robert Sarah, segretario di ‘Propaganda fide’, su forme e contenuti della visita del Santo Padre in Cameroun e in Angola – Realtà negativa e speranze del Continente che ‘soffre sproporzionatamente’ – Lo slancio dato alla Chiesa africana dalla presenza e dalle parole di papa Benedetto XVI

Trentatreenne fu nominato da Paolo VI nell’aprile del 1978 arcivescovo di Conakry. Dovette attendere però 14 mesi prima dell’annuncio ufficiale (il 13 agosto 1979), a causa dell’ostilità del regime del dittatore Sékou Touré. La consacrazione avvenne il giorno dell’Immacolata dello stesso anno. Fino al 2001 pastore della capitale guineana, da otto anni l’arcivescovo Robert Sarah serve la Chiesa universale come segretario di ‘Propaganda fide’, un compito tanto gravoso (anche fisicamente) quanto delicato. Dal 17 al 23 marzo è stato chiamato ad accompagnare Benedetto XVI nel primo viaggio in Africa del Papa: è stata una visita molto intensa in due spicchi di un continente poco considerato ma molto sfruttato. Nell’intervista che segue il presule sessantatreenne evidenzia alcuni aspetti di quelle giornate in rapporto anche all’odierna condizione di un continente che – come ha rilevato il Papa – “soffre sproporzionatamente”. Ma non “irreversibilmente”.

Monsignor Sarah, Lei – da africano e segretario di ‘Propaganda Fide’- ha accompagnato papa Benedetto XVI nel recente viaggio apostolico in Africa. A oltre due mesi di distanza ci sono momenti che suscitano ancora in Lei un’emozione particolare?

E’ vero che l’Africa è per natura una terra ospitale. Però sono stato e rimango molto impressionato per l’entusiasmo, espressione di gioia sincera e per l’accoglienza affettuosa, caratterizzata da rispetto e venerazione che gli africani hanno riservato al Santo Padre. Mentre passava il Papa, ho notato persone inginocchiarsi per terra, in attesa di riceverne la benedizione. Ho visto grandi manifestazioni di fede, un forte senso del sacro; tutte le celebrazioni erano accurate e vissute con pietà e fervore. Impressionanti i silenzi dopo le omelie di Benedetto XVI e dopo la santa Comunione: si viveva nell’atmosfera adeguata per permettere alla Parola di Dio di entrare nel nostro cuore e di rendere presente Dio in noi. Le celebrazioni liturgiche sono state caratterizzate dalla compattezza dei fedeli, che erano ‘una cosa sola’ con il Santo Padre. A Luanda c’è stato un evento doloroso, la morte di due ragazze che erano venute per partecipare alla santa messa: le ricordiamo e le portiamo sempre nel cuore. 

Il Santo Padre è stato in – diciamo così -  due Afriche culturalmente e storicamente diverse: nel Cameroun (Yaoundé) e in Angola (Luanda). Si è notata tale diversità nell’accoglienza?

Piuttosto direi che il Santo Padre ha fatto visita a due Paesi africani. Negli occhi di tutti – sia in Cameroun che in Angola - si potevano leggere l’entusiasmo e il rispetto per papa Benedetto XVI. Tuttavia sommessamente posso notare che in Cameroun si notavano più raccoglimento, più disciplina, più ordine, un’organizzazione migliore. In Angola la disciplina era meno curata, la sicurezza era gestita dai boys-scout : del resto il Paese è uscito non da molto da una lunga e sanguinosa guerra civile, con tutte le conseguenze anche sul sistema educativo. Non è meno vero che l’ultima celebrazione a Luanda, con un milione di persone, è stata la conclusione bellissima, stupenda del viaggio di Benedetto XVI in Africa.

Quanto è servito il viaggio africano all’Africa stessa intesa come continente? Agli africani considerati individualmente?

 

Il Santo Padre ha dato risposta alle sue domande quando ha detto di partire per l’Africa consapevole di non aver niente da proporre e da offrire a chi avrebbe incontrato, tranne Cristo, la Buona Novella, la Croce che è mistero supremo dell’Amore divino che vince ogni resistenza umana e rende possibile perdono e amore verso i nemici, la Grazia del Vangelo che può trasformare e rinnovare l’Africa e dare a uomini e donne una forza irresistibile di pace e di conciliazione. Una visita con l’obiettivo di confermare l’Africa e gli africani nella loro fede in Cristo; e di impiantare profondamente nel suolo e nei cuori degli africani la Croce del Signore. Ecco a che cosa è servito il viaggio africano del Papa. Il Santo Padre ha anche ribadito che l’Africa dovrebbe operare con determinazione per diventare il continente della speranza, non solo ecclesiale, ma civile in genere. Penso anche che questo viaggio abbia aiutato gli africani a lavorare per meglio gestire il continente nella giustizia, per liberare il popolo africano dai flagelli dell’avidità, della violenza, del disordine, della corruzione, creando così le basi per uno sviluppo vero del continente. Il Santo Padre ha voluto dare la sveglia agli africani perché si riapproprino della loro responsabilità sociale. 

Si può già misurare quanto ha inciso il viaggio africano (voluto anche per presentare l’ Instrumentum laboris  del Sinodo per l’Africa del prossimo ottobre) sulla quotidianità della Chiesa cattolica locale?

La Chiesa in Africa è stata consolidata nella sua fede, resa più cosciente della sua missione di portare il Vangelo a tutti, invitata ad approfondire la conoscenza dei misteri cristiani, a rafforzare la vita cristiana soprattutto attraverso i sacramenti del Battesimo, dell’Eucaristia, della Riconciliazione e del Matrimonio. E’ vero che tutto questo non può concretizzarsi in pochi giorni; ma sono convinto che la Chiesa crescerà ancora progressivamente. E sarà ‘aiutata’ in questo anche dal Sinodo sull’Africa del prossimo ottobre.

Papa Benedetto XVI ha denunciato più volte nei suoi interventi i mali dell’Africa, ricordando ad esempio (nella cerimonia di benvenuto all’aeroporto di Yaoundé) che “l’Africa soffre sproporzionatamente”. Monsignor Sarah, come spiega tale affermazione? E quali colpe ha l’Africa stessa per tale situazione?

Un dato è chiaro: l’Africa è il continente in cui sono accumulate tutte le sofferenze in modo sproporzionato: povertà estrema, malattie, analfabetismo, violenze, guerre, divisioni tribali, pandemie, corruzione politica…. la lista è lunga. L’Africa è sfruttata ingiustamente dai Paesi ricchi e per procedere senza regole sono date agli africani armi sofisticate, che vengono pagate con le grandi risorse naturali del continente. E’ scandaloso e nessuno ne parla. Certo le colpe di questa situazione sono anche africane: la corruzione dei dirigenti africani e delle loro cerchie, la loro  avidità di potere politico ed economico, l’assenza totale di moralità in loro. Per mantenere le loro posizioni di potere in modo illegale, sprecano le ricchezze naturali con la complicità dei poteri stranieri che si fondano sul turpe commercio delle armi. La situazione sfugge ad ogni controllo; ed è d’altra parte specchio dell’odierna immoralità del commercio internazionale.  

Il Santo Padre ha invitato l’Africa a rifiutare “l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati”, a “non lasciarsi affascinare da false glorie e da falsi ideali”, a non rifugiarsi in “paradisi effimeri e artificiali importati”, a difendere il valore della famiglia (a Luanda: “Alla fragilità ed instabilità interna di tante unioni coniugali, si viene ad aggiungere la tendenza diffusa nella società e nella cultura di contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio”). Tutto ciò è un ‘regalo’ che l’Occidente secolarizzato fa all’Africa. Ma l’Africa ha la forza per respingere tali ‘offerte’? Oppure è tanto debole da doverle il più delle volte accettare?

Come Lei ha notato, le parole del Santo Padre sono state parole ‘forti’ e paterne nel contempo, piene di preoccupazione e di tristezza per i modi in cui, a causa della sua debolezza, l’Africa è trattata. Molto viene imposto all’Africa come condizione per ricevere aiuti economici. Lei ricorda giustamente le parole del Papa contro l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non nati. 

I Paesi occidentali con la loro potenza politica, economica, massmediatica danno l’impressione di voler distruggere tutte le altre culture per imporre una cultura paneuropea, panamericana. I Paesi africani, perché possano ricevere un aiuto, devono accettare l’aborto, il preservativo, la sterilizzazione femminile, l’ideologia del gender. E’ la lotta di Davide contro Golia. Ci sono però segnali che l’Africa è decisa a combattere, giovandosi della potenza di Dio e del sostegno della Chiesa. E’ vero che la fede in Africa è ancora giovane, fragile; ma il continente piano piano sta acquisendo una maturità evangelica confortante, sempre più conscia di dover respingere le false glorie, i falsi ideali, i paradisi effimeri ed artificiali importati. Io sento di dover ringraziare il Santo Padre per la sua sollecitudine paterna nell’attirare l’attenzione dell’Africa intera su questi temi. Sono sicuro che il Signore Dio Onnipotente non lascerà i deboli e i poveri indifesi, senza proteggerli.

Ancora, nell’incontro di Yaoundé con i presuli membri del Consiglio speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, il Papa ha rilevato che “la situazione di disumanizzazione e di oppressione che affligge i popoli africani non è irreversibile”. “Non arrendetevi alla legge del più forte! – ha detto il Papa a Luanda – Perché Dio ha concesso agli esseri umani di volare, al di sopra delle loro tendenze naturali, con le ali della ragione e della fede”. Tuttavia: come riuscire realisticamente a invertire la tendenza? Come evitare ad esempio i conflitti “spesso cruenti tra gruppi etnici o popoli fratelli, i massacri e i genocidi che si sviluppano nel Continente”? Con quali strumenti? Se è il denaro a dominare il mondo, la sfida appare molto difficile da vincere…

Sono vere, reali la disumanizzazione e l’oppressione che affliggono il popolo africano. Domina la legge del più forte, sono ricorrenti i conflitti etnici e i massacri tribali. Però noi dobbiamo combattere tali flagelli non con la spada, ma con l’aiuto e nel nome del Signore. Come dice Benedetto XVI, Dio ha scelto il Continente africano perché diventi la dimora di Suo Figlio. Già Paolo VI aveva affermato l’Africa come “Nova patria Christi”. Giovanni Paolo II nell’esortazione sinodale Ecclesia in Africa rilevava che il nome di ogni africano è scritto nelle mani trafitte di Cristo. E’ vero, solo Cristo, nostra pace e riconciliazione, potrà aiutare l’Africa e salvarla dai suoi conflitti, dalle sue tragedie. E’ Lui che ci darà le ali della ragione e della fede per superare le nostre debolezze. Solo così l’africano troverà le forze sufficienti per affrontare la vita quotidiana così dura. Chi lotta con l’appoggio di Dio può affrontare il futuro con speranza e fiducia. Giovanni, nella sua prima lettera, scrive che è la nostra fede che ci darà la vittoria sul mondo. Solo chi crede che Gesù è Figlio di Dio, può vincere il mondo. Io credo che il viaggio del Santo Padre in Africa ha dato al continente lo slancio necessario per poter resistere con successo alle forze potentissime che vorrebbero continuare a soggiogarla, umiliandola nei suoi valori profondi e rapinandola delle sue grandi ricchezze.