CREDIBILITA’ DI ‘AVVENIRE’? ZERO SPACCATO. MA IL PAPA LO SA? – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 12 novembre 2017

 

Dopo l'articolo dell'8 novembre ("Chiesa di Gorizia, vero esempio di carità fraterna"), torniamo sulla vicenda penosa e significativa del capo-scout dell’AGESCI di Staranzano. ‘Avvenire’ ieri ha dedicato due pagine al 'caso' di alcuni mesi fa, che aveva sperato si esaurisse spontaneamente. Stamattina, però, leggendo 'La Nuova Bussola Quotidiana', si scopre che lo stesso ‘Avvenire’ ha manipolato in senso catto-fluido la lettera inviata dal coraggioso parroco don Fragiacomo, pubblicata il 7 settembre scorso…

Un giorno di novembre 1987 l’allora direttore del Corriere del Ticino Sergio Caratti venne a Roma per proporci di diventare giornalista parlamentare a Berna del maggior quotidiano ticinese. E così fu. Di quell’incontro non abbiamo mai dimenticato un consiglio fondamentale: “Ricordati che dovrai sempre essere credibile. Per un giornalista (e per un giornale) la credibilità è essenziale”.

L’episodio ci è tornato alla mente leggendo questa mattina nel quotidiano cattolico online La Nuova Bussola Quotidiana i contributi di Riccardo Cascioli e Andrea Zambrano a proposito della vicenda tanto penosa quanto inquietante di Marco Di Just, capo-scout dell’AGESCI di Staranzano, unitosi civilmente e pubblicamente il 3 giugno (‘benedicente’ il vice-parroco don Eugenio Biasol) con il suo compagno del Pd, Luca Bortolotto. Il parroco don Francesco Maria Fragiacomo aveva evidenziato, chiedendo aiuto all’arcivescovo Carlo Maria Redaelli, l’incompatibilità tra l’essere educatore in un’associazione cattolica e una situazione personale ed esibita del tutto contraria alla dottrina sociale della Chiesa. Venne dopo qualche settimana una risposta tutto fumo e discernimento dell’ignavo prelato, poi una nuova richiesta di don Fragiacomo e un successivo lungo silenzio fino a quando il parroco di Staranzano non ha di nuovo preso la penna per denunciare un una lettera drammatica la sua emarginazione (oltre a quella della dottrina cattolica). Tale lettera – indirizzata al decano don Renzo Boscarol, altro ignavo – è stata poi pubblicizzata una decina di giorni fa. Intanto il capo-scout continua imperterrito la sua ‘missione educativa’, riconfermato com’ è stato nello staff delle guide dell’AGESCI di Staranzano.

L’8 novembre abbiamo ripreso la triste vicenda in www.rossoporpora.org con un articolo senza sconti per gli ignavi. Della stessa schiatta – per riandare all’Inferno dantesco – di quegli “sciaurati” che, “spiacenti a Dio e a’ nimici sui”, erano nell’anti-Inferno, per la pena del contrappasso, “ignudi e stimolati molto da mosconi e vespe ch’eran ivi”. Il titolo del nostro articolo era amaramente ironico: “Chiesa di Gorizia, vero esempio di carità fraterna”. E’ stato molto letto, prima di tutto nella zona goriziana.

L’11 novembre Avvenire ha ritenuto di svegliarsi dal torpore in cui aveva scelto di immergersi in relazione alla vicenda: ed è stato un risveglio con pifferi e tamburi. Due pagine intere. La prima dal titolo “Dopo il caso scout dubbi e attese. I lettori di Avvenire la pensano così”, con un contributo introduttivo del Turiferario Guastalamessa, al secolo Luciano Moia. La seconda dal titolo “Chiesa e pastorale per i gay: Vie nuove e prudente audacia“, con l’ampia riflessione del vescovo di Parma, Enrico Solmi.

Tre le considerazioni che ci preme evidenziare.

La prima: a cinque mesi di distanza dallo scoppio della vicenda, Avvenire rivela pubblicamente che è stato ed è consistente il dissenso dei suoi lettori su come il ‘caso’ è stato fin qui gestito dall’arcidiocesi e dall’AGESCI. Informazione cattolica di prima mano, no?

La seconda: nell’articolo del turiferario Guastalamessa appare una frase che dice già tutto di come i catto-fluidi intendano l’analisi critica dei testi papali. A proposito del n. 250 dell’Amoris laetitia sull’accompagnamento delle famiglie con figli omosessuali scrive Moia, in veste di oracolo bergogliano: “Occorre tener presente quello che il Papa dice, ma ancora di più quello che non dice”. Che il turiferario in questione abbia frequentato un corso per maghi, indovini e fattucchiere?

La terza: nell’articolo del vescovo Enrico Solmi appare un’altra frase, che la dice lunga sull’artata confusione ingenerata dai catto-fluidi per turlupinare il buon popolo cattolico: si riferisce al consiglio dato in materia di accoglienza degli omosessuali di “cercare e provare vie nuove con prudente audacia”. Prudente audacia? Diremmo che quest’ultima è un’espressione del peggior clericalismo, in questi nostri anni  sempre più sfrontato.

Questa mattina, però, s’è aggiunta carne al fuoco… e che carne! La Nuova Bussola Quotidiana (LNBQ), che ha contattato don Fragiacomo - emarginato dai confratelli e dal suo pastore – pubblica la lettera che il parroco di Staranzano aveva inviato ad Avvenire nei giorni successivi al 20 agosto (data in cui il quotidiano catto-fluido aveva riparlato della vicenda dopo averne riferito a suo modo il 12 luglio). E si scopre così che - all’insaputa di don Fragiacomo – Avvenire, pubblicando la lettera il 7 settembre, l’aveva manipolata nei punti più delicati.  Confrontate qui le due versioni, riprodotte (con i neretti delle modifiche) nella LNBQ .

 

VERSIONE ORIGINALE

Caro direttore, 

è la seconda volta che il suo giornale (Avvenire di domenica 20 agosto), tratta ampiamente del caso dell'unione civile celebrata nel nostro paese, tra il capo gruppo scout AGESCI, operante nella nostra parrocchia e il suo compagno omosessuale, avvenuta il 3 giugno scorso. 

Certamente il caso riguarda ormai la comunità ecclesiale più ampia e implica una riflessione generale sul tema educativo nel campo affettivo, ma nel frattempo? 

Qui vi è stata una celebrazione pubblica, con la partecipazione di gran parte del gruppo di educatori, di famiglie, di giovani, con tanto di musica, "predica" del presbitero assistente, festa collettiva, scambio di anelli e di baci tra gli "sposi". Il capo scout (capo gruppo e capo clan) sta continuando ad esercitare il suo servizio e ricevere pubblicamente la comunione nelle S. Messe quando vi partecipa. 

Il messaggio ormai è già passato: il matrimonio tra un uomo e una donna o l'unione civile tra due persone dello stesso sesso, agli occhi degli uomini e di Dio, sono la stessa cosa. Scusate, ma qui o si tratta di convertirsi o di cambiare fede.

Il "discernimento pastorale" richiede anzitutto la conoscenza e valutazione della situazione concreta in oggetto. Per fare una analogia nel campo medico: una buona cura inizia da una buona diagnosi. Maggiore è la conoscenza della malattia, le sue cause, gli effetti, l'origine, più efficace sarà la scelta della medicina giusta e del percorso di guarigione. Così, nella vita di fede, dobbiamo avere la chiarezza del peccato se vogliamo salvare il peccatore. Ma il bene e il male non lo decidono gli uomini a maggioranza o a son di discussioni, ma Dio, e sul tema in questione c'è la Scrittura, la Tradizione, il Magistero, il buon senso cristiano e direi "naturale", che ci illuminano. Nel nostro caso, finché non chiameremo le cose con il loro nome sarà difficile ogni percorso di bene affidato alla grazia di Dio.

Riguardo la situazione concreta poi, se il discernimento dell'AGESCI sulla valutazione e il percorso da farsi, non coincide con il discernimento del parroco, come si procede? Non crede che finalmente l'autorità ecclesiastica competente sia chiamata in causa non solo per indicare una teoria, ma per esercitare il suo dovere di guida, insegnante e padre? Nella Scrittura vediamo continuamente Gesù insegnare e i primi discepoli "assidui nell'insegnamento degli Apostoli"

Oggi abbiamo tutti, soprattutto i giovani, tanta nostalgia di maestri illuminati e veritieri, di padri autorevoli e vicini che ci indichino ideali alti e belli, più grandi della nostre umanità ferite.

Caro direttore, sono sicuro mi darà l'opportunità di fare sentire la mia voce, di un pastore in sofferenza per la sua comunità. 

Don Francesco Maria Fragiacomo

 

VERSIONE DI AVVENIRE DEL 7 SETTEMBRE 2017

Caro direttore, 

Avvenire” ha trattato ampiamente e per due volte (il 12 luglio e il 20 agosto scorsi) il caso suscitato dall’unione civile celebrata nel nostro Paese, tra il capo gruppo scout Agesci, operante nella nostra parrocchia e il suo compagno omosessuale, avvenuta il 3 giugno scorso. 

Certamente il caso riguarda, come scritto, la comunità ecclesiale più ampia e implica una riflessione generale sul tema educativo nel campo affettivo, ma nel frattempo? Qui vi è stata una celebrazione pubblica, con la partecipazione di gran parte del gruppo di educatori, di famiglie, di giovani, con tanto di musica, “predica” del presbitero assistente, festa collettiva, scambio di anelli e di baci tra i due protagonisti dell’unione. Il capo scout (capo gruppo e capo clan) sta continuando a esercitare il suo servizio e a ricevere pubblicamente la Comunione nelle sante Messe quando vi partecipa. La mia idea è che il messaggio ormai sia già passato: il matrimonio tra un uomo e una donna o l’unione civile tra due persone dello stesso sesso, agli occhi degli uomini e di Dio, sono più o meno la stessa cosa. Insomma, qui non si tratta più di discernimento, ma di fede.

Il “discernimento pastorale”, infatti, richiede anzitutto la conoscenza e valutazione della situazione concreta in oggetto. Per fare un’analogia nel campo medico: una buona cura inizia da una buona diagnosi. Maggiore è la conoscenza della malattia, le sue cause, gli effetti, l’origine, più efficace sarà la scelta della medicina giusta e del percorso di guarigione. Così, nella vita di fede, dobbiamo avere la chiarezza del peccato se vogliamo salvare il peccatore. Ma il bene e il male non lo decidono gli uomini a maggioranza o a suon di discussioni, ma Dio, e sul tema in questione c’è la Scrittura, la Tradizione, il Magistero, il buon senso cristiano e direi “naturale”, che ci illuminano. Nel nostro caso, finché non chiameremo le cose con il loro nome sarà difficile ogni percorso di bene affidato alla grazia di Dio. 

Riguardo la situazione concreta poi, se il discernimento nella Chiesa locale e nell’Agesci sulla valutazione e il percorso da farsi, non coincide con il discernimento del parroco, che facciamo? (...Omissis...) La mia, caro direttore, è la voce di un pastore in sofferenza per la sua comunità.

Don Francesco Maria Fragiacomo

 

Tutto è talmente chiaro che non c’è bisogno di commenti. Avvenire ha manipolato per i suoi fini catto-fluidi la lettera di don Fragiacomo. La domanda sorge immediatamente: se l’ha fatto in questa occasione, non l’avrà fatto anche in altre? Non avrà magari stralciato da qualche ‘lettera di lettori’ i passaggi più critici? O non avrà ‘ritoccato’ in senso catto-fluido certi editoriali o certe opinioni a firma di persone considerate più battagliere su certi temi di quanto non si evinceva dai testi pubblicati?

Ogni domanda è ormai lecita. Si sa, sei colto a manipolare una volta e la tua credibilità vacilla nel suo insieme. Avvenire manipola… Sì, ma lo fanno tutti! qualcuno dirà … Il fatto è che Avvenire è l’organo della Conferenza episcopale italiana, è il quotidiano che rappresenta mediaticamente il cattolicesimo italiano, è il quotidiano ‘boldrino’ che non si stanca di denunciare il ‘marcio’ nella comunicazione degli altri (quelli che non fanno parte della parrocchietta buonista). E allora… se proprio Avvenire manipola, è ancora più grave! E la sua credibilità scende a zero. Ma il Papa, Primate d’Italia che fustiga i vizi del peggiore clericalismo, lo sa? Girare con l’Avvenire sotto il braccio un tempo poteva essere un vanto… oggi rischia di essere invece una vergogna.