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INTERVISTA ALLE ATTRICI ALBA ROHRWACHER E DIANE FLERI - di GIUSEPPE RUSCONI - www.rossoporpora.org - IL CONSULENTE RE' DI OTTOBRE 2007

 

E’ andata così. A giugno, presso il cinema romano parrocchiale delle Provincie, abbiamo assistito alla proiezione di “Mio fratello è figlio unico”, un film che – attraverso l’evoluzione subita da due giovani di Latina - rimanda ad anni incandescenti della vita politica e sociale italiana, quelli attorno al Sessantotto. Di cui l’anno prossimo ricorre il quarantesimo.

Nel film, oltre ai protagonisti maschili, emergono anche figure femminili interessanti, interpretate da Angela Finocchiaro, Anna Buonaiuto. E da due ragazze, Violetta e Francesca, ben interpretate la prima (la sorella dei protagonisti) da Alba Rohrwacher, la seconda (la fidanzata di Manrico, appetita anche da Accio) da Diane Fleri. Due attrici ‘nuove’, che però grazie a “Mio fratello”, si sono fatte conoscere da un largo pubblico e sembrano destinate a raccogliere altri allori nel mondo cinematografico.

 

Le abbiamo intervistate una sera di inizio settembre presso la sede di via Belli. Nessuna delle due è solo italiana. Alba Rohrwacher è italo-tedesca, di padre amburghese e madre umbra; Diane Fleri è italo-francese e nel suo sangue si mescolano influssi corsi e bretoni, triestini e maltesi. Inoltre a un anno di età, seguendo il padre diplomatico, è andata in Israele (dov’è restata sette anni), poi per tre a Malta, prima che la famiglia si stabilisse a Roma. Più riservata e ‘tedesca’ (ma in lei la dolcezza delle colline umbre non manca) la prima; caratterizzata da una gran gioia di vivere (che manifesta in vari modi) la seconda. Abbiamo loro chiesto di ricostruire la loro ‘vocazione’, di riandare a “Mio fratello”, di riflettere sul Sessantotto, sulla cosiddetta “rivoluzione”. E qui si è colta  l’occasione di commentare le parole pronunciate da papa Benedetto XVI a Loreto per incitare i giovani ad andare ‘controcorrente’ e di ricordare Giovanni Paolo II. Si è poi passati al festival di Cannes (che le nostre interlocutrici hanno vissuto da ospiti di riguardo), a quello di Locarno (Diane Fleri è stata invitata anche sulla sponda ticinese del lago Maggiore), a quanto fatto dopo aver girato il film di Luchetti, infine ai sogni nel cassetto. Intanto Alba Rohrwacher ha appena interpretato una parte importante nel film di Silvio Soldini (“Giorni e nuvole”) e ha incominciato le riprese del film di Pupi Avati (“Il padre di Giovanna”). E Diane Fleri ha già un carnet pieno di cose misteriose (nel senso che non possono essere annunciate al pubblico) per alcuni mesi… e poi.. chissà che qualche grande regista anglofono non la ingaggi un giorno!

 

Alba, come mai ti ritrovi ad essere attrice? Lo senti come una vocazione?

Alba: Il primo contatto con questo mondo l’ho avuto da piccola, perché d’estate veniva al mio paese, in Umbria, il circo “Bidone”. Per me era l’evento dell’anno. L’attendevo con ansia per tutti i dodici mesi e ne restavo affascinata per l’intera settimana di permanenza a Castelgiorgio. Era un circo di attori, acrobati, un circo di famiglia… erano francesi e recitavano in un italiano tutto sgrammaticato …fantasticavo di scappare con loro!

La magia del circo…C’erano animali in quel circo?

 

Alba: Una gallina. E i cavalli, che però servivano per trascinare il carrozzone. Non ho mai amato particolarmente il circo con gli animali. Dopo diversi anni, quando già studiavo a Firenze, un giorno ho visto un volantino in cui si annunciava uno spettacolo del circo “Bidone” al Festival delle colline. Ci sono andata e li ho rivisti,  un po’ invecchiati ma sempre bravissimi..

 

Sei diventata grande, ti sei iscritta a Medicina a Firenze… e poi cos’è successo?

Alba: Mentre studiavo all'università mi sono iscritta a una piccola scuola di teatro e lì sentivo sempre di più che quella era la mia via. Ho partecipato alla selezione per essere ammessa al Centro sperimentale di cinematografia a Roma: quando mi hanno presa, ho avuto la certezza che la strada da intraprendere era una sola..

Per Alba in principio fu il circo… e per Diane?

Diane: Anche per me l’amore per il teatro, per la recitazione è iniziato da piccola. Mi ricordo che in prima elementare studiavamo le poesie a memoria…noiosissimo! Un giorno mia madre mi prende in braccio e mi dice: “Adesso le poesie le impareremo in modo diverso… re-ci-tan-do-le!” La prima me la ricordo benissimo, parlava di una formica GIGANTESCA, di quindici metri, con un cappello sulla testa… incominciai a declamarla, mimando nel contempo tutto: quanto mi divertivo! Tanto che, dopo aver fatto morire in classe dalle risate maestra e compagne, nello spettacolo scolastico di fine anno mi ripetei davanti al ‘grande pubblico’ suscitando grandi risate…

Un inizio veramente promettente… e poi?

Diane: Poi continuai a recitare da piccola attrice le poesie, con mia madre che mi stimolava: era ancora un gioco e nulla più. Intanto studiavo pianoforte, danza… dovevo fare la ballerina, ma non fui ammessa all’Accademia. Troppe cose… oltre alla scuola. Dopo averne lasciate alcune, mi iscrissi a un corso di recitazione pomeridiano, post-scolastico. Seguirono gli anni in una scuola di recitazione, poi in un’altra, più impegnativa…. Nel 2005 andai in Francia per dedicarmi un anno al teatro, per cercare di aprire qualche porta in quella direzione. Invece mi hanno richiamato a Roma, dove ho dato (e continuo a dare) esami a Scienze Politiche, facoltà presso la quale sono iscritta…

Forse questo corrisponde di più al Dna della tua famiglia, incominciando dal padre ambasciatore d’Italia…

Diane: Sì, nella mia famiglia non c’è mai stata una vocazione artistica se non come come gioco, non professione. Del resto mia madre mi diceva sempre da piccola che avrei fatto la dentista o l’avvocato, coltivando come hobby il teatro per bambini o la danza. Io ho continuato sul doppio binario, ma per me la via principale era ed è quella della recitazione.

Come vi trovate in questo tanto discusso (vedi anche i recenti dibattiti a mezzo stampa) cinema italiano, alla luce delle vostre prime esperienze?

 

Alba:  Non trovo che il cinema italiano sia così disastrato come si dice. Ho alcune conferme, pur se piccole, della possibilità di una bella rinascita. mi sento privilegiata, poiché ho avuto la fortuna di lavorare con registi come Luchetti, Soldini e Bellocchio, che considerano il cinema come una forma d’arte capace di veicolare valori e messaggi civili. Le mie esperienze sono fin qui state tutte costruttive: lavorare con persone che stimo dà fiducia, mi arricchisce… … A dire il vero  sono un po’ stufa di sentire continue lamentele… i problemi si conoscono… bisognerebbe lamentarsi di meno e impegnarsi di più… forse si otterrebbero risultati migliori.

Si sente in giro non raramente una certa nostalgia della grane qualità della stagione neorealista, ma in quel caso alle spalle c’era una società diversa, che in Italia cercava faticosamente e con grande tenacia di rinascere da sotto le macerie della guerra… Diane, Alba ha parlato di valori e messaggi anche civili del cinema…

Diane: Il cinema, pur se meno di ieri (poiché si sono moltiplicate le agenzie che tentano di assorbire la nostra attenzione), ha ancora un impatto rilevante sulla società. E una funzione educativa importante. Sono contraria al cinema del “pensiero unico”, quello di indottrinamento; con altrettanta convinzione sono non solo per un cinema, ma anche in generale per un’arte che abbia un senso, che trasmetta valori positivi, di speranza; e che naturalmente racconti anche la realtà com’è, e l’uomo…

A proposito, non stai lavorando adesso su un testo teatrale in francese piuttosto ‘solido’?

Diane: Proprio così. E’ un testo pieno di senso, che analizza l’uomo nei suoi rapporti umani, prima di tutto in quelli con se stesso. Sono interessata ai contenuti e alle forme con cui vengono comunicati. 

Il titolo?

Diane: Que faire?

 

Intanto avete fatto tutt’e due un’esperienza presumo interessante interpretando i personaggi non facili di Francesca, la ragazza di Manrico (amata anche da Accio) e di Violetta, la sorella dei due citati, nel film di Enrico Luchetti “Mio fratello è figlio unico”, trasposizione assai libera del romanzo “il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi. Il film ha ottenuto anche un bel successo di pubblico, ben oltre il milione di spettatori. Come avete vissuto questo film? Su quale aspetto porreste l’accento: quello storico-politico, quello sociale, familiare, nostalgico?

 

Diane e Alba: Vuoi tenerci qui con l’intervista fino a domani? (risate)

Alba: Io metterei in evidenza che il film è centrato sull’essere umano nelle sue molteplici relazioni…

A tale proposito noto una convergenza interessante, quella con “L’Osservatore Romano” che nella recensione dello scorso 12 maggio ha scritto tra l’altro: “Focalizzando l’attenzione sull’elemento umano, grazie ad un’accorta sceneggiatura, Luchetti riesce a marginalizzare le vicende politiche, che sono solo un pretesto per raccontare sentimenti ed emozioni di due fratelli che alla fine si scopriranno non troppo diversi, nonostante tutto”…

 

Alba: Sì, Luchetti è riuscito a evidenziare come un essere umano ‘senta’ la storia sulla sua pelle, la subisca, l’affronti… Il grande protagonista del film è Accio, che, attraverso i suoi comportamenti, offre allo spettatore la possibilità di riflettere su tanti aspetti della vita quotidiana degli Anni Sessanta-Settanta.

Con te Diane, si potrebbe parlare del film per l’aspetto della storia d’amore…

 

Diane: La storia d’amore non è l’aspetto principale. L’amore fa parte della vita. Il film è di ricerca continua del senso della vita e perciò è policentrico. E’ ricco di tutto ciò che fa parte del nostro vivere, vi si esprime una tensione ininterrotta verso un’etica, un’onestà dei comportamenti, indipendentemente dall’etichetta della corrente politica prevalente e di cui si è subito il fascino. E’ per questo che tanti si riconoscono, almeno parzialmente, in un punto o nell’altro, nei comportamenti dei personaggi del film. 

Mio fratello è figlio unico” ripercorre a suo modo dodici anni (nella seconda parte tormentati) di storia italiana, dal 1962 al 1974. Come vi siete preparate a interpretare il vostro personaggio?

Diane: Sono stata fortunata, perché, con tutti gli esami fatti a Scienze politiche, la materia per forza la conoscevo abbastanza bene. Il mio personaggio in particolare è di una ragazza dell’alta borghesia, che decide di staccarsi dal suo mondo ovattato, dalla sua gabbia dorata, per andare a osservare quanto succede lì dove le cose si muovono, nel mondo degli studenti, degli operai. Ho cercato di capire come questa ragazza di quel livello sociale potesse concretizzare la sua voglia di vivere, di amare, la sua curiosità. Cade perdutamente innamorata di questa specie di idolo bramato dall’universo femminile, Manrico; è un amore sincero e sarà pronta a sacrificare molto pur di seguirlo… a lasciare la famiglia, a vivere da sola con il bimbo… fin dall’inizio è cosciente che non sarebbe stata una vita semplice…

Invece, Alba, tu sei Violetta, la sorella di Manrico e di Accio, una ragazza ideologicamente ‘dura’, quasi più dei tuoi fratelli…e il tuo personaggio sviluppa anche il tema dell’arte al servizio della Rivoluzione culturale, come si nota nell’esecuzione dell’”Inno alla gioia” di Beethoven in versione maoista…

 

Alba:  E’ stato interessante assumere le vesti di una ragazza che lottava per riscattarsi da un destino normalmente segnato: figlia di una famiglia operaia di provincia, sarebbe (come dice nel film) “marcita a Latina”, seguendo la strada di tante altre. Sull’arte al servizio della Rivoluzione, non mi meraviglio, perché la vera arte è sempre una rivoluzione…

Il Sessantotto per te è stata una Rivoluzione?

Alba: Per me, sì. Non ho vissuto il Sessantotto, ma lo vedo negli occhi di chi lo ha vissuto, negli scritti, nelle immagini, nei libri. Immagino che i giovani in quegli anni sentissero di avere il potere di cambiare il mondo… l’immaginazione al potere…

Nella versione francese c’era certo la valorizzazione della fantasia, in quella italiana i protagonisti erano più attenti alla politica e al cercato collegamento con gli operai…

 

Alba: Oggi invece mi sembra che i giovani aspettino piuttosto qualcuno che li salvi. Magari il Sessantotto non era come me lo immagino, ma per me era anche il frutto di una situazione storica che molti sentivano di dovere e potere cambiare.

Politicamente penso che il Sessantotto sia stato un gran fallimento, se riandiamo  alle intenzioni dei promotori. Culturalmente, invece, il Sessantotto ha prodotto effetti pesanti sulla mentalità di un’intera società, sconvolgendo - e non solo modificando - strutture ataviche, con le conseguenze che osserviamo quotidianamente… Tu, Diane, sei per metà francese e dunque Paris, la Sorbonnele Quartier Latinla  chienlit, De Gaulle, les Champs Elysées…

 

Diane: Il Sessantotto non è riuscito per molti versi. Però in quegli anni c’era movimento, quindi ricerca di cambiamento, cioè vita. Mi sarebbe piaciuto essere lì. Nelle conversazioni a casa mio padre ad esempio mi dice che i giovani oggi non hanno più la voglia di cambiare il mondo, sono succubi del “Grande fratello”, che non esiste più l’amore vero, ridotto com’è a capriccio, a effimero. Ma io non sono d’accordo con questa tesi che ci viene prospettata continuamente: i giovani non sono così, non sono tutti così passivi… Il quadro non è tutto nero!

Sabato e ieri papa Benedetto XVI ha mostrato di avere grande fiducia nei giovani, invitandoli ad avere il coraggio di cambiare il mondo. Ha detto ad esempio,  rispondendo alla domanda-testimonianza di due giovani di Bari: “Il mondo, lo vediamo, deve essere cambiato, ma è proprio la missione della gioventù di cambiarlo!” Più in là, nel discorso della veglia di preghiera: “Cari ragazzi, non dovete avere paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà”. Infine, nell’omelia della messa domenicale: “Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molti parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo a ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. (…) Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. (…) Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda”. Che dite di tali appelli papali?

Alba: Sono state parole che mi hanno felicemente colpito. Benedetto XVI ha offerto una grande possibilità di riflessione: chi più del Papa può lanciare un messaggio universale, un messaggio per tutti?

Diane: Ho letto diversi discorsi di papa Ratzinger… non c’ero ma ci dovevo anche essere… a casa ho un vissuto religioso molto forte e con mio padre ho frequenti scambi di opinione. Sono in questo campo ancora bisognosa di apprendere, non mi sento in grado di giudicare Benedetto XVI, conoscevo di più papa Wojtyla. Però devo dire che le parole pronunciate a Loreto sono state molto intense, bellissime sia per quanto riguarda l’esigenza di cambiare il mondo che ad esempio sul rispetto dell’ambiente. Non mi aspettavo che papa Ratzinger affrontasse anche quest’ultimo tema, che ritengo importantissimo, che ritengo importantissimo, poiché purtroppo stiamo facendo del mondo una pattumiera, come si può constatare quotidianamente.

Tu, Diane, sei credente?

Diane: Domanda da un milione di dollari… Sono in piena ricerca. Ho passato diverse fasi… non voglio prendere la strada più facile per far contento mio papà… a volte vado in chiesa contenta, a volte mi viene da piangere, a volte non ci vado. Ma sono assolutamente sicura che tutto non può ridursi a questo tavolo, alla materia…però, poi, quanto al resto, non so dire esattamente.

Prima hai accennato a papa Wojtyla: come te lo ricordi?

Diane: Era una forza d’amore sovrumana… con i suoi viaggi in tutto il mondo, i suoi gesti e le sue parole, con la sua missione anche se anziano, malato… era una persona che, quando la vedevi e ascoltavi, ti spingeva a chiederti: “E che cavolo…non è che stiamo sbagliando? Ma non avrà ragione lui?”

Alba: Mi sembra che papa Wojtyla si rivolgesse direttamente al cuore. Attraverso i suoi occhi sembrava sempre esprimere gratitudine per tutto quanto gli aveva dato la vita, come memore del suo passato in Polonia; forse questa è una prerogativa di chi ha sempre dovuto lottare e non ha mai avuto la vita comoda. La sua volontà di trovare un incontro tra tutte le religioni è quanto mai attuale e importante. Non sono una grande conoscitrice di tutto quanto ha fatto, però la sua  immagine mi è restata impressa profondamente.

 Passiamo a un altro argomento, più mondano: ambedue siete state al Festival di Cannes, dove “Mio fratello è figlio unico” – inserito nella sezione Un certain regard – ha riscosso un bell’apprezzamento. Come avete vissuto questa “prima volta”?

 

Diane: Sono stati in totale sei giorni. I primi tre mi sembrava di essere fuori del mondo: era un continuo passare da interviste a feste a film… bellissimo senz’altro, anche se tale turbinio non avrei potuto viverlo per più dei tre giorni previsti, perché poi sarei senz’altro crollata. Ma è il piacevole prezzo da pagare quando si è ospiti di un avvenimento eccezionale come il festival di Cannes! Gli altri giorni li ho passati invece da spettatrice, perfetta sconosciuta in pantaloncini o jeans  stracciati e scarpe da ginnastica. Ho visto tanti film, ho conosciuto tante persone interessanti ad esempio durante le mie passeggiate sulla sabbia. 

Alba: E’ stato molto emozionante. La sera della proiezione tutti tremavamo, perché in Italia il film era andato bene, in Francia, perdipiù a Cannes, chissà… Invece gli applausi sono partiti già prima dei titoli di coda, poi si sono fermati, poi sono ripresi per un tempo interminabile di dieci minuti, che vedevo scorrere nel viso sempre più emozionato di Daniele Luchetti. Un’esperienza che non avevo mai vissuto, intensissima.

Diane, sei stata anche al Festival di Locarno, che si dice essere il più piccolo dei grandi festival, il più grande dei piccoli… in ogni caso un festival di ricca tradizione per i film d’autore…

 

Diane: Incredibile… Locarno ha una poesia incredibile. Sono stata lì un giorno, vissuto come in un sogno. Arrivo, pranzo in albergo, faccio tre interviste… poi subito la serata in una Piazza Grande, una sorta di teatro a cielo aperto, gremita di gente, con uno schermo gigantesco… mai visto uno schermo così, neanche lo sapevo… m’avevano detto solo che c’era uno schermo grande… “Mio fratello è figlio unico” l’avevo già visto cinque o sei volte, ma come a Locarno non me lo sono mai goduto… è stata la proiezione più bella … entri nello schermo quasi fisicamente, l’audio è da auditorio, scopri tanti particolari mai notati prima…. Insomma… una proiezione incredibile in un posto bellissimo!

Che state facendo adesso? Quali i vostri progetti ?

Alba: Dopo il film di Luchetti, ho lavorato nel film di Silvio Soldini che è in uscita, “Giorni e Nuvole”, che racconta una crisi familiare derivata dalla perdita del posto di lavoro da parte del padre. Io interpreto Alice, la figlia; Antonio Albanese e Margherita Buy i genitori. Poi ho lavorato nella commedia “Riprendimi”, prodotta da Francesca Neri con la regia di Anna Negri: è la storia di Lucia, di una giovane donna con un figlio, lasciata da un uomo (interpretato da Marco Foschi) di cui tenta invano di ritrovare l’amore. Tra qualche giorno incominceranno le riprese del nuovo film di Pupi Avati, “Il padre di Giovanna”: la sceneggiatura è commovente, rara, io sono Giovanna.

Lavorare con un grande regista come Pupi Avati, interpretando una parte importante, è un privilegio…

Alba: Posso dire solo che gli incontri fatti fin qui mi hanno dato la sensazione molto chiara di essere davanti a un Maestro.

Diane (ride) : Io non ho fatto tutti questi lavori, ho dato soprattutto alcuni esami di Scienze politiche. Ho fatto un cortometraggio, che dovrebbe essere pronto a ottobre; poi un video musicale con Daniele Groff, girato nella campagna umbra (ride). E, con la regia di Peter Greenaway, ho interpretato una dama di corte settecentesca per lo spettacolo di riapertura della reggia sabauda di Venaria Reale il 12 ottobre. Del resto mi piacerebbe proprio girare un film in costume….

In questi mesi invece sei immersa di più nel divertissement contemporaneo…  o no?

Diane:  Eh sì, faccio la supplente di francese in una piccola serie televisiva, intitolata “I liceali”, divertentissima, diretta da Lucio Pellegrini, regista sensibile che riesce a far televisione senza che lo sembri. Dopo di che ho già diverse altre proposte pronte… ma aspettiamo a parlarne! Quest’anno è bello pieno e gli esami saranno più difficili da fare…  

I vostri sogni?

Alba: Porta male parlarne, perché altrimenti non si avverano! (ride) Però mi piacerebbe avere la possibilità di raccontare sempre storie in cui credo. Non è così facile, poiché a volte ci si può ritrovare a lavorare in un progetto che non ti appartiene. Vorrei raccontare insomma storie che mi arricchiscano e con le quali io possa arricchire gli altri.

Diane: Essendo in fase di ricerca, non ho ben chiaro che cosa aspettarmi. Però ho una grande fame. E, se parliamo di sogni, essi dovrebbero servirmi a togliere un po’ di questa fame (ride) che mi chiede di scoprire nuovi spazi e di non rimanere mai sulla stessa linea. Comunque continuando nel cinema e nel teatro, ma in un teatro di “senso”, con contenuti: a Parigi c’è, a Roma poco.

Alba: All’Argentina ho visto uno spettacolo di Peter Brook sulla vita di Cechov, con Michel Piccoli. Sul palcoscenico un tavolo, un tappeto, i protagonisti raccontavano una storia d’amore durata trent’anni e alla fine ecco la domanda:  “Qual è il senso della vita?”. La risposta? Il neige… regarde la neige qui tombe…. Era uno spettacolo bellissimo e semplice. In Italia è difficile trovare questa leggerezza.

Anche perché il pubblico non è più preparato all’ascolto?

 

Diane: No, perché spesso vengono messe in scena delle cose inutili. E non si riesce più a coinvolgere e a farsi ascoltare. E’ un teatro esteriore, che ha poco da dire. Invece il teatro dovrebbe proprio essere la forma ideale perché un corpo davanti a te possa comunicarti la vita.

S’è fatto buio ormai da parecchio tempo. Un ultimo pasticcino e poi… via verso piazza Cavour a prendere l’87. Una volta si scriveva così: felici e contente come pasque della bella serata.