EVANGELII GAUDIUM: LA CHIESA SCOSSA DA UN TERREMOTO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 26 novembre 2013

 

Presentata martedì 26 novembre l’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, il primo vero testo organico di  papa Francesco. In quello che è un manifesto programmatico tante constatazioni amare,non poche rampogne pungenti, ma anche una scossa molto forte perché la Chiesa gioiosamente si rianimi sotto il segno di un'ineludibile nuova missionarietà. 

 

 

 

Un vero terremoto per il cattolicesimo odierno: è l’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” presentata ieri in Vaticano dagli arcivescovi Fisichella, Baldisseri e Celli. Papa Francesco, che le attribuisce una valenza programmatica, sistema in essa organicamente il pensiero espresso in questi mesi di Pontificato. Nello scritto (288 i paragrafi brevi e densi) il successore di Pietro invita ogni fedele ad essere gioioso evangelizzatore in una società dominata dall’apparenza, dai lustrini e dalla ricerca ad ogni costo del denaro, del potere, del successo. Aspetti che non sono per nulla estranei anche a tanti cristiani, rileva – spesso sferzante, con accenti savonaroliani - papa Francesco: da ciò la necessità e l’urgenza di convertirsi tutti, di valorizzare la misericordia come prima tra le virtù e di praticare nella vita quotidiana la preferenza per i poveri, non certo come opzione ma come elemento fondamentale legato all’espressione della stessa fede. 

Era molto atteso il documento di papa Francesco, firmato domenica scorsa nella festa di Cristo Re, a conclusione dell’Anno della Fede indetto dal suo predecessore. L’ “Evangelii gaudium” è destinata a tutti i fedeli cattolici (nelle prime righe si legge “cristiani”, ma pensiamo che non si debba intendere che “cattolici”, dato che le altre Chiese e confessioni non obbediscono al Papa!) Nel documento vengono rielaborate le proposte del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2012, ma anche sviluppate altre importanti riflessioni papali a tutto campo. Scritta sostanzialmente ad agosto, l’esortazione è il primo vero documento di papa Bergoglio, dato che l’enciclica “Lumen fidei” era in buona parte opera di Benedetto XVI. Che il testo sia molto personale, lo si evince facilmente anche dallo stile colloquiale e dai termini utilizzati.

L’ Evangelii gaudium ha – come scrive l’autore – “un significato programmatico e delle conseguenze importanti”. Certo “non si possono lasciare le cose come stanno”, dato che “ora non ci serve una ‘semplice amministrazione’. Perciò “costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione”. Ricordiamoci naturalmente che, nella missione, “la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri”: perciò “un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale” né “avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”, qual persona “risentita, scontenta, senza vita”, dedita costantemente alle “recriminazioni”.   

Di seguito qualche passo significativo del documento.

Conversione del Papato. “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri” – scrive papa Francesco – “devo anche pensare a una conversione del Papato”, dato che “a me spetta, come Vescovo di Roma, di rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”. Nell’ambito del dialogo ecumenico con gli ortodossi, “noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità”. La Chiesa deve dunque essere più collegiale (“sinodale”) e bisogna operare una “salutare” decentralizzazione anche in campo decisionale, accrescendo le competenze delle Conferenze episcopali nazionali: “Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori”. Del resto, ha rilevato papa Francesco, “non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo”.

Insegnamenti morali non prioritari. Forti e aspre polemiche susciterà la riproposizione ufficiale della tesi contenuta ad esempio nell’ intervista a padre Spadaro di ‘Civiltà Cattolica’ secondo cui “alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa”, pur “rilevanti”, sono da considerarsi secondarie rispetto al valore di  misericordia, fede, carità, giustizia. In effetti, tali aspetti “per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo” e l’insistenza su di essi comporta”più che mai” il rischio che il messaggio appaia “mutilato”. Si deve prender nota, come sostiene san Tommaso d’Aquino, che c’è una gerarchia nelle virtù: “ Se per esempio un parroco durante un anno liturgico parla dieci volte sulla temperanza e solo due o tre volte sulla carità e sulla giustizia, si produce una sproporzione, per cui quelle che vengono oscurate sono precisamente quelle virtù che dovrebbero essere più presenti nella predicazione e nella catechesi”. Fondamentale è anche il linguaggio usato: “A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso (NdR: completamente ortodosso… non c’è un avverbio di troppo? Rispondendo alla nostra domanda l’arcivescovo Celli ha condiviso la perplessità, ma ha richiamato allo stile colloquiale del Papa, che ha voluto rafforzare l’aggettivo con l’avverbio), quello che i fedeli ricevono è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo”. In effetti “con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano”.   

La Chiesa ha “pochissimi precetti” dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio: il resto è venuto dopo. Osserva qui il Papa che “ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa”. Perciò non dobbiamo aver paura di rivederli. Del resto, continua citando san Tommaso e sant’Agostino, “i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione per non appesantire la vita ai fedeli e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”. Chiosa papa Bergoglio: “Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità”.

Porte delle chiese aperte per tutti. Anche per i Sacramenti? Le chiese devono avere sempre le porte aperte: “Tutti possono far parte della Comunità e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. (…) L’Eucarestia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”. Certamente “queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. (…) Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”. Si può qui immaginare il dibattito che sorgerà relativamente a tali affermazioni e ai loro effetti concreti (soprattutto se alle Conferenze episcopali verranno riconosciuti maggiori poteri decisionali effettivi anche in ambito dottrinale).

La necessaria opzione preferenziale per i poveri. La Chiesa missionaria di Bergoglio deve privilegiare qualcuno? Sì, perché – rileva papa Francesco –  “quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi (deve privilegiare) bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, coloro che non hanno da ricambiarti”. Dunque “non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo (…) Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri”.

L’economia che uccide. Duro papa Francesco contro l’ “economia dell’esclusione”, un’economia “che uccide”: “Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa”. Trionfa la “cultura dello scarto” con tutte le sue enormi e tragiche conseguenze per milioni di persone. Eppure, in tale contesto, “alcuni ancora difendono le teorie della ‘ricaduta favorevole’, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel  mondo”. Osserva qui il Pontefice argentino: “Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo gli esclusi continuano ad aspettare”. Succede oggi che “mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice”. E’ così che si instaura una nuova tirannide invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole”. C’è da dire che “dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio”. L’etica la si “considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona”. Ancora il Pontefice: “il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli compete”.

Globalizzazione e secolarizzazione deleterie. Altrettanto duro papa Francesco sugli effetti della globalizzazione: “In molti Paesi il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. (…) In molti Paesi la globalizzazione ha comportato un accelerato deterioramento delle radici culturali con l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite”.

Non solo globalizzazione, anche secolarizzazione (spesso legata alla prima): “Il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, la secolarizzazione ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti”.

Famiglia in crisi. Pure la famiglia è in crisi profonda come le altre agenzie sociali: “Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave, perché si tratta della cellula fondamentale della società. (…) Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva, che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell ‘emotività e delle necessità contingenti della coppia”.

Operatori pastorali sferzati. Ampio lo spazio dedicato agli operatori pastorali, molti dei quali sferzati da papa Francesco per certi loro difetti, dalla mancanza di motivazione vissuta all’impigrimento, dall’egocentrismo alla rassegnazione (per cui “si sviluppa la psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo”).

Il male della ‘mondanità spirituale’. Durissimo papa Francesco contro la “mondanità spirituale”, “infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale” (de Lubac). Scrive papa Francesco: “In alcuni (mondani) si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia”. In altri , “la stessa mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali o politiche” oppure “si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione”. In tale contesto “si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere”.

Pietà popolare. Ampio spazio è dedicato anche al valore della pietà popolare, ingiustamente trascurata e mal considerata da alcuni dopo il Concilio.

Omelie da valorizzare. Spazio ancora più ampio il Papa dà a tutta una serie di riflessioni, derivate dall’esperienza e spesso pungenti, sull’omelia come momento fondamentale della celebrazione liturgica. I sacerdoti che non preparano bene (prima di tutto dentro se stessi) tale momento di ascolto e colloquio tra ministro e popolo rischiano di essere “falsi profeti, truffatori o vuoti ciarlatani”. Rileva anche papa Francesco: “più che come esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di individuare ogni pericolo o deviazione, è bene che (i fedeli) possano vederci come gioiosi messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza che risplendono in una vita fedele al Vangelo”.

Sacerdozio maschile, difesa della vita nascente: qui non si cambia. Per concludere questa sintesi non certo esaustiva (poiché su diversi altri temi il Papa ha detto cose interessanti), un richiamo alle due questioni che Francesco considera non negoziabili. La prima è il sacerdozio maschile: “Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucarestia, è una questione che non si pone in discussione”.  La seconda è la difesa della vita umana nascente: “Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana”. Poco prima papa Francesco si era anche scagliato contro la ‘tratta di persone’: “Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: Dov’è tuo fratello?Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta”.

Su questo chiudiamo. Di materia di riflessione e di discussione ce n’è in abbondanza. E forse questo è un documento – a tratti esplosivo, ricco tanto di rampogne (più o meno calibrate) sul presente quanto di esortazioni alla gioia della missionarietà – che non finirà subito in soffitta.

Un articolo riassuntivo dell’esortazione apostolica  appare sul ‘Corriere del Ticino’ di mercoledì 27 novembre 2013.