INTERVISTA A MONS. VICENTE CARCEL ORTI' SULLA GUERRA DI SPAGNA -di GIUSEPPE RUSCONI- 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI LUGLIO 2011   

 

LO STORICO SPAGNOLO: "LA CHIESA DOVEVA STARE CON I SUOI CARNEFICI?"

 

Nell'ampia intervista gli anni della Seconda Repubblica spagnola, nata nel 1931 con un colpo di Stato ‘bianco’, incominciata con l’incendio di chiese. La ‘Realpolitik’ della Santa Sede. Il crescendo delle provocazioni e delle aggressioni. L’’Alzamiento’ del 18 luglio. La ‘Carta Colectiva’ a favore dei ‘nazionali’ dell’episcopato spagnolo il primo luglio del 1937. Due vescovi non firmano, ma… Il riconoscimento della Santa Sede nel maggio 1938: impossibile una scelta diversa. Le analogie tra gli anni della Seconda Repubblica e quelli del Governo Zapatero,” un radicale insensato che si crede illuminato portatore di una nuova società e intanto ha portato la Spagna al disastro”

 

 

Di monsignor Vicente Cárcel Ortí conoscevamo la penna brillante e documentata, trasposta in interi paginoni de ‘L’Osservatore Romano’ su un argomento che ci ha sempre interessato, fin da quando – da ragazzi – abbiamo visto ‘L’assedio dell’Alcazar’ e ‘Per chi suona la campana’: la Guerra civile spagnola. A settantacinque anni dall’ ‘Alzamiento nacional’ (18 luglio 1936) abbiamo pensato di intervistarlo per fare un bilancio dello stato degli studi archivistici sul tema. Ne è venuta un lungo colloquio, in cui il settantenne storico nato a Manises (Valencia) e laureato in storia ecclesiastica alla Gregoriana, in Lettere e Filosofia a Valencia, in Diritto canonico all’Angelicum, ha espresso sulla Guerra Civile e sugli anni immediatamente precedenti tutta una serie di valutazioni, frutto documentato delle sue ricerche in particolare nell’Archivio segreto vaticano. Monsignor Cárcel Ortí parla anche dell’atteggiamento tenuto dalla Santa Sede nel periodo della Seconda Repubblica e della Guerra e conclude facendo un parallelo tra gli Anni Trenta e l’oggi zapaterico: le analogie non mancano, pur se i contesti sono diversi. Molte le pubblicazioni (soprattutto in spagnolo) di monsignor Cárcel Ortí: in italiano ricordiamo “Buio sull’altare/1931-1939:la persecuzione della Chiesa in Spagna”, Città Nuova editrice. Tra i volumi usciti nella Biblioteca de Autores Cristianos (BAC) di Madrid, “Pío XI entre la Republica y Franco” e (recentissimo) “La II República y la Guerra Civil en l’Archivo Secreto Vaticano”; per la casa editrice Espasa, ha invece scritto “Caídos, victimas y mártires-La Iglesia y la hecatombe de 1936”.  

Monsignor Cárcel Ortí, partiamo da quanto osserva Paolo Mieli, nel Corriere della Sera del 23 maggio, recensendo l’ultimo saggio di Gabriele Ronzato (La grande paura del 1936, Laterza) sulla Guerra civile spagnola: “Neanche in una riga delle 316 pagine” (…) Ronzato “mostra simpatia per la causa e l’operato di Francisco Franco. Ma, a conclusione di questo importante libro, l’autore definisce discutibile la perpetuazione dell’immagine della Spagna nella primavera 1936 come quella di un Paese di democrazia liberale accettabilmente funzionante, capace di garantire la continuità del suo sistema politico-economico al riparo da qualsiasi sovvertimento rivoluzionario, che sarebbe stato trascinato alla guerra civile da una sollevazione militare reazionaria e fascista”. Chiosa Mieli: “Poche, misurate parole per lasciare intendere che la storia della Spagna negli anni che precedettero (e in parte determinarono) la Seconda guerra mondiale si comincia a scrivere soltanto ora”. Monsignor Cárcel Ortí, forse Mieli sottintende che quanto fin qui pubblicato è stato in genere di carattere apologetico, perfin romantico, comunque sostanzialmente di parte?

Concordo con Mieli che in genere fin qui, parlando della Guerra civile, si è creato da una parte il mito franchista, dall’altra quello repubblicano…

Due miti ben rappresentati, si direbbe, da due film famosi: Per chi suona la campana, in onda frequentemente fino a qualche anno fa sugli schermi televisivi e L’assedio dell’Alcazar, che in tempi ormai lontani ebbe una lunga e intensa stagione negli oratori parrocchiali. Due film che in modo diverso suscitavano emozioni contrapposte...

Li conosco bene. I due miti hanno avuto gran fortuna per diversi decenni. Eppure credere che la Repubblica fosse perfetta, tanto da mitizzarla, è un grosso abbaglio: la Repubblica spagnola fu un vero disastro politico, economico, militare. Sì, perché la Guerra provocata dalla Repubblica, la Repubblica l’ha persa.

Due miti, che, pur avendo le loro ragioni d’essere, mal si conciliano con una seria ricerca storica…

Nessuno dei due miti mi ha mai convinto. Da tanti anni preferisco frugare negli archivi alla ricerca di documenti del periodo. La missione dello storico non è quella di giudicare… lo storico non è un tribunale che condanna o che assolve: questo lo fanno i politici, per ragioni politiche…del resto i vincitori delle grandi guerre hanno scritto la loro storia ufficiale, i vinti la loro contro-storia. Lo storico deve studiare i documenti e i fatti (tenendo conto del contesto), così da far comprendere che cosa e perché è successo un avvenimento.

Siamo a 75 anni dall’inizio della Guerra Civile spagnola, dal 18 luglio 1936, il giorno dell’ Alzamiento: è possibile oggi avere una valutazione il più possibile oggettiva, depurata dalle simpatie o dalle rivalse di parte, di quel che accadde? Facile non è di sicuro, anche perché molti sentono ancora bruciare – magari sottotraccia - le tragedie di famiglia…

L’oggettività non esiste. Siamo, in misura diversa, tutti condizionati dagli avvenimenti posteriori. Oggi noi scriviamo la storia di un film, avendo visto il film e sapendo poi quel che è successo dopo. Nel 1936 nessuno poteva prevedere come e quando sarebbe finita. E nel 1939 nessuno poteva conoscere la storia di Spagna fino a metà degli Anni Settanta. Oggi si scrive della Guerra civile sapendo del lungo regime franchista e con una sensibilità completamente diversa rispetto agli Anni Trenta. Non succede solo nella storia politica, anche in quella religiosa: se scriviamo oggi degli anni prima del Concilio ecumenico vaticano II, lo facciamo usufruendo di un bagaglio di conoscenze posteriori, che prima non c’era.

Ecco perché si deve andare alla ricerca di documenti, cercando anche di mettersi nei panni di chi li ha stesi, figlio del proprio tempo…

Lo storico deve proprio cercare di eliminare i propri pregiudizi: impresa impossibile però la rimozione totale! Si può avvicinare, certo, all’obiettivo: per me si tratta di conoscere ad esempio che cosa scriveva nel 1931 papa Pio XI al Presidente della Repubblica, che cosa scrivevano i parlamentari, i vescovi, tutti ben collocati in un contesto storico che non è il nostro. Difficile, difficilissimo. Occorre una grande disciplina, una grande sobrietà, soprattutto una grande umiltà…

Umiltà?

Sì, poiché non si tratta di imporre a qualcuno la mia tesi, non voglio convertirlo: voglio spiegargli che sono accaduti dei fatti precisi e che non possiamo manipolare la storia. Per questo frequento gli archivi, che ti danno il documento giorno per giorno.  Dunque tu puoi rivivere la vita quotidiana di quegli anni tramite dispacci diplomatici, lettere, articoli di giornale, relazioni, appunti, telegrammi, discorsi…Dai tantissimi documenti sulla Seconda Repubblica spagnola consultati nell’Archivio Segreto Vaticano, soprattutto contenuti nel Fondo della Nunziatura apostolica di Madrid, in quello della Segreteria di Stato (con tra l’altro gli appunti del cardinale Pacelli e dei monsignori Ottaviani e Montini) e in quello della Sacra Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, sono arrivato ad alcune conclusioni incontrovertibili, incontestabili…

Quali?

Faccio una sintesi. In primo luogo la Repubblica nel 1931 è stato il prodotto di un colpo di Stato, ‘bianco’, senza spargimento di sangue, ma pur sempre colpo di Stato. Infatti si è cambiato radicalmente il sistema politico monarchico, instaurandone uno repubblicano, senza una consultazione popolare.

Il voto popolare del 12 aprile 1931?

Era un voto amministrativo. Nessuno ha chiesto agli elettori se voleva una monarchia o una repubblica. Non solo: hanno vinto i candidati monarchici!

Però ufficialmente hanno vinto i candidati repubblicani…

Che cosa è successo? A Madrid hanno vinto i repubblicani. Il governo ha minacciato il re, dicendo che, avendo vinto a Madrid e in alcune altre città i repubblicani, tutta la Spagna era ormai repubblicana. Una vera menzogna, poiché globalmente avevano vinto i monarchici. Ma Alfonso XIII – un pover uomo senza autorità morale - si è spaventato, ha preso il treno e se n’è andato, lasciando il potere nelle mani di un gruppetto di repubblicani (“Il re ci ha offerto la Repubblica su un vassoio d’argento”, scrisse un ministro). Si è così instaurata la Seconda Repubblica, con un Governo provvisorio guidato da Niceto Alcalá- Zamora, che a ottobre dimissionò (fu poi presidente della Repubblica dal dicembre 1931 all’aprile 1936) e fu sostituito da Manuel Azaña.   

Immagino che tra le priorità ‘delicate’ ci fossero i rapporti con la Chiesa, considerati i molti anticlericali nel fronte repubblicano…

Il Governo provvisorio repubblicano chiese subito il riconoscimento della Santa Sede.

Come reagì Pio XI?

Si riunirono i cardinali della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, che si opposero: “Questo Governo non è legittimo”. Però Pio XI invitò al realismo, ad andare alla realtà dei fatti, considerando che quel Governo ormai governava la Spagna. E così la Santa Sede riconobbe la Repubblica.

Chiedendo però qualcosa in cambio…

Sì, di rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici. La Chiesa era disposta non solo a riconoscere il Governo, ma a collaborare lealmente per il bene della Spagna: tali sono le istruzioni inviate al nunzio apostolico Federico Tedeschini e a tutti i vescovi spagnoli.

Come reagiscono i vescovi spagnoli?

Tutti pubblicano documenti in cui invitano a riconoscere la Repubblica. Non solo: la maggioranza dei vescovi rende omaggio alle nuove autorità facendo loro visita. Il nuovo Governo promette rispetto.

Ma già il 10 maggio 1931 accade qualcosa di molto spiacevole…

Sì, il 10 e 11 maggio a Madrid incominciano incendi, distruzioni, saccheggi di chiese, conventi, proprietà: succede di tutto. Da Madrid la furia si estende a diverse città, Malaga e Siviglia in prima fila. Viene distrutto un patrimonio storico, artistico, documentale, che non avremmo più potuto ammirare.

Ma il Governo, che aveva promesso ecc…ecc… non interviene?

No. E’ un fatto gravissimo: il Governo si rende corresponsabile. Le forze dell’ordine non intervengono, in alcuni luoghi i pompieri arrivano quando le chiese sono distrutte. Non solo: il Governo non avvia nessuna inchiesta per chiarire i fatti, per scoprire i responsabili e per punirli secondo le leggi vigenti. Siamo dunque davanti a un Governo che de facto abdica alle sue funzioni.

Come reagì la Santa Sede?

Con una protesta durissima: ma come, poche settimane fa avete promesso e ora siamo già a questo punto? Nei miei libri sostengo che i gravi fatti del 10 e 11 maggio 1931 furono il biglietto da visita della Repubblica. La Repubblica iniziò bruciando chiese e conventi, distruggendo il patrimonio storico-artistico nazionale: finirà poi ammazzando sacerdoti, religiosi, suore, laici cattolici.

Il 28 giugno 1931 ci furono le elezioni politiche per l’Assemblea Costituente…

Può immaginarsi il clima…Le elezioni non furono libere, furono molto manipolate, non poterono presentarsi tutti i candidati, si svolsero in un’atmosfera minacciosa: vinsero i partiti più estremisti della sinistra, a scapito dei repubblicani centristi. La Costituzione repubblicana di fine anno fu definita dallo stesso Presidente della Repubblica Niceto Alcalá-Zamora, un repubblicano moderato, come un’ istigazione alla guerra civile. Il filosofo repubblicano Ortega y Gasset annotò: Voi con questa Costituzione avete seminato e un giorno raccoglierete. Che cosa? Una guerra civile!

A questo punto che cosa fa Pio XI?

Alla fine del 1931 incomincia il lungo negoziato della Santa Sede con il Governo repubblicano, attraverso il nunzio Federico Tedeschini ed alcuni vescovi per cercare di salvare il salvabile. Ad esempio i socialisti radicali volevano espellere tutti gli ordini religiosi dalla Spagna: il presidente del Consiglio Azaña, socialista radicale pure lui ma più ‘moderato’, giudicò la proposta una pazzia e suggerì di espellere solo i membri dell’ordine più emblematico, i gesuiti. Naturalmente ciò si doveva giustificare in qualche modo da parte di una Repubblica che si definiva ‘democratica’. Si trovò il ‘machiavello’, essendo tenuti i gesuiti a un quarto voto, quello dell’obbedienza “a un potere straniero”. Così l’ordine in Spagna fu soppresso e molti religiosi espatriarono. Altri continuarono a insegnare vestiti in borghese.

Nel novembre 1933 si tennero altre elezioni politiche, che diedero la vittoria al centro-destra…

Molti elettori cattolici reagirono ai primi due anni di Repubblica. La sinistra non accettò la sconfitta e ciò portò a scioperi generali, violenze di piazza, alla sollevazione dei minatori nelle Asturie. Il centro-destra aveva vinto, ma senza maggioranza assoluta. Si creò una situazione di grande tensione e di instabilità totale, che spinse il presidente della Repubblica, il debole Niceto Alcalá-Zamora, a convocare nuove elezioni. Che si tennero il 16 febbraio 1936…

…e che si svolsero in quale clima?

Di violenza estrema. La sinistra si era ormai quasi del tutto radicalizzata; la destra reagì, si organizzò, si radicalizzò anch’essa, creando una Confederacion di partiti di centro-destra, a destra dei quali si poneva la Falange fondata da Josè Antonio Primo de Rivera. C’erano anche i carlisti, tradizionalisti cattolici, minoritari e concentrati nella Navarra. Le elezioni politiche le vince il centro-destra, che ottiene la maggioranza dei voti; ma le sinistre (unite nel Frente popular) per la legge elettorale, conseguono la maggioranza parlamentare.

Come festeggiò il Frente popular?

Furono aperte le carceri, si liberarono i detenuti, delinquenti compresi. Le provocazioni non si contavano più, anche contro i cattolici. Tali aggressioni determinarono la reazione della destra radicale. I disordini si estendevano, il sangue scorreva. Ho trovato nell’Archivio vaticano il rapporto in cui il nunzio Tedeschini ha riportato, diocesi per diocesi, ciò che successe dal 16 febbraio alla fine di giugno (poi torna a Roma, essendo diventato cardinale nel dicembre 1935): ha riempito più di trecento pagine con notizie dettagliate di violenze quotidiane (del tipo: proibizione dei funerali, vietato il suono delle campane, profanazione dei cimiteri), sopraffazioni di ogni genere, minacce contro i cattolici, aggressioni fisiche e assassinii, incendi di chiese e monasteri. Gli estremisti di destra attaccavano da parte loro le sedi dei partiti di sinistra.

E così arriviamo al mese di luglio…

… in una situazione caotica. Il 18 luglio ci fu l’Alzamiento, la ribellione militare. La questione è ancora molto controversa: non è addirittura escluso che inizialmente l’Alzamiento fosse per difendere la Repubblica, riportandola alla moderazione contro la sinistra radicale che si era impadronita del potere. Non tutte le guarnigioni si unirono all’Alzamiento: tanto che il Governo di Madrid sottovalutò la ribellione, pensando che sarebbe fallita in un paio di giorni. Ma non fu così e il Governo aprì allora gli arsenali per rifornire il popolo, perdendo così la sua legittimità. I militari  costituirono perciò a Burgos la Junta de Defensa nacional: il 31 luglio i generali – è solo dal primo ottobre che il giovane (44 anni) e già prestigioso Francisco Franco diverrà il capo dello Stato spagnolo ‘nazionale’– inviano un telegramma al cardinale Pacelli, Segretario di Stato, dicendo di essere il Governo della nuova Spagna, di voler restituire diritti e dignità alla Chiesa, di considerare come una parentesi da chiudere ciò che era successo dal 1931 in avanti. La Juntachiede perciò il riconoscimento da parte della Santa Sede. A margine del telegramma conservato nell’Archivio vaticano si legge un appunto autografo di Pacelli che scrive: Sospendere.

Fino al maggio del 1938 la Santa Sede non riconoscerà la Giunta militare… però il primo luglio 1937 i vescovi spagnoli pubblicizzano, nella Carta Colectiva del Episcopado Español a los obispos del mundo entero, una presa di posizione molto chiara e netta in favore dei ‘nazionali’. Domanda: i vescovi spagnoli la sottoscrissero all’unanimità?

I vescovi spagnoli nella zona ‘nazionale’ sono tutti dalla parte di Franco. Per la zona ‘repubblicana’: 12 sono stati trucidati, tutti gli altri sono fuggiti (chi in Francia o in Italia, chi nella Spagna ‘nazionale’). Dunque, tra il 1936 e il 1939 nella Spagna ‘repubblicana’ non c’è nessun presule, salvo il vescovo di Teruel (Anselmo Polanco, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1995) che, prigioniero, verrà fucilato nel febbraio del 1939. La Carta Colectiva, scritta personalmente dal cardinale Gomá (arcivescovo di Toledo e primate di Spagna) che chiese il consenso (ottenuto) a tutti i confratelli, ha una ragione ben precisa: denunciare al mondo la persecuzione anticattolica in Spagna. A quel momento sono già stati uccisi 6500 ecclesiastici e religiosi, i vescovi già citati; inoltre la distruzione del patrimonio storico-artistico della Chiesa era totale. Già diversi vescovi, come quelli di Pamplona, Palencia, Mallorca, Teruel, Salamanca (il futuro cardinale arcivescovo di Toledo Enrique Pla y Deniel, molto impegnato sul piano sociale) e un’altra ventina, si erano espressi singolarmente a favore dei ‘nazionali’nel 1936. Nel 1937 i vescovi rimasti si trovano davanti a una situazione di annichilimento totale della Chiesa e della fede cristiana. Il cardinale Gomá chiese la firma a tutti. Pur essendo d’accordo con la lettera, due non firmarono: il cardinale Vidal di Tarragona (che era rifugiato nella certosa di Farneta, vicino a Lucca) e il vescovo di Vitoria, monsignor Múgica, in esilio a Frascati.

Per quale motivo non firmarono?

Ripeto: erano d’accordo sui contenuti. Tuttavia il cardinale Vidal non riteneva opportuno pubblicizzare la lettera per ragioni di opportunità, come scrive in un testo indirizzato al cardinale Gomá. E il vescovo di Vitoria non poteva dimenticare che i ‘nazionali’, entrando a Bilbao, avevano fucilato 14 sacerdoti, accusati di collusione – per ragioni di separatismo basco – con i repubblicani. Io poi ho ritrovato le lettere che il cardinale Vidal e il vescovo Múgica scrissero all’allora Segretario di Stato Pacelli: ambedue dicono di desiderare la vittoria di Franco. Ambedue dicono di pregare per la vittoria dei ‘nazionali’, unica possibilità di salvare la Spagna dal comunismo. Non solo: il cardinale Vidal scrisse una lettera di ammirazione a Francisco Franco, comunicandogli che anche tutta la sua famiglia era dalla parte dei ‘nazionali’, che alcuni nipoti combattevano tra i ‘nazionali’, che uno era stato fucilato dai ‘rossi’, che il suo vescovo ausiliare era stato trucidato a Tarragona sempre dai ‘rossi’. Vidal scriveva ancora di pregare per Franco auspicando la sua vittoria e lo invitava a fare due cose: frenare gli eccessi e cercare un’intesa con il partito repubblicano (moderato di centro-sinistra).

Questi due presuli sono apparsi agli occhi dell’opinione pubblica come ‘antifranchisti’…

E invece erano dalla parte di Franco. Ancora: all’invito dei repubblicani a riprendere il posto in diocesi, il cardinale Vidal rispose con toni durissimi affermando che non sarebbe mai tornato in un luogo le cui prigioni erano piene di sacerdoti cattolici in attesa di fucilazione. Ricordo che a Tarragona, città non grande, furono trucidati non meno di 140 sacerdoti.

Ebbe degli effetti la Carta Colectiva?

Sì. Ebbe degli effetti positivi. Avendo la lettera smascherata davanti al mondo la realtà della Spagna repubblicana, il Governo attenuò la persecuzione. Infatti ormai, quando si tenevano incontri internazionali – come ad esempio presso la Società delle Nazioni a Ginevra – i rappresentanti dei governi di altri Paesi come Francia, Gran Bretagna incominciavano a chiedere il perché di tali azioni criminose. Voglio riprendere qui un aneddoto interessante, raccontato in uno dei miei libri. Una commissione internazionale della Società delle Nazioni andò nella Spagna repubblicana per vedere che cosa stava succedendo: fu accompagnata al monastero dell’Escorial di Madrid. I repubblicani affermarono che, come si poteva constatare facilmente, non avevano toccato nulla del monastero; dimenticarono però di aggiungere che avevano fucilato i 51 religiosi agostiniani membri della comunità, alcuni giovanissimi. La Commissione, ignara dell’assassinio di massa, rientrò a Ginevra convinta che all’Escorial non fosse successo niente. I 51 religiosi sono stati poi beatificati nell’ottobre del 2007 da papa Benedetto XVI, nel grande rito per un totale di 498 martiri spagnoli.

Nel maggio del 1938 giunge il riconoscimento ufficiale della Santa Sede…

Diversi Stati avevano già riconosciuto il Governo ‘nazionale’. Inoltre Francia e Inghilterra, che ancora riconoscevano la Repubblica, negoziavano in segreto accordi commerciali con il Governo di Burgos…le vie della politica sono misteriose… si può bombardare e nel contempo trescare con chi si bombarda…A Parigi la Santa Sede dal 1936 aveva il nunzio Valerio Valeri (poi cardinale) che da subito scriveva a Roma che la guerra sarebbe stata vinta dai ‘nazionali’, perché Franco aveva un esercito ben organizzato e disciplinato e perché nella Spagna ‘nazionale’ la vita quotidiana proseguiva tranquillamente, al contrario che nelle zone repubblicano, caratterizzate dalla persecuzione religiosa e da un caos totale. Arriva il momento in cui Francia e Inghilterra vogliono riconoscere Franco e il nunzio lo comunica alla Santa Sede. Intanto dalla Spagna il cardinale Gomá riesce a persuadere Pio XI e Pacelli che Franco non è né Hitler né Mussolini, è sì un militare ma era ritenuto addirittura repubblicano, non perseguita certo gli ebrei, è un cattolico praticante (pur se la sincerità di questa pratica nessuno la può giudicare)… insomma arriva un momento, nel 1938, in cui Pio XI e Pacelli mettono da parte le loro perplessità e si convincono a riconoscere la Spagna ‘nazionale’, al massimo livello, inviando un nunzio, Gaetano Cicognani.

Monsignor Cárcel Ortí,  avrebbe potuto la Chiesa operare una scelta diversa?

 

Assolutamente no. Può la vittima mettersi dalla parte del carnefice? Arriva uno a casa, dicendo che ti porta democrazia e libertà e ti ammazza il papà, la mamma, il fratello: puoi forse metterti dalla sua parte? Un altro esempio: tu stai per annegare in un posto in cui non c’è nessuno. Arriva uno, ti prende per mano, ti tira fuori dall’acqua, ti salva. Tu allora domandi forse se a quell’uno se è di destra o di sinistra? Cattolico o ateo? O non lo abbracci?

Veniamo allora al famoso “Radiomessaggio di Sua Santità Pio XII ai Cattolici di Spagna” del 16 aprile 1939, due settimane dopo la fine della Guerra Civile. E’ un testo in cui l’ex-Segretario di Stato Eugenio Pacelli, come abbiamo visto assai prudente nell’atteggiamento verso Franco, si ‘espone’ invece molto. Già dall’esordio: Con immensa gioia Ci rivolgiamo a voi, figli direttissimi della Cattolica Spagna, per esprimervi la Nostra paterna felicitazione per il dono della pace e della vittoria con il quale Dio si è degnato di coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e carità, provato da tante e così generose sofferenze. E poi: La Nazione eletta da Dio come principale strumento di evangelizzazione del Nuovo Mondo e come baluardo inespugnabile della fede cattolica, ha testé dato ai proseliti dell’ateismo materialista del nostro secolo la più elevata prova che al di sopra di ogni cosa stanno i valori eterni della religione e dello spirito. (…) Il sano popolo spagnolo, con quella generosità e franchezza che costituiscono le due caratteristiche del nobilissimo suo spirito, insorse deciso in difesa degli ideali della fede e della civiltà cristiana, profondamente radicati nel suolo fecondo di Spagna; ed aiutato da Dio che non abbandona quelli che in Lui sperano seppe resistere all’attacco di coloro che, ingannati da quello che essi credevano un ideale umanitario di elevazione dell’umile, in realtà combattevano a favore dell’ateismo. Monsignor Cárcel Ortí, come spiega gli accenti così entusiasti del Radiomessaggio papale? Oggettivamente appare una discrepanza tra le prudenze non solo diplomatiche del Segretario di Stato Pacelli e i toni esultanti di papa Pio XII?

 

La Santa Sede, già a partire dal colpo di Stato con cui si instaurò la Seconda Repubblica nel 1931, mantenne per lungo tempo un atteggiamento molto prudente verso l’evolversi della situazione spagnola. Come del resto si è già evidenziato abbondantemente. Che cosa succede nel 1939? La guerra finisce, Franco vince, si scatena un’euforia incontenibile in tutta la Spagna cattolica. In una grande piazza di Madrid il cardinale Gomá, primate di Spagna e cardinale di Toledo, consegnò a Franco una Croce famosa, la Croce simbolica forse della Reconquista: Franco la ricevette inginocchiato, baciandola. Il cardinale gli disse: Questa è la Croce per te, nuovo Costantino, venuto a salvare la Chiesa in Spagna.

Vuol dire che il mondo cattolico spagnolo, ma anche quello di diversi altri Paesi oltre sicuramente a una buona parte della Curia, trasmise tale euforia anche al fin qui prudente Eugenio Pacelli, Papa da un mese e mezzo?

A un certo momento viene contagiato anche lui… insomma ne esce questo Radiomessaggio che suona come un’adesione entusiasta e che per così dire inaugura il mito della Spagna cattolica…

Un mito?

Di Spagne ce ne sono sempre state due: quella cattolica e quella anticattolica….

Lei mi fa un assist in area di rigore a porta vuota: quest’ultima è oggi la Spagna zapaterica… Lei scorge delle analogie tra gli anni della Seconda Repubblica e quelli del governo Zapatero?

Certo, certo, tante analogie. Si è ripetuto negli ultimi anni lo schema della situazione politico-sociale-religiosa degli Anni Trenta. Sono cambiate, è vero, le persone e i modi, perché non credo che oggi un ‘rosso’ arrivi ad ammazzare un prete, fucilarlo contro un muro. Prima di arrivare a questo, però, c’è un cammino da fare. E Zapatero lo sta percorrendo: laicizzazione della scuola, togliere i crocifissi, limitare l’attività dei cattolici nella vita pubblica… tutto ciò che mira ad emarginare la Chiesa. Negli Anni Trenta il guaio della Repubblica è stato di voler cercare lo scontro con la Chiesa: un grave errore, perché la Chiesa era da sempre, per tradizione, moderata e cercava ogni volta di salvare il salvabile, come abbiamo visto ha fatto nei primi anni di una Repubblica nata da un colpo di Stato. La Chiesa ha sempre adottato la Realpolitikquand’era possibile: che cosa ha fatto ad esempio Casaroli con la Ostpolitik? Ha cercato di trovare non un modus vivendi, ma un modus non moriendi, il che è ben diverso. La Repubblica spagnola ha invece incrementato sempre più le provocazioni e a un certo momento anche la Chiesa ha dovuto dire basta.

Anche Zapatero, appena arrivato al governo, ha incominciato a occuparsi a modo suo di temi etici particolarmente delicati…

… come il ‘matrimonio’ degli omosessuali… è andato avanti su questa strada senza trovare molta opposizione, perché per un verso la società spagnola è un po’ cambiata e per l’altro anche nel partito popolare sotto sotto non mancano alcuni consensi (anche se ai popolari fa comodo lasciare nelle mani di Zapatero la patata bollente). Zapatero in certi momenti ha provocato apertamente la Chiesa attaccandola nei suoi simboli e nelle sue attività. Poi ha voluto rivisitare la storia con la legge sulla memoria… e anche qui l’errore è stato grande…

La legge sulla memoria storica ha riaperto pubblicamente le ferite  della Guerra Civile…

Se con tale legge si intendeva riconoscere completa ‘pari dignità’ alle vittime della Guerra Civile, allargando a tutti i benefici sociali che Franco aveva dato alle vittime dei ‘rossi’, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Del resto tale parificazione l’aveva già incominciata senza traumi il governo di Felipe Gonzales. Invece Zapatero ha voluto riaprire le ferite della Guerra Civile, un periodo storico in gran parte già ‘chiuso’. I giovani non ne vogliono più sapere, guardano all’avvenire poiché non si può vivere di morti. Zapatero vuole riaprire tutte le fosse, riabilitare i fucilati… ma allora ce ne sono anche dall’altra parte che non si sa dove siano finiti. La conseguenza è che oggi la Spagna si è nuovamente divisa ideologicamente più che mai, si è tornati settant’anni indietro…

Vedi anche le polemiche su contenuti ‘franchisti’ dei primi volumi del Dizionario biografico della Reale Accademia di Storia di Madrid…

Una polemica assurda. Per condannare un totalitarismo se ne impone un altro: tu devi scrivere nel Dizionario quello che dico io… C’è poi, sempre relativamente alla legge sulla memoria storica, la questione dei simboli franchisti da abbattere. In uno dei miei libri ho citato la stele tutt’ora esistente – anzi ben ripulita – al Foro Italico con la scritta Mussolini Dux. I segni del passato sono storia, non ideologia. Zapatero sta sbagliando gravemente anche qui, come per Valle de los Caídos, che i suoi ultras vorrebbero bolar, dinamitare. I monaci dell’abbazia benedettina ( che sorge accanto al mausoleo che accoglie le tombe di Franco, Primo de Rivera e di oltre 33mila caduti di entrambi gli schieramenti) in questo momento non sanno il loro destino: restano in attesa delle elezioni dell’anno prossimo, che verosimilmente riporteranno al potere i popolari.

Ma era proprio necessarioscatenare le polemiche ‘storiche’?

Sono il frutto della politica di Zapatero, un radicale insensato che si crede illuminato portatore di una nuova società e intanto ha portato la Spagna al disastro. 

P.S. Larga parte dell'intervista è stata pubblicata da L'Osservatore Romano del 30 luglio 2011.