DIALOGO/SUL DOCUMENTO RABBINICO “TRA GERUSALEMME E ROMA” – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 2 settembre 2017

 

Offerto a papa Francesco in occasione dell’udienza del 31 agosto, è di grande importanza sia perché – frutto di un lungo travaglio interno - esprime la posizione ufficiale di larga parte del rabbinato ortodosso sugli odierni rapporti con la Chiesa cattolica sia perché nei suoi contenuti incoraggia autorevolmente il dialogo fecondo – pur se non a livello teologico – con la Chiesa Cattolica, la quale dal Concilio Vaticano II  ha di certo modificato in profondità il suo atteggiamento verso l’ebraismo.

 

A mezza mattina di giovedì 31 agosto il Vaticano è stato teatro di un avvenimento di importanza rilevante nello sviluppo del dialogo ebraico-cristiano. Nel corso di un’udienza particolare una delegazione internazionale - molto rappresentativa - del rabbinato ortodosso israeliano, europeo, statunitense, ha presentato a papa Francesco quella che è la risposta ufficiale alla dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 1965 (per il punto 4, che riguarda l’ebraismo): un testo di sette cartelle intitolato “Tra Gerusalemme e Roma” (“Riflessioni a 50 anni dalla Nostra Aetate). Da notare subito che le comunità ebraiche sia in Israele che in Europa sono quasi tutte ortodosse, mentre per gli Stati Uniti siamo a una quota di circa il 10%. All’udienza erano presenti tra gli altri Pinchas Goldschmidt (rabbino capo di Mosca, presidente della Conferenza dei rabbini europei) – che ha rivolto al Papa un indirizzo di saluto -  Riccardo Di Segni (rabbino capo di Roma, vicepresidente della stessa conferenza), Ratzon Arusi (presidente della Commissione del Rabbinato centrale d’Israele per i rapporti religiosi), Elazar Muskin (presidente del Consiglio rabbinico degli Stati Uniti). Il documento trae la sua indubbia importanza anche dal momento in cui è stato presentato, quello in cui l’antisemitismo – derivato da ignoranza storica o da ricerca di capri espiatori ‘facili’ per la precaria situazione economica e per l’insicurezza sociale – sta risorgendo insidiosamente in Europa e non solo.

Dove ci sono due ebrei, sorgono tre opinioni, dice un noto proverbio yiddish (un fenomeno analogo si constata pure tra i gesuiti…). Dunque è fuor di dubbio che giovedì in Vaticano si sia verificato qualcosa di nuovo e anche sorprendente: per la prima volta nella storia dei rapporti con il cattolicesimo, le tre espressioni più autorevoli del rabbinato ortodosso mondiale si sono trovate a condividere un documento comune su un tema che nella storia dell’ebraismo è sempre stato controverso.

E’ vero che in passato era emerso qualche testo di rabbini ortodossi (però in genere di tendenza liberal) molto aperto alla collaborazione con la Chiesa. Un esempio (di cui abbiamo riferito in questo stesso sito l’11 dicembre 2015, nell’articolo “Il Rabbino Di Segni e il cardinale Koch sulla ‘Nostra Aetate’ “) è quello della dichiarazione del 3 dicembre 2015 sul cristianesimo, annunciata in una conferenza-stampa in Vaticano dal rabbino David Rosen e firmata appunto da alcune decine di rabbini ortodossi di tendenza liberal.  In tale dichiarazione si leggeva tra l’altro un’affermazione categorica molto impegnativa: “Come Maimonide e Yeduhah Halevi riconosciamo che il cristianesimo non è un incidente né un errore, bensì l’esito dovuto alla volontà divina e dono alle nazioni”. Ancora: “Separando ebraismo e cristianesimo, Dio ha voluto una separazione fra interlocutori con importanti differenze teologiche, non una separazione tra nemici”. Si vedrà più oltre che il documento offerto giovedì a papa Francesco, “Tra Gerusalemme e Roma” non si spinge tanto in là, pur nella sua volontà di incrementare i rapporti con una Chiesa cattolica di cui si riconosce il gran cammino fatto nel rimuovere da dottrina e liturgia quell’antigiudaismo cristiano che nella storia ha nutrito l’antisemitismo.

Da parte cattolica si è preso atto naturalmente con compiacimento dell’inedita odierna presa di posizione rabbinica e papa Francesco l’ha evidenziato nel suo discorso: “Stiamo attraversando un fecondo momento di dialogo”. Il documento rabbinico “tributa particolari riconoscimenti alla Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che nel suo quarto capitolo costituisce per noi la magna charta del dialogo con il mondo ebraico. E, pur non nascondendo “le differenze teologiche delle nostre tradizioni di fede, esprime tuttavia la ferma volontà di collaborare più strettamente oggi e in futuro”. Ad esempio nell’ “utilizzare il comportamento morale e l’educazione religiosa – non la guerra, la coercizione o la pressione sociale – per esercitare la propria capacità di influenzare e di ispirare”. Anche monsignor Ambrogio Spreafico (comunità di Sant’Egidio, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino) sottolinea – in un’intervista all’agenzia Sir – che “viviamo in tempi di oscurità (…) Ed è proprio alla luce di questi tempi che si può comprendere il valore di un documento di questo genere perché sottolinea che o noi ci convinciamo che l’unica via alla pace è il dialogo oppure perderemo la sfida”.

Può essere utile leggere il testo del documento che è in lingua inglese (traduzione nostra) e che si compone di un preambolo, di una parte sulla ricezione cattolica della Nostra Aetate, di una “Valutazione e rivalutazione” e quindi della 'Dichiarazione' finale.

Scorrendo le righe e i capoversi appare come il documento sia frutto di un lungo lavoro (durato due anni) di elaborazione e di limature, per cercare di addivenire a un consenso che si indovina non facile nel variegato mondo dei rabbini ortodossi. Spia di tale difficoltà ad esempio è l’insistenza non casuale sull’impossibilità di una conciliazione tra la teologia cattolica e quella ebraica. Nella parte riguardante  “Valutazione e rivalutazione” su sei capoversi tre iniziano così: “Prendiamo atto che la nostra fratellanza non può eliminare le nostre differenze dottrinali”, “Le differenze teologiche tra giudaismo e cristianesimo sono profonde”, “Le differenze dottrinali sono essenziali e non possono essere dibattute o negoziate”.

Anche nella 'Dichiarazione'  finale colpisce che essa inizi con “Despite the irreconcilable theological differences (“Nonostante le teologicamente inconciliabili differenze”) e che tale asserzione si ritrovi anche in apertura di un altro capoverso (“Despite profound theological differences”). Sono dei ‘nonostante’ che sfociano finalmente nella seconda parte della frase in considerazioni positive e tuttavia è lecito supporre che l’ala ortodossa più conservatrice abbia voluto porre qui dei ‘paletti’ chiari e precisi.  Evidente la differenza, anche nello spirito, tra il documento dei rabbini ortodossi nel loro insieme e la dichiarazione del 3 dicembre 2015 dei rabbini ortodossi, ala liberal. I ‘paletti’, le sottolineature volute emergono anche in altre parti, soprattutto quelle riguardanti la storia del popolo ebraico.

 

QUALCHE CITAZIONE DA “TRA GERUSALEMME E ROMA”

 

Dal ‘Preambolo’:

“Nonostante innumerevoli ostacoli, la nazione ebraica ha trasmesso molte benedizioni all’umanità, nel contempo negli ambiti delle scienze, cultura, filosofia, letteratura, tecnologia e commercio e negli ambiti di fede, spiritualità, etica e morale. Sono state anche manifestazioni del patto eterno di Dio con il popolo ebraico”.

(Sulla Shoah) “Molti di quelli che collaborarono a questo crimine orrendo dello sterminio di intere famiglie e comunità, sono cresciuti in famiglie e comunità cristiane. Nel contempo, durante il millennio, proprio nei tempi più bui, ci sono stati atti individuali eroici – di figli e figlie della Chiesa cattolica, sia laici che consacrati (anche capi) – di resistenza contro le persecuzioni anti-giudaiche e dunque di aiuto nei giorni peggiori”

 

Sulla ‘Nostra Aetate’ e sulla sua ricezione in ambito cattolico:

“Cinquant’anni fa, venti dopo la Shoah (NdR: che cosa si intende rimarcando”venti dopo la Shoah?”), con la dichiarazione Nostra Aetate (n.o 4) la Chiesa Cattolica incominciò un processo di introspezione che progressivamente depurò dalla dottrina ecclesiale ogni ostilità nei riguardi degli ebrei, permettendo che tra le nostre comunità di fede crescessero fiducia e confidenza”.

“In quest’ottica, papa Giovanni XXIII fu una figura chiave, innovativa nelle relazioni giudaico-cristiane non meno che nella storia della stessa Chiesa. (…) “

(Ebrei e crocifissione di Gesù, nessuna responsabilità collettiva) “Le riflessioni e le spiegazioni di Papa Benedetto XVI sul tema sono del tutto degne di nota”.

(Nostra Aetate e relazioni diplomatiche Santa Sede-Israele) “Secondo noi, Nostra Aetate ha spianato per il Vaticano la strada per l’allacciamento di relazioni diplomatiche regolari con lo Stato di Israele”.

(Su Giovanni Paolo II) “Il pellegrinaggio del 2000 in Israele di papa Giovanni Paolo II  ha costituito un’altra possente dimostrazione della nuova era nei rapporti cattolico-ebraici. (…) Papa Giovanni Paolo II ha ripetutamente affermato che l’antisemitismo  è “un peccato contro Dio e l’umanità”-

(Su papa Francesco): “Papa Francesco (…) ha detto alla delegazione del Congresso ebraico mondiale: “Attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato allo Stato di Israele è antisemitismo”.  

(Su Paolo VI): “Nel 1974 papa Paolo VI concretizzò quanto chiesto dalla Nostra Aetate creando la Pontificia Commissione per i Rapporti religiosi con gli ebrei”.

(papa Francesco in Sinagoga): “La trasformazione evidente dell’atteggiamento della Chiesa verso la comunità ebraica è esemplificata in modo impressionante dalla recente visita di papa Francesco in Sinagoga (terzo Papa a compiere un gesto tanto elevato). Il suo commento, di cui ci facciamo eco: “Da nemici e stranieri siamo diventati amici e fratelli”.

 

Da “Valutazione e rivalutazione”

(Iniziale scetticismo di molti leaders ebrei): “Inizialmente molti leader ebrei erano scettici sulla sincerità delle aperture cattoliche alla comunità ebraica, scetticismo dovuto alla lunga storia dell’anti-giudaismo cristiano”.

“Noi prendiamo atto che le differenze teologiche tra giudaismo e cristianesimo sono profonde. Il cuore del credo cristiano centrato sulla persona di ‘Gesù come il Messia’ e l’incarnazione della ‘seconda persona della Trinità’ creano una separazione irrimediabile dal giudaismo”

“Comunque le differenze dottrinali non impediscono né possono impedire la nostra collaborazione pacifica per il miglioramento del mondo condiviso in cui siamo”

 

Dalla ‘Dichiarazione’ finale

“Nonostante le differenze teologiche inconciliabili, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, alleati stretti, amici e fratelli nella nostra mutua ricerca di un mondo migliore benedetto da pace, giustizia sociale e sicurezza. Noi intendiamo la nostra missione giudaica come luci tra le nazioni, il che ci obbliga a contribuire ad apprezzare per l’umanità santità, moralità, religiosità. Siccome in Occidente cresce sempre più la secolarizzazione, esso abbandona molti valori morali condivisi da ebrei e cristiani. La libertà religiosa viene sempre più minacciata sia dalle forze del secolarismo che dell’estremismo religioso”.

(Collaborazione su vita e famiglia)” Perciò chiediamo la collaborazione della comunità cattolica in particolare - e di altre comunità di fede in generale – per assicurare il futuro della libertà religiosa, promuovendo i principi morali delle nostre fedi, specialmente la sacralità della vita e la rilevanza della famiglia tradizionale”.

(Dopo la condanna della persecuzione dei cristiani nel Medio Oriente e in altre parti del mondo, nella dichiarazione si legge): “Chiamiamo la Chiesa a unirsi a noi per approfondire e rafforzare la nostra lotta contro la barbarie caratteristica dei nostri tempi, cioè la deriva radicale dell’Islam, che mette in pericolo la nostra società globale e non risparmia neanche i molti musulmani moderati”.

 

Al termine dell’udienza il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha dichiarato al Moked (portale dell’ebraismo italiano)/ Pagine ebraiche che “il documento rappresenta la possibilità di fare insieme alla Chiesa delle cose concrete nel mondo”. E’ un documento che dimostra come “una parte molto rilevante dell’ebraismo ortodosso ha trovato un accordo e prodotto un testo condiviso sul dialogo, riparando anche a documenti usciti in passato che contenevano aspetti discutibili dal punto di vista dottrinale”. Certo “la distanza teologica c’è e non può essere colmata”, però non è di ostacolo per agire su altri fronti.