EDUCAZIONE: DAL LICEO VIRGILIO AL CARD. BAGNASCO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 28 novembre 2017

 

Alcune riflessioni sul ‘caso’ del liceo romano Virgilio, che ha alcune sue particolarità, ma è anche emblematico della realtà educativa in una società ‘fluida’. Sulla tematica generale altre riflessioni sono contenute nell’ultimo libro-intervista del card. Angelo Bagnasco, “Cose che ricordo”.

  

Da settimane ormai la situazione creatasi all’interno del Liceo classico Virgilio di Roma - molto inquietante e anche simbolica di questi nostri tempi fluidi – non lascia la ribalta mediatica italiana, sia nel campo della carta stampata che in quello televisivo (vedi ad esempio i recenti dibattiti a ‘Porta a Porta’/RAI Uno e a “Mezz’ora in più/RAI Tre). Senza contare naturalmente la vera e propria battaglia sviluppatasi sul social network.

Da un lato è certo positivo che l’attenzione di molti si sia indirizzata verso un argomento tanto importante quanto generalmente molto trascurato nel pubblico dibattito come quello della scuola.

Dall’altro però i fatti negativi illuminati crudamente dalla luce dei riflettori sono tali da indurre (o rafforzare) gravi preoccupazioni in chi ha a cuore il presente e l’avvenire della società. C’è da aggiungere che quanto è accaduto e accade al Virgilio non è un’esclusiva di questo liceo molto amato da quella parte di borghesia romana’ nel cuore sempre ‘sessantottina’ e sempre vogliosa dunque di essere all’avanguardia del cosiddetto ‘progresso’.  Almeno per certi aspetti quanto è successo e succede al Virgilio è analogo a quanto si registra in diverse altre scuole di Roma (in particolare in quelle storicamente ‘progressiste’) e del resto d’Italia.

Sebbene siamo portati a maneggiare con cautela le indagini demoscopiche, non possono non colpire i dati di un sondaggio della Swg di Trieste, riportati da “Il Messaggero” di lunedì 27 novembre 2017: da essi emerge tra l’altro che la percezione di quattro italiani su cinque (ma addirittura del 92% nell’Italia centrale, che comprende Roma) è che nelle scuole medio-superiori della Penisola circoli droga. Certo è una percezione, ma senza dubbio corrisponde a una realtà purtroppo ben radicata in almeno una parte non irrilevante dell’ambito scolastico nazionale. Neanche desta meraviglia, poiché i segnali lanciati dalle cerchie culturali dominanti (robustamente ex-sessantottine) sono schizofrenici in materia: da una parte, quando succede il fattaccio, si deplora; dall’altra spesso si minimizza. Sugli schermi televisivi (senza distinzioni tra pubblico e privato) passano messaggi ambigui, mentre in ambito politico sono ricorrenti i tentativi di liberalizzare il consumo di droga in nome di una falsa ‘libertà’ individuale. Non stupiscono le conseguenze di tale atteggiamento culturale: in un convegno del 2 ottobre presso la presidenza del Consiglio (vedi in www.rossoporpora.org, Droga: un no senza ambiguità per un sì alla vita, rubrica Italia) è emerso che le scuole che richiedono alle forze dell’ordine gli appositi corsi di formazione anti-droga sono in diminuzione.

Dicevamo che la stampa ha seguito con interesse lo sviluppo della situazione al Virgilio (e qui per una volta dobbiamo complimentarci con “Il Messaggero”, che ha fornito l’informazione e gli approfondimenti di gran lunga ‘migliori’ sul ‘caso’). Alcuni dati di fatto di queste settimane sono incontestabili: l’occupazione (già il fatto stesso dell’occupare è al di fuori della legalità, concetto su cui ha giustamente insistito in diverse occasioni anche televisive il vicepresidente dell’Associazione nazionale presidi Mario Rusconi) con il corollario anche di danni alle infrastrutture stimati sui ventimila euro, le serate con ‘alcool, droga, sesso e rock and roll’ (l’ultima a pagamento – cinque euro – per gli estranei), i petardi fatti esplodere con modalità omertose in più occasioni durante le ricreazioni (con gravi rischi per l’udito degli studenti).

Da quanto abbiamo letto sulla stampa e ascoltato da alcuni partecipanti ai dibattiti sul piccolo schermo, sembra che i fatti contestati con forza e chiarezza dalla preside siano delle bazzecole, delle semplici marachelle. L’occupazione? Quante storie… è un rito di passaggio, fa anche bene (l’anno scorso si era distinto scandalosamente con dichiarazioni del genere l’allora sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, il piddino e renziano siciliano Davide Faraone). Le serate citate? Un momento di convivialità. I petardi? Non esagerate… una ragazzata! La droga? Che male c’è per qualche spinello …lo fanno in tutte le scuole… meglio a scuola, così la roba è più sicura! Quanto alla preside… deve ritrattare quanto ha detto pubblicamente, ci deve le scuse.

A esprimere tali opinioni non sono solo i rappresentanti (abili comunicatori, si presentano in veste di ‘bravi ragazzi’) del “Collettivo autogestito del Virgilio”,  un’organizzazione “antifascista, antirazzista, antisessista” che conta su una quindicina di gestori del movimento, una ventina di coordinatori con le classi, diversi animatori dei dibattiti e nel contempo abbonati alle manifestazioni di piazza (da notare che la lista da loro presentata è stata ‘plebiscitata’ con oltre il 96% di consensi, il che non può non far sorgere dubbi sui margini per un’effettiva libertà di pensiero all’interno del corpo studentesco). No, opinioni di tal genere sono state riportate sulla stampa in riferimento anche alle esternazioni di alcuni genitori, mentre penosa è stata l’esibizione minimizzatrice a ‘Porta a Porta’ dell’indignata  presidente del Consiglio d’Istituto. Il regista Gianfranco Pannone si è invece inalberato perché la polizia – che sta presidiando il Virgilio con i cani-antidroga – ha osato perquisire, “quasi sequestrare” una ragazza, compagna di sua figlia: “I cani anti-droga?  – si lagna Pannone (cfr. Repubblica del 22  novembre) – Mi sembra un’esagerazione!”.

Indirettamente, a proposito della droga che circola da tempo al Virgilio, gli ha risposto l’insospettabile Francesco Rutelli (cfr. Messaggero del 21 novembre), che ritirò a suo tempo la figlia dal liceo: “Lei venne e mi disse che c’era ’l’aula delle canne’ “, durante un’occupazione del liceo; “ha voluto andarsene via e noi l’abbiamo iscritta in un’altra scuola”.

Ancora più insospettabile l’ex-ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer (cfr. Messaggero del 22 novembre): “Al Virgilio ci sono gruppi minoritari di studenti che si sono presi tutta la scena. Anche in passato gli estremisti di questo tipo ci sono stati (…) ma ora, quel che colpisce è riscontrare l’estremismo di parte dei ragazzi anche in parte dei genitori”. Continua l’esponente della sinistra storica: “Questo estremismo dei figli e dei genitori è ambientato nella Roma-bene. Non in una zona di estrema povertà. (…) Al Virgilio c’è chi vuol vivere la scuola come luogo del proprio apprendimento, ma non riesce a farlo completamente perché c’è chi ha una posizione di negazionismo preconcetto nei confronti di una normale e fruttuosa vita scolastica. (…) Si tratta di una minoranza prevaricante. Sono ragazzi che non gradiscono forme di dialogo e di incontro”.

Che una parte dei genitori sia a fianco del ‘Collettivo autogestito’ è confermato anche da quanto si legge su www.liceovirgilioroma.eu, un sito gestito dai genitori della lista “Insieme per il Virgilio”. Qualche spunto significativo. La manifestazione di sabato 25 mattina (una catena umana ad ‘abbracciare’ il Virgilio) è stata fatta “per rispondere alla forsennata, falsa ed immotivata campagna contro il nostro liceo”. Titolo di un articolo di “studenti esasperati”: “Cari benpensanti, speriamo che vi vengano a prendere a calci”. Titolo di un comunicato-stampa: “I ‘Giuristi democratici’ di Roma esprimono solidarietà agli studenti del Liceo Virgilio e condannano le tentazioni repressive delle autorità scolastiche”. Insomma: si sogna di far rivivere il ‘68’?

 

RIFLESSIONE SUL FATTO EDUCATIVO IN “COSE CHE RICORDO” DEL CARDINALE ANGELO BAGNASCO, INTERVISTATO DA DON IVAN MAFFEIS

Fin qui alcune notizie sul ‘caso Virgilio’. Che però è anche emblematico di un malessere diffuso nell’ambito dell’educazione giovanile. Per questo viene a pennello la lettura di “Cose che ricordo” (ed. San Paolo), una ‘conversazione’ (fresca di stampa) del cardinale Angelo Bagnasco con don Ivan Maffeis sul decennio di presidenza della Conferenza episcopale italiana. E’ noto che il porporato genovese ha sempre attribuito grande importanza al fatto educativo, come emerge da tante sue prolusioni e anche dalla scelta della Cei di dedicare il decennio 2010-2020 alla ‘sfida’ in quell’ambito così importante per la vita di una comunità.

Rileva tra l’altro Bagnasco a proposito di tale scelta, che su di essa “ha pesato senz’altro la volontà di non arrendersi al contesto in cui viviamo, dove sembra riproporsi la confusione e lo smarrimento di Babele. (…) La cultura diffusa sembra aver poco di costruttivo da dire ai ragazzi: identifica la libertà con il capriccio delle emozioni individuali e la vita con la favola dell’eterna giovinezza e del tutto dovuto; bandisce la fatica e il sacrificio, risolve eventuali indicazioni considerandole un insulto all’arbitrio e alla dignità del singolo”.

Insomma l’impegno educativo viene frenato… “In molti adulti avverto il timore di non riuscire più a farsi ascoltare, di non avere strumenti con cui dialogare e costruire una sana obbedienza. Subentra, allora, un atteggiamento di resa – magari non dichiarata, ma effettiva – che contagia anche figure tradizionalmente dedite all’opera educativa: penso, in particolare, a genitori e insegnanti, ai quali a volte sembra un risultato già soddisfacente arrivare a trasmettere le regole del galateo o le nozioni principali delle singole materie. (…) Di fatto, a nessuno è dato di gettare la spugna: la consapevolezza che qui si gioca la felicità delle giovani generazioni e il bene della società deve aiutarci a investire tutta l’intelligenza, la passione e l’ostinazione di cui siamo capaci”.

Le conseguenze di un’ ‘assenza educativa’? “Da una parte l’ ‘assenza educativa’ priva il ragazzo di un accompagnamento autorevole, disattendendo l’attesa forse inespressa di una formazione  che introduca nelle diverse stagioni della vita. Dall’altra impoverisce la persona stessa dell’adulto, al quale – con la sua complicità – vengono a mancare anni che più non torneranno”.

Se è la famiglia la prima e fondamentale educatrice, è poi vero che buona parte della giornata i ragazzi la passano sui banchi di scuola. Che cosa ci si deve attendere da quest’ultima? “Prima di chiedersi cosa è legittimo attendersi da quest’ultima, penso sia doveroso chiedersi come mai, a livello sociale, si faccia spesso così fatica a riconoscerla in maniera adeguata. Mi riferisco, naturalmente, alla scuola nel suo complesso, se vogliamo che sia davvero un tassello decisivo nella costruzione della città dell’uomo e una condizione necessaria per aprirsi alla realtà”. Non si può ignorare che “l’ambito scolastico è il più ampio spazio sociale che ha il compito di interagire secondo le proprie prerogative con la famiglia, coadiuvandola nell’educazione dei figli. Per questa sua responsabilità deve poter essere valorizzato, in modo che diventi davvero luogo di formazione integrale e non solo di trasmissione di nozioni o capacità tecniche”.

Riguardo al tema dell’alleanza educativa tra le varie istituzioni sociali, ha osservato infine il card. Bagnasco: “Senza il contributo della società l’opera educativa risulterà un insieme di voci discordi e di esempi contraddittori”. Se così fosse, sarebbe grave, “in quanto i ragazzi sono antenne sensibili e condizionabili, per cui i messaggi più prepotenti sono destinati a lasciare un segno profondo nel loro animo: creano reazioni e insicurezze emotive, che si esprimono in forme diverse di disagio. In questa luce si comprende il bisogno che l’intero corpo sociale possa presentarsi come un soggetto affidabile”. E su questa che sembra oggi un’illusione (ahimè) pia, per oggi chiudiamo.