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RICCARDI: ITALIA CARISMATICA – MOSTRA CAMBELLOTTI A TERRACINA – DI GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 28 luglio 2021

 

Una nuova, ampia riflessione di Andrea Riccardi sull’ ‘Italia carismatica’ – A Terracina inaugurata sabato 24 luglio 2021 una mostra molto suggestiva di opere di Duilio Cambellotti (1876-1960), artista a tutto tondo innamorato della città pontina. Con galleria fotografica.

 

L’ITALIA CARISMATICA DI ANDREA RICCARDI

 

Rilevava tra l’altro  Giovanni Paolo II il 27 maggio 1998 nel messaggio ai partecipanti al primo Congresso dei movimenti ecclesiali internazionali: “Che cosa si intende, oggi, per ‘Movimento’? Il termine viene spesso riferito a realtà diverse fra loro, a volte, persino per configurazione canonica. Se, da un lato, essa non può certamente esaurire né fissare la ricchezza delle forme suscitate dalla creatività vivificante dello Spirito di Cristo, dall'altro sta però ad indicare una concreta realtà ecclesiale a partecipazione in prevalenza laicale, un itinerario di fede e di testimonianza cristiana che fonda il proprio metodo pedagogico su un carisma preciso donato alla persona del fondatore in circostanze e modi determinati.”.

E più in là: “Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un'espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo. Insieme, altresì, mirano a rinnovare, secondo i loro modi propri, l'autocoscienza della Chiesa”.

Sempre lo stesso papa Wojtyla tre giorni dopo, nell’omelia della messa di Pentecoste in Piazza San Pietro, osservava che “per custodire e garantire l’autenticità del carisma, è fondamentale che ogni movimento si sottoponga al discernimento dell’Autorità ecclesiastica competente. Per questo nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla sottomissione ai Pastori della Chiesa”.

Tre citazioni non casuali che evidenziano altrettanti aspetti essenziali dei rapporti tra movimenti ecclesiali e Chiesa universale: la grande e varia ricchezza suscitata da quel dono di Dio chiamato carisma, la complementarietà tra le dimensioni carismatica e istituzionale nella Chiesa e purtuttavia in ultima istanza la facoltà di controllo dello sviluppo e dell’applicazione del carisma da parte della dimensione istituzionale. Così come si è palesato del resto l’11 giugno scorso nel decreto (approvato in forma specifica da papa Francesco) del Dicastero vaticano per i laici, la vita e la famiglia, con cui si identificano “alcuni criteri di ragionevolezza” nell’esercizio del governo delle associazioni di fedeli (soprattutto dei ‘movimenti’): “la regolamentazione dei mandati degli organi di governo a livello internazionale e la rappresentatività di questi ultimi”. Il decreto restrittivo, se da una parte è giustificato dall’emersione di “forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi”, dall’altra può apparire come un atto di centralizzazione e imbrigliamento dell’azione di per sé non soggetta a limiti dello Spirito Santo. Non solo: può mettere in grave imbarazzo strutture consolidate e pastoralmente efficienti, il che rischia di creare tensioni dannose proprio per l’espandersi del carisma.

Un’ampia premessa che ci introduce ai temi principali affrontati da Andrea Riccardi nel suo “Italia carismatica” (Morcelliana) uscito all’inizio dell’anno. L’autore, che non è certo sconosciuto ai lettori di questo blog (vedi ad esempio https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/1010-la-chiesa-brucia-le-sorprese-di-andrea-riccardi.html) di carismi se ne intende, tanto è vero che è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio (di cui però – se non erriamo - nel libro non si parla, salvo che per un accenno fuggevole legato alla preghiera serale in Santa Maria in Trastevere, a pagina 83).

Come di consueto i testi di Riccardi sono un fuoco d’artificio (i botti però bisogna scovarli nei luoghi più impensati) e stimolano a molteplici riflessioni sull’argomento di cui trattano. E questo è particolarmente complesso, dato che lo storico di lontana origine ticinese si propone di illustrare la storia dell’Italia cattolico-carismatica dall’Unità risorgimentale: tale Italia la definisce “un mondo di personalità o d’iniziative, ma anche di luoghi, percorsi, santuari che hanno un loro carisma”. E’ un’Italia che “s’intreccia, confligge o s’integra con la Chiesa istituzionale”, “storia dell’entusiasmo credente, che si esprime in forme oranti e devote, nella preghiera e nel culto (…) in modalità attive, solidali e costruttive, diverse e originali, ma tutte nella dinamica della Chiesa cattolica”. Una “realtà importante”, a volte “rimasta un po’ in ombra” e altre volte in tensione palese con la Chiesa istituzionale che è caratterizzata anche dalla tendenza profonda all’ordine gerarchico. Rileva qui Riccardi che “se, durante la crisi modernista e nei decenni successivi quando restò un’eredità di timore, la spinta alla normalizzazione avvenne per motivi dottrinali, successivamente intervennero una cultura di governo o un istinto ecclesiastico”. Chissà se già prevedeva il ‘decreto’ dell’11 giugno?

Il saggio di Riccardi si sviluppa, dopo l’introduzione, su quattordici capitoli, di cui sette dedicati a riflessioni sulla vita di altrettante persone che in modi diversi e non sempre incontestati hanno sviluppato dei carismi: Chiara Lubich, don Zeno Saltini, Giorgio La Pira, Riccardo Lombardi, don Lorenzo Milani, don Oreste Benzi, don Luigi Guanella. Spontaneamente si nota chi manca: ad esempio… e don Giussani? Di lui si parla ampiamente nel secondo capitolo. Osserva ad esempio il fondatore di Sant’Egidio, a proposito delle incomprensioni diffuse, raccolte da Gioventù Studentesca e poi Cl in ambito ambrosiano: “L’iniziativa di Giussani non aveva il suo cuore, il suo punto di osservazione e la sua matrice nell’istituzione, ma nella realtà: un uomo, un prete, incontrando dei ragazzi che frequentano un importante liceo milanese (NdR: il Berchet), si rendeva conto della loro lontananza dalla fede. Sentiva di dover fare qualcosa di nuovo, ricominciando da loro”. In queste pagine ‘milanesi’ appare più volte Giovanni Battista Montini, con giudizi di indubbio interesse e anche sorprendenti riguardo alla crescita di quella che sarebbe poi divenuta Comunione e Liberazione. E non manca la contrarietà espressa insistentemente da Giuseppe Lazzati…

 

Come d’abitudine, ecco qualche passo interessante (tra i molti che potrebbero essere riprodotti).

Padre Pio e i gruppi di preghiera. Padre Pio, attraverso il santuario e le devozioni, con l’irradiazione dei gruppi di preghiera costituisce quasi un’alternativa silenziosa e di pietà a tanti aspetti della Chiesa novecentesca. E’ la manifestazione di una paternità diversa dai modelli di autorità prevalenti nel cattolicesimo tra gli Anni Venti e gli Anni Cinquanta. Il cuore del suo messaggio non è tanto nel militantismo cristiano quanto nel ‘sollievo della sofferenza’.

PostConcilio e santuari. Il postConcilio non registra la crisi della religione popolare dei pellegrini e dei devoti e, d’altra parte, assiste allo sviluppo dei movimenti. Forse la crisi è tra i cattolici, che non sono militanti ma nemmeno fedeli saltuari, ma fanno parte del popolo della pratica settimanale e parrocchiale.

La forza dei santuari. Il santuario, la religione popolare, la pietà mariana, sono qualcosa di intimamente legato ad una tradizione, ad una trasmissione concreta di generazioni. (…) La sua forza attrattiva non è prima di tutto la progettualità, ma una corrente di fede e di pietà che si tocca, in cui ci si inserisce, che attira.

Il popolo dei santuari. Il popolo dei santuari non è un pezzo del passato, anche se talvolta si connette al passato: non è ristretto a classi particolari e viene anche da tanti ambienti di un’Italia alfabetizzata; ma la sua appartenenza al cattolicesimo è varia, fluttuante e diversificata. Questo non esclude che tale appartenenza possa essere anche rigorosa e financo militante. Eppure il popolo dei santuari è quello di credenti e di non credenti e, infine, spesso di credenti a modo proprio.

Santuari del Concilio. Il santuario del Concilio per eccellenza non si trova in Italia., bensì in Francia: è la comunità ecumenica di Taizé. (…) Forse un santuario conciliare esiste già in Italia ed è il paese natale di Giovanni XXIII, Sotto il Monte.

Cattolicesimo vitale. Negli anni della crisi il cattolicesimo dei santuari ha mantenuto ed accresciuto i suoi fedeli, senza dibattere di secolarizzazione, ricordando come la sua religione non sia solo quella minore, ma sia una componente della realtà umana e culturale, antropologica, di quel Paese che si chiama Italia. E, da parte sua, richiamando al fatto, storicamente inoppugnabile, ma forse non da tutti accettato, che la sua religione sia una parte cospicua del genio della Chiesa di Roma.

Chiara Lubich (Giorgio La Pira, Giovanni Paolo II). Chiara, nella storia, ha incarnato le tensioni unitive della seconda metà del Novecento: il superamento della Guerra fredda, la solidarietà sociale, la Chiesa come fraternità, l’unità dei cristiani, il dialogo tra le religioni, il terzomondismo, la pace e altro. Giorgio La Pira, di sedici anni più anziano, si muoveva in questa linea, ma con altri mezzi e altro linguaggio. Anche Wojtyla ha vissuto queste tensioni, espresse nella grande convocazione interreligiosa per la pace ad Assisi nel 1986, che tanto scandalo suscitò negli ambienti curiali. Chiara, con me, partecipò a quella del 2002 e ne restò molto colpita, intuendo che lo ‘spirito di Assisi’ era un movimento da continuare.

Padre Riccardo Lombardi.  Per la sua originalità Lombardi può essere definito, senza dubbio, un carismatico, ma il suo era un carisma ‘papale’. Non si concepisce se non collegato al Papa. La mobilitazione per un Mondo Migliore non è una sua iniziativa personale, non parte dalla base o dalla vita quotidiana, ma è lo stesso Pio XII a ‘lanciare’ il carisma di Lombardi.

Don Luigi Guanella. I suoi scritti portano a contatto con il lavoro e i pensieri di un grande ‘imprenditore’ della carità, che costruisce case o restaura edifici, reperisce risorse finanziarie, governa personale. E’ un uomo che, con l’esperienza, acquista sapienza concreta nella gestione e nella realizzazione di una rete sociale importante. Segue i cantieri e maneggia somme di denaro. Tuttavia questo ‘imprenditore’ di Dio non mira al guadagno o all’affermazione trionfalistica della sua opera, ma soprattutto non è guidato da un criterio economicistico. I soldi servono, ma non sono l’unico elemento su cui si giudica un’impresa. Egli crede che Dio aiuta, anche perché gli uomini sono attratti dalle ‘opere buone’.

Maria e postConcilio. La riforma postconciliare imponeva una revisione dello spazio di Maria nella Chiesa. Bisognava correggere lo scivolamento del culto e della pietà cattolica verso una valorizzazione eccessiva di Maria (…): si dovevano ricentrare la fede e la preghiera sulla liturgia e sulla Bibbia. Questo obiettivo sembrava indicato autorevolmente dal Concilio Vaticano II, dove si era verificata la sconfitta di una forte corrente di vescovi che – come si vede dai vota preparatori – avrebbe desiderato la proclamazione del dogma di Maria mediatrice universale (NdR: in effetti la Costituzione Lumen gentium dedica l’VIII capitolo a Maria, ma non come ‘mediatrice universale’. 1114 i voti favorevoli, 1074 i contrari).

La Madonna e il comunismo. La Madonna (…) è un simbolo nella contrapposizione con il comunismo negli anni del dopoguerra. Sono i temi di Fatima o – se si vuole – di Lepanto. Ma il discorso è assai differente nei Paesi comunisti, dove la tradizione mariana acquista il senso di un collegamento con le radici religiose e l’identità nazionale tradizionale prima del comunismo.

 

UN ARTISTA A TUTTO TONDO: LA MOSTRA DI DUILIO CAMBELLOTTI A TERRACINA (EX-CHIESA DI SAN DOMENICO, FINO AL 20 NOVEMBRE 2021)

 

Un artista a tutto tondo… quasi incredibile la sua versatilità, derivata dai suoi molteplici talenti e stimolata dalla sua passione – in primo luogo fisica - per la terra pontina, in particolare per Terracina. Parliamo di Duilio Cambellotti (Roma, 10 maggio 1876- 31 gennaio 1960), di cui è stata inaugurata nell’antica ia Anxur sabato 24 luglio una grande mostra (93 opere e numerose fotografie) aperta fino al 20 novembre. Per l’occasione la Città si è ‘riappropriata’ di uno spazio espositivo di sapore medievale, da tempo ristrutturato: la ex-chiesa duecentesca di San Domenico, poco a settentrione delle antiche mura che circondano il centro storico (‘Terracina alta’). Ci si attende ora che questo primo ‘rilancio’ culturale della città, in tempi ancora in parte calamitosi, sia avvalorato da una risposta positiva sia dei residenti che dei turisti che pure quest’anno probabilmente affolleranno numerosi le spiagge di levante e di ponente. In modo da costituire una buona premessa per il successo di quello che si presenta come un (il) grande avvenimento culturale terracinese e non solo del 2022: il pieno recupero del Teatro romano del I secolo a.C. (dopo scavi archeologici con ritrovamenti sorprendenti) ai lati di piazza del Municipio, su cui già si affacciano il settecentesco Palazzo Braschi (che rimanda a Pio VI, vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/511-terracina-papa-braschi-e-lo-sviluppo-di-borgo-pio.html ) e la cattedrale romanica e cosmatesca di San Cesareo.

La mostra è promossa dal Comune di Terracina (al vernissage erano presenti sia il sindaco attuale Roberta Ludovica Tintari che il suo predecessore, l’europarlamentare Nicola Procaccini) in collaborazione con la Fondazione Città di Terracina (presieduta da Marco Ravaglioli) e naturalmente con chi le opere le custodisce: l’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti, presieduto da Fabrizio Russo. Curatore? Francesco Tetro.

La sede, come detto, è l’ex-chiesa di San Domenico, che alla fine del Duecento fu ampliata su volontà di padre Alberto da Terracina (vescovo di Fondi), con l’aiuto finanziario dei Caetani (conti di Fondi, famiglia che contava sul talento del cardinale Benedetto, poi Bonifacio VIII) e del comune di Terracina. L’edificio è a una navata, con un transetto poco pronunciato, un coro, delle cappelle laterali e la sagrestia. La facciata presenta un rosone cistercense a dodici colonnine. La copertura è a tetto a due falde con incavallatura di legno.  

“Sto rivivendo! Ho rivisto oggi la palude e i neri animali. Ho rivisto il mare (…) Questo è bastato perché il torpore del mio cervello e delle mie membra scomparisse per incanto. Nuove visioni così appaiono ai miei occhi e potranno, lo spero sinceramente, rimettere in movimento la mia produzione” (21 febbraio 1910, alla fidanzata Maria Capobianco). “Questa mane stavo sulla sponda di un canale e disegnavo un cavallo legato a una staccionata (…) e ho visto venire per l’acqua una legione di bufali neri e sbuffanti (…) Essa è una scena caratteristica della palude e che niuno ha mai trattato e che credo sia impossibile ritrarre nella sua apparenza selvaggia e macabra (…) Giovedì vorrò trattenermi e parte di venerdì, ciò per vedere altre due località e per improntare un motivo disegnato che altrimenti (…) perderei certamente” (27 luglio 1910, sempre alla fidanzata).

Sono passi di due lettere del 1910, che già danno un’idea, sia pure ancora abbozzata, dell’interesse e della passione che Duilio Cambellotti nutre per la terra pontina, ancora prima che fosse bonificata dal regime negli Anni Trenta. E tale interesse e tale passione si ritrovano in un altro scritto del 1947, con la città distrutta dai bombardamenti angloamericani a partire dal 4 settembre 1943 (138 morti) fino a primavera inoltrata del 1944 e dalle rappresaglie tedesche (27 maggio 1944). Cambellotti si confronta con la storia di Terracina, così illustrando le sue intenzioni: “Mi propongo (…) di rendere il peso e la densità racchiusi nei pochi e salienti episodi e date che riporterò, mettendoli in relazione con le cose eterne e con le mutabili, sia antichissime che attuali ancora in posto; onde risulti chiaro al lettore il fenomeno della perpetuità di una stirpe, il permanere della sua energia, il ripetersi periodico degli eventi attraverso gli evi”. Anche nella mostra a san Domenico il rapporto tra Cambellotti e il territorio pontino appare chiaro, già a partire dalle sensibilità sociale dell’artista che si era molto prodigato per l’alfabetizzazione delle popolazioni da Cisterna a Terracina promovendo con altri tutta una rete di scuole in funzione nei primi anni del Novecento.

La mostra antologica è introdotta da una delle ‘visioni’ di Cambellotti, un’Allegoria del Circello in cui il mitico promontorio viene offerto in versione trireme con prua equina, con sullo sfondo le isole pontine dalla testa leonina.

Ampio lo spazio dedicato all’insistito rapporto tra l’artista e il popolo, con l’esposizione di manifesti molto evocativi per eventi nazionali o di teatro classico. Accompagnati da suggestivi bozzetti per rappresentazioni nel Teatro Greco di Siracusa, in quelli di Taormina e di Ostia antica. Essenziali le geometrie, ridotti gli elementi raffigurati.

Numerose le sculture, soprattutto vasi bronzei decorati con motivi di animali (soprattutto cavalli, tori, corvi, bufali); in altre si ricorda la vita contadina, con la fatica e insieme la fierezza delle donne.

In evidenza anche i rimandi ai monumenti ai Caduti (Piazza Garibaldi – gravemente danneggiato e poi riparato dopo la Seconda guerra mondiale - e Borgo Hermada).

Poi le fotografie in bianco e nero, ancora il Cambellotti illustratore di libri e grafico di manifesti, il ‘laboratorio d’artista’, con opere comprese nella serie Anxur (1947-48), in cui emergono sia le finalità sociali dell’arte come intesa dall’artista che lo studio sperimentale e l’utilizzazione di tecniche tali da garantire la ricezione del messaggio da parte del popolo (vedi xilografie).

Insomma, dopo aver visitato la mostra, difficile dubitare della versatilità artistica di Duilio Cambellotti, che i suoi talenti li ha saputi valorizzare in una dimensione raramente riscontrabile altrove.

 

P.S. 1. Nella galleria fotografica che segue alcune opere esposte alla mostra di Terracina (copyright Archivio Opera Duilio Cambellotti).

P.S. 2. La  mostra si chiuderà il 20 novembre. Fino al 30 settembre è aperta tutti i giorni dalle 17.00 alle 24.00. Dal primo ottobre ore 16.00-19.00 da lunedì a venerdì, ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00 sabato e domenica. Prezzo del biglietto: euro 7 (metà per i giovani dai 12 ai 18 anni, 5 euro per i residenti). Informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , cell. 345/ 0825223.