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INTERVISTA AL CARDINALE GEORGE PELL SUI CASI D'AUSTRALIA - di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI GIUGNO 2011

Nella prima parte dell’intervista il cardinale Pell parla dello sviluppo dell’idea di una ‘Domus Australia’ a Roma e dell’ottimo risultato raggiunto. Poi riflette su verdi e rossi, sulla messa in latino, sul caso del vescovo Morris

 

Cogliendo l’occasione della presenza a Roma del cardinale George Pell (anche per l’inaugurazione della ‘Domus Australia’ a via Cernaia), l’abbiamo incontrato per parlare con lui sia della ‘Domus’ che di alcuni aspetti della situazione del cattolicesimo in Australia. In particolare gli abbiamo chiesto di aggiornarci (a tre anni di distanza dall’intervista apparsa ne “Il Consulente RE” cartaceo 1/2008) sull’evoluzione registrata nell’ambito dei temi ‘eticamente sensibili’, sull’accoglienza ricevuta in Australia dall’Istruzione ‘Universae Ecclesiae’ (applicativa della liberalizzazione del rito straordinario per la Messa), sulla vicenda che ha portato il vescovo di Toowoomba William Morris a essere ‘sollevato dall’incarico’ lo scorso due maggio. Disponibile e cordiale come sempre, il settantenne arcivescovo di Sydney ha risposto con lingua franca a tutte le domande. Come noteranno i lettori dell’ampia intervista.

Eminenza, prendiamo spunto dall’inaugurazione della Domus Australia a Roma…

Come è noto, la società australiana è assai ricca e la ricchezza è abbastanza ben distribuita al suo interno. Da ciò deriva che tanti giovani australiani possono andare all’estero, soprattutto in Europa, negli Stati Uniti, da qualche tempo anche in Asia. In Europa giungono dunque in molti, in particolare in Gran Bretagna; non pochi italo-australiani e giovani cattolici approdano anche a Roma. Benefico questo muoversi, poiché in tal modo i nostri giovani possono entrare in contatto e conoscere altri tipi di società.

Focalizziamoci su Roma…

 

Si dice che siano circa sessantamila all’anno i pellegrini e i turisti australiani a Roma, in gran parte cattolici. Vogliamo aiutarli a diventare pellegrini se non lo sono e a rafforzare la loro fede se già invece giungono in tal veste.

Quando è sorta l’idea di un Centro d’accoglienza? 

 

E’ da diversi anni che se ne parla. Già il mio predecessore a Sydney, cardinal Edward Clancy, aveva pensato a un collegio per i nostri sacerdoti che studiavano a Roma; ma aveva avuto scarso appoggio dai confratelli vescovi australiani. Io ero tra i pochi favorevoli. Da arcivescovo di Melbourne ho incominciato ad approfondire la questione, di cui ho continuato ad occuparmi anche quando, nel 2001, sono divenuto arcivescovo di Sydney.  Dapprima si pensava a un Centro d’informazione per gli australiani, poi a una messa festiva in inglese in una chiesa di Roma. Sono così andato dal cardinal Ruini, che mi ha indirizzato all’Apsa, Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica. In tal sede abbiamo vagliato le possibilità immobiliari, ma erano tutte o quasi lontane dal centro: mi ricordo che di una avevo osservato che era più vicina a Napoli!

Insomma, per alcuni anni, ha bussato a varie porte, senza risultato…

Ho visitato immobili anche in centro, palazzi antichi, ma nessuno era adeguato alle nostre esigenze. Per un certo tempo ho smesso di cercare. Ma in una cena durante un Sinodo, il cardinale inglese Murphy O’Connor mi incitò a riprendere le ricerche. Mi rimisi in cammino, finché incappai nella Casa provinciale dei padri Maristi, in via Cernaia. Capii subito che, benché da ristrutturare, faceva al casa nostro, poiché aveva grandi possibilità di sviluppo. I padri Maristi ci hanno venduto il complesso immobiliare a un prezzo abbastanza buono (avrebbero forse ricevuto di più, se l’avessero venduto a un ente civile!); e così sono incominciati i lavori…

Guardi un po’ oggi che splendore di casa e di chiesa!

 

Proprio uno splendore! Io intuivo che i lavori sarebbero riusciti bene,  ma è ancora più bello poter ammirare la casa e la chiesa a lavori finiti… meglio la constatazione di persona, visibile, tangibile che l’immaginare, il prefigurarsi!

Eminenza, quali saranno le funzioni di questa nuova Domus Australia?

Due quelle principali. La prima, quella di convertire i turisti in pellegrini. Ci saranno una messa quotidiana in inglese, ci saranno le confessioni, un centro d’informazione e di aiuto. La seconda, quella di rafforzare la comunione tra il Papa, la Chiesa di Roma e quella, lontana geograficamente, d’Australia. La Domus Australia ospiterà prevalentemente turisti laici. Del resto per il momento i nostri seminaristi – una quindicina - continueranno a risiedere nel Collegio Nordamericano, in cui sono molto ben accolti: rettore e professori lì sono molto competenti.

Lei ha osservato che la Chiesa d’Australia è “lontana geograficamente”… vi sentite sostanzialmente periferici nella Chiesa?

No. Dipende poi sempre da dove si incomincia (sorride). Per noi l’Australia è il centro del nostro mondo! Cent’anni fa per arrivare da noi ci volevano due, tre mesi; oggi bastano ventiquattro ore. Con i nuovi strumenti di comunicazione tecnologica, poi, restiamo in contatto in tempo reale.

Nell’intervista di tre anni fa (vedi “Il Consulente RE” cartaceo 1/2008, intervista anche nell’archivio online della rubrica Conversando) Lei aveva rilevato che in Australia le proposte cattoliche “cadono su un humus ancora generalmente ben predisposto”. E’ ancora così oppure la situazione è peggiorata?

Difficile rispondere con un o con un no. Per certi aspetti è peggiorata, da altri è migliorata…

Migliorata fors’anche per l’influsso della GMG di Sydney del luglio 2008?

 

Sì, la GMG ha certo aiutato la Chiesa a diffondere il suo messaggio tra i giovani.

Permangono gli effetti positivi di quei giorni?

Direi di sì. Ad esempio dall’arcidiocesi di Sydney partiranno per la GMG di Madrid millecento giovani. Un dato insperato, ma il vento dello Spirito soffia forte in particolar modo sugli allievi dei nostri licei cattolici. Bisogna ricordare che le scuole cattoliche in Australia sono frequentate da un allievo su cinque. E’ vero che il Governo ci aiuta con le sue sovvenzioni, ma in ogni caso noi offriamo un contributo molto importante alla Nazione, nell’educazione delle giovani generazioni.

Passiamo ora agli aspetti della situazione che sono peggiorati rispetto a tre anni fa…

 

Continuano e si aggravano le difficoltà all’interno delle famiglie come quelle relative all’uso di droghe, all’abuso di alcool, al gioco d’azzardo. Nell’ultima intervista avevo spiegato che la Camera dei Rappresentanti aveva votato a favore del matrimonio considerato solo come unione tra uomo e donna. La decisione è ora legge, ma le pressioni per legalizzare altri tipi di unioni sono diventate molto forti.

Eminenza, anche in Italia quelle lobbies, provviste di denaro e ben introdotte nei massmedia e nell’ambito culturale, sono scatenate per far riconoscere, parificandoli al matrimonio tra uomo e donna, legami d’altro genere…

 

Speriamo che la nostra legge resti così com’è e si riesca a resistere alle nuove pressioni.

E sul diritto alla vita?

A tale proposito è interessante notare una certa schizofrenia che emerge dai risultati dei sondaggi fatti nella popolazione. Per un verso si certifica una larga maggioranza favorevole all’aborto, inteso come diritto di ogni donna; per un altro un’analoga ampia maggioranza non approva l’alto numero di aborti nel Paese.

Riguardo alla questione dell’eutanasia?

 

Non mancano pressioni nuove, forti, per introdurla nella legge australiana. Particolarmente attivo in questo un partito politico, quello dei verdi (che ha tra il 109 e il 15% dei voti). I verdi del resto sono anche molto favorevoli all’aborto, al riconoscimento delle coppie omosessuali…

Trovano spazio nei massmedia?

 

Certo… e tanto!

Come dubitarne, guardando anche all’esempio italiano, dove fioriscono nuove cosiddette ‘primavere’ e dove l’ opportunismo fa vacillare perfino i nostalgici della romanità pura e dura…

 

Alcuni di questi verdi, specialmente nel mio Stato del Nuovo Galles del Sud, sono vecchi comunisti, stalinisti riciclati. Constatiamo qui il fenomeno del Watermelon, dell’anguria: questi verdi sono verdi fuori e rossi dentro…

Fenomeno che si ritrova anche in Europa. Però non tutti i verdi sono d’accordo, nel senso che gli ecologisti ‘puri’ a volte si scindono dagli altri…

 

Pure in Australia all’interno del partito regna oggi grande agitazione… i verdi-verdi non sono d’accordo con i verdi-rossi!

Eminenza, una domanda sull’accoglienza avuta in Australia dal Motu proprio Summorum Pontificum sulla ‘liberalizzazione’ della forma straordinaria del rito romano per la Messa e dalla recente Istruzione applicativa Universae Ecclesiae. In Europa non mancano resistenze, anche a livello cardinalizio (vedi ad esempio la dichiarazione del cardinal Lehmann)…

 

No, in Australia non ci sono state particolari reazioni. Un po’ perché non ci sono tanti fedeli che richiedono la Messa nel rito straordinario. Ho presieduto recentemente un’ordinazione sacerdotale nell’antico rito. E’ durata tre ore e un quarto…

Che impressione ne ha tratto?

 

Come sempre il rito straordinario accentua molto bene l’aspetto trascendentale, mistico. Però, secondo me, da tanti altri punti di vista è meno adeguato rispetto al rito ordinario. Sono pochi del resto quelli che lo richiedono. Anche la conoscenza del latino è molto diminuita, non è come quando studiavo ai miei tempi. Perciò, anche prescindendo da altre considerazioni: come celebrare nel rito straordinario, se non si sa il latino?

Eminenza, veniamo all’ultimo argomento che riguarda la questione del vescovo di Toowoomba William Morris, dimissionato ufficialmente il 2 maggio scorso da papa Benedetto XVI. Come ha vissuto Lei l’evolversi di una vicenda incominciata non meno di 18 anni fa, quando Morris fece il suo ingresso in diocesi?

In qualche modo il tutto m’è sembrato una sorta di tragedia greca, che passo passo procede verso una conclusione inevitabile. Il vescovo ha compiuto degli errori gravi e non li mai ammessi, continuando nel suo comportamento irregolare…

Quali errori in particolare?

Da subito, per il sacramento della Penitenza, ha voluto l’assoluzione collettiva e non individuale. Richiamato più volte da Roma (come nel 1998), è andato avanti per la sua strada. Nel 2006 poi, in una lettera pastorale, ha annunciato di volere l’ordinazione sacerdotale e di voler riconoscere pastori protestanti per la celebrazione dei riti cattolici. Eppure il dialogo con il Vaticano è continuato. Purtroppo non c’è stato niente da fare. Ad esempio, chiestogli di venire a Roma per incontrare alcuni cardinali come Re, Arinze, Levada, ha risposto di non avere tempo. Poi è venuto, ha avuto un incontro, la Curia ne stava preparando un secondo, ma il vescovo Morris se n’era già tornato in Australia.

Ha incontrato anche Benedetto XVI?

Sì, nel 2009. Ma ha rifiutato di dimissionare. Inevitabilmente, dopo un altro paio d’anni, si è giunti alle dimissioni forzate. Una vicenda penosa, e non da parte della Santa Sede che ha mostrato una grande pazienza. E una vicenda molto triste: il vescovo Morris ha dimostrato grandi capacità pastorali, ha lavorato anche molto bene sul tema della lotta alla pedofilia. Purtroppo era un solista, che non ha mai sentito la bellezza e la necessità del lavorare insieme, del condividere. Non ha mai voluto cambiare le sue opinioni sui temi citati. E’ un grande ostinato. Forse non è un gran teologo, un teologo di prima classe, non è riuscito mai a capire le conseguenze delle sue opinioni. Oggi però è prioritario mantenere la comunione della diocesi con la sede di Pietro, aiutare l’amministratore apostolico monsignor Brian Finnigan, vescovo ausiliare di Brisbane a ripristinare l’identità cattolica.

 

Quali le reazioni dei poco più di sessantamila fedeli diocesani di Toowoomba?

 

Per quanto mi riguarda, a Sydney, non ci sono state grandi reazioni. Sì, qualche sacerdote ha protestato, c’è stato un documento di un gruppo di ‘progressisti’. Invece nella diocesi di Toowoomba, il vescovo Morris è appoggiato dalla maggioranza dei sacerdoti. Ora, però, ripeto che prioritario è ricercare l’unità della diocesi e la piena comunione con Roma.