DICHIARAZIONE KIRILL-FRANCESCO: QUANTO VALE LA FIRMA DEL PAPA? – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 15 febbraio 2016

 

Se l’incontro tra il patriarca Kirill e papa Francesco è stato un evento storico, anche la ‘Dichiarazione comune’ firmata  da ambedue ha un’innegabile e grande importanza per un’unità d’azione delle due Chiese riguardo a tante sfide del nostro tempo. Tuttavia è già in corso (con Santa Marta in prima fila) il tentativo di sminuire, definendola ‘pastorale’, la portata delle chiare e nette affermazioni che nel testo si fanno sui valori etici e che chiamano inevitabilmente alla coerenza di comportamenti nella vita della ‘polis’ i membri delle due Chiese…

 

Venerdì sera 12 febbraio papa Francesco ha incontrato presso l’aeroporto dell’Avana il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Certo un evento storico e di grande portata simbolica, accentuata dalla visibilità massmediatica data giustamente all’incontro. Al lungo e franco (com’è stato detto dagli stessi protagonisti) colloquio a due, in presenza solo del metropolita Hilarion e del cardinale Koch (oltre che degli interpreti) è seguita la firma solenne di una ‘Dichiarazione comune’ in 30 punti. Una ‘Dichiarazione’ che era stata elaborata a partire dall’autunno scorso dal metropolita Hilarion e dal cardinale Koch, con l’accordo di principio sui contenuti generali sia da parte del Patriarca che del Papa, ambedue poi tenuti al corrente con costanza degli sviluppi del testo. La stesura non dev’essere stata facile e solo la sera del 10 febbraio si è approvata la versione finale. Questo per dire che la ‘Dichiarazione’ è un documento che va considerato con grande serietà e attenzione, fondato com’è su uno scambio approfondito tra gli interlocutori a proposito degli argomenti in esso trattati.

Subito la prima impressione è che la ‘Dichiarazione’ abbia più di Kirill che di Francesco. Lo si evince dai toni adottati, soprattutto nei punti 15-16 (secolarizzazione forzata in tanti Paesi) e 18-21 (famiglia e vita). Anche i punti 25-27 (religiosamente e politicamente molto delicati) sulla necessità di riconciliare tra loro gli ucraini, risentono maggiormente della mano del patriarca moscovita - che pure ha scontentato una parte degli ucraini ortodossi - rispetto a quella del papa di Roma, cui i greco-cattolici hanno subito rimproverato duramente un cedimento ingiustificato alla visione russa della situazione (secondo la quale in Ucraina c’è una guerra civile e non un’aggressione esterna). Da notare poi che della ‘salvaguardia del creato’ e in genere dei temi ambientalisti (argomenti molto cari al Papa argentino) nella ‘Dichiarazione’ non c’è quasi traccia.

Del resto è evidente che Francesco ha puntato in primo luogo sull’incontro fisico con Kirill, su un abbraccio che tutto il mondo potesse vedere, così da trarne conseguenze positive riguardo a una accresciuta collaborazione in ambito cristiano. Per poter giungere a  tale abbraccio il Papa ha scelto di non irrigidirsi su alcune modalità connesse. Ad esempio su contenuti e stile della ‘Dichiarazione’. Così è stato.

Però una firma è sempre una firma. Anche se la ‘Dichiarazione’ risente maggiormente della mano di Kirill (e di Hilarion, d’accordo pure il cardinale Koch), papa Francesco l’ha firmata solennemente.

 

UNA ‘DICHIARAZIONE PASTORALE’?

Tuttavia … lo stesso Papa già nell’aereo che lo portava verso Città del Messico ha detto spontaneamente ai giornalisti che la ‘Dichiarazione’ “non è politica, non è sociologica”, è “una ‘Dichiarazione pastorale’, anche quando si parla del secolarismo e di cose esplicite, della manipolazione biogenetica e di tutte queste cose”. Parole che inducono a pensare che per Francesco la ‘Dichiarazione’ vada considerata solo come un testo riconducibile al puro servizio pastorale delle singole Chiese. Insomma…quasi un documento come tanti altri.

 

DA SPADARO AI TURIFERARI UN SOLO GRIDO, UNA SOLA VOCE: LA ‘DICHIARAZIONE’ CONTA POCO

Nei giorni precedenti l’incontro un noto consigliere di Francesco, il direttore di ‘Civiltà cattolica’ padre Antonio Spadaro, aveva già annotato sul suo blog avveniristico “Cyberteologia” che, sì, “Francesco e Kirill (…) si vedranno faccia a faccia e firmeranno una dichiarazione comune”… ma “cosa sarà scritto in quella dichiarazione importa meno, tutto sommato. Importa però quell’incontro”. Da notare l’attenzione partecipe e grata con cui Spadaro salutava il gran lavoro di redazione da parte di Mosca e del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani.

A ruota si erano distinti in osservazioni analoghe alcuni tra i Turiferari Maggiori di Santa Marta. Uno tra loro ha scritto su ‘Vatican Insider’ parole memorabili in preparazione all’incontro, già conoscendo alcuni contenuti principali della ‘Dichiarazione’: “La dichiarazione congiunta rimarrà come attestato documentario dell’incontro di Cuba, ma non conviene sopravvalutarla come chiave interpretativa di tale evento. Papa Francesco ha aderito senza esitazioni alla prospettiva di sottoscrivere un testo predisposto secondo la sensibilità di Mosca, pur di facilitare l’abbraccio con il patriarca Kirill. A lui interessa l’incontro, e quello che dall’incontro potrà nascere. Il resto – il Paese scelto per il rendez-vous , la locazione anomala, la dichiarazione congiunta  - è secondario”. Anche qui si evidenzia il gran conto in cui il pio turiferario mostrava di tenere il lavoro del metropolita Hilarion e del card. Koch.

Continuava e ribadiva sempre la stessa, presumibilmente informata penna: “Papa Francesco ha aderito alle proposte che arrivavano da Mosca, anche riguardo al luogo e alle modalità dell’incontro, come pure ai contenuti della dichiarazione comune che sarà sottoscritta dai due”. Non solo: “In quel testo (…) si ritrovano temi e accenti su cui si concentrano da tempo gli interventi pubblici e ‘politici’ di esponenti autorevoli del Patriarcato di Mosca. (…) Negli ultimi anni i portavoce ufficiali dell’Ortodossia russa hanno accentuato le condanne della ‘decadenza morale’ occidentale, da loro identificata con fenomeni come la legalizzazione delle convivenze omosessuali e hanno proposto le battaglie etiche come terreno privilegiato della ‘alleanza’ con la Chiesa cattolica”. Sono dei retrogradi, sembrano quelli del ‘Family Day’ … no, così non può andare, sembra suggerire il turiferario indignato, perché “la Sede apostolica di Roma, di suo, non cavalca toni da crociata anti-moderna venati di omofobia che pure si trovano in alcuni interventi dei leader russi. E, riguardo al Medio Oriente, (…) nella costante predicazione di papa Francesco intorno al martirio dei cristiani mediorientali non si trova traccia del linguaggio da ‘Guerra Santa’ utilizzato da esponenti del Patriarcato di Mosca per benedire le bombe russe contro il ‘Male’ jihadista”. Da ammirare la delicatezza della penna turiferaria verso l’ortodossia russa.

Insomma… questo Kirill, questo Hilarion … magari anche questo cardinale Koch… lasciamoli scrivere… che tanto la ‘Dichiarazione’ la metteremo subito in un cassetto, come un qualsiasi foglio da archiviare. E poi… ma che sogni pericolosi sono quelli di un’ alleanza ortodosso-cattolica contro il relativismo e il fondamentalismo islamico? Sono concetti che sempre lo stesso turiferario ha esternato anche dal pulpito di Tv 2000, la tv galanto-papolatrica per eccellenza.

Perché non ci fosse proprio nessun dubbio sulla melodia dello spartito di Santa Marta, ecco che cosa scriveva, sempre su ‘Vatican Insider’, forse il maggiore tra i Turiferari Maggiori. Nell’articolo preparatorio del viaggio messicano si leggeva: (L’abbraccio a Cuba) “è un gesto innanzitutto ecumenico che s’inserisce in un cammino la cui meta finale è la piena unità, non ‘sante alleanze’ in funzione anti-islamica o in difesa di alcuni valori. L’unità dei cristiani non sarà il risultato di nuove ‘crociate’ “.

 

LA ‘DICHIARAZIONE’ HA MOLTI ELEMENTI ‘POLITICI’

Alla luce anche delle esternazioni turiferarie diventa allora molto comprensibile la definizione insistita appioppata da papa Francesco alla ‘Dichiarazione’ dell’Avana: è “pastorale”. Ma tale aggettivo dovrebbe (secondo l’interpretazione papale) comprendere tutta una serie di affermazioni concernenti senza ombra di dubbio la vita quotidiana della polis e non solo le sacristie e i centri parrocchiali. Nella ‘Dichiarazione’ troviamo infatti osservazioni ‘forti’ sulla situazione mediorientale e su quella ucraina. Poi la presa di posizione non solo in tema di Europa e “radici cristiane” connesse, ma anche per denunciare le restrizioni “sempre più frequenti” per i cristiani della libertà religiosa “in tanti Paesi”: laddove “alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica”. Vigorosi gli appelli per la difesa della vita nascente (“La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio”), contro l’eutanasia, contro la manipolazione della vita umana, tutti argomenti sempre più presenti del dibattito politico. Ed ecco nella ‘Dichiarazione’ la riproposizione chiara, netta e attualissima della famiglia fondata sul matrimonio (“Atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna”). Con il rammarico che “altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica”.

Dichiarazione pastorale’? Solo dunque per certi aspetti; ma per tanti altri, con tutta evidenza, la ‘Dichiarazione’ contiene elementi ‘politici’ da cui derivare per il cristiano un comportamento conseguente. Cui non può essere estraneo, come mostra l’attualità in diversi Paesi occidentali, anche lo scendere in piazza e il combattere duramente e con ogni mezzo lecito in Parlamento e nel Paese coloro che vogliono imporre una rivoluzione antropologica foriera di guasti sociali enormi. E’ anche evidente che le strategie ‘inclusive’ di papa Bergoglio non contemplano lo scontro sui temi etici e neppure l’alleanza con gli ortodossi sugli stessi temi (il che comporterebbe complicazioni nei rapporti con il mondo protestante classico, in buona parte ormai preda del relativismo). Niente incoraggiamento alla battaglia sui ‘valori’ dunque neppure in Italia, dove un governo che comprende un presidente ‘cattolico’ e alcuni ministri ‘cattolici’ è impegnato con tenacia degna di miglior causa nel distruggere il valore della famiglia con la complicità volontaria o involontaria di un settore del mondo cattolico, segretario della Conferenza episcopale (scelto da Bergoglio) in prima linea.

UNA ‘DICHIARAZIONE’ DAI TONI BATTAGLIERI CHE NON PIACE AGLI INCIUCIANTI E AI CATTOLICI ‘A’ LA CARTE’

Insomma: la ‘Dichiarazione comune’ dell’Avana (così impegnativa) disturba coloro che, quando si deve scendere dall’astrattezza dei principi alla concretezza delle situazioni storiche, preferiscono l’inciucio con il mondo. Ciò per scelta strategica, per timore di vendette di natura economica o perché ormai sono de facto “cattolici à la carte”. Comprensibile allora che si pensi a riporla il più in fretta possibile in un cassetto, dove avrà tempo e modo di coprirsi di polvere.

C’è però un ma e non da poco: il Papa l’ha firmata. Pure solennemente. E allora la domanda viene spontanea: quanto vale in questo caso la firma di Francesco?