PADRE CANTALAMESSA: SPIRITO SANTO, FRANCESCO E  ALTRO - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 24 dicembre 2016

 

Ampia intervista al cappuccino marchigiano, da 37 anni predicatore della Casa Pontificia. Lo Spirito Santo al centro delle prediche di questo Avvento. Che fa il predicatore apostolico? Venerdì Santo 2010: malinteso da ambienti ebraici. Tre Papi, tre stili diversi. Devozione per Francesco che “fa le cose che faceva Gesù”: no al peccato, sì al peccatore. La responsabilità dei media. La ‘buona battaglia’ per la famiglia e l’ “aberrazione” dell’ideologia gender. Natale secolarizzato, presepe, Corano.

 

Nato a Colli del Tronto (Ascoli Piceno) il 22 luglio 1934, non dimostra i suoi attuali ottantadue anni. Sorriso accattivante alla francescana, parola avvolgente, padre Raniero Cantalamessa è un cappuccino molto noto. Un po’ perché da ormai 37 anni è il predicatore della Casa Pontificia (prediche di Quaresima, del Venerdì Santo, dell’Avvento e – con papa Bergoglio – altro ancora), un po’ perché volto assiduo di Rai Uno, dove dal 1994 al 2009 ha illustrato la sera del sabato il Vangelo della domenica. E’ notissimo tra i membri del movimento ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito”, impregnato com’è di ‘sacro furore’ per l’azione consolatrice e nel contempo evangelizzatrice dello Spirito Santo, molto rivalutata dopo il Concilio Vaticano II. Ordinato sacerdote nel 1958, si è laureato in teologia presso l’Università cattolica di Friburgo e in lettere classiche presso la Cattolica di Milano, dove – direttore del Dipartimento di scienze religiose – ha insegnato come professore ordinario di Storia delle origini cristiane. Membro della Commissione teologica internazionale dal 1975 al 1981 e, per dodici anni, della delegazione cattolica per il dialogo con le Chiese pentecostali, nel 1980 è stato nominato da Giovanni Paolo II predicatore della Casa Pontificia, essendo riconfermato nell’incarico da Benedetto XVI e Francesco.

E’ un venerdì d’Avvento e padre Cantalamessa, dopo la predica settimanale al Papa e alla Curia, ci attende sorridente presso la Curia generalizia dei Cappuccini a via Piemonte…

 

Padre Cantalamessa, siamo qui presso la Curia generalizia dei Cappuccini (di cui è ministro generale il grigionese fra Mauro Joehri) e, come ogni venerdì d’Avvento, Lei è reduce dalla predica nella cappella Redemptoris Mater, fatta davanti al Papa e alla Curia Romana… In questo Avvento di che cosa ha parlato in sintesi?

La mia serie di meditazioni d’Avvento quest’anno ha riguardato lo Spirito Santo, che a mio parere è stata la grande novità emersa nel dopoconcilio. Il Vaticano II qua e là aveva pure accennato al tema, ma è negli anni a seguire che è fiorita una vera messe di trattati sullo Spirito Santo…

Vuol dire che prima lo Spirito Santo era considerato – per così dire – un po’ il parente povero della Trinità?

Sì, un po’ il parente povero… Yves Congar diceva che era come lo zucchero spolverato su certi dolci, che non entra però a far parte della pasta …Ho scelto il tema anche riallacciandomi alla mia esperienza nel Rinnovamento nello Spirito, che io intendo come una corrente di grazia aperta e destinata a tutti che si trasmette nella Chiesa similmente – diceva il card. Suenens - alla corrente elettrica che si scarica nella massa, disperdendosi in essa. Il Rinnovamento vuole risvegliare nella Chiesa la presenza viva dello Spirito Santo, che non può essere confinata in un trattato di teologia. Non ne ho parlato certo per  proselitismo, ma perché al centro della Chiesa si conoscesse il fenomeno di grazia che oggi coinvolge decine di milioni di cattolici in tutto il mondo, per tacere di altri milioni in altre confessioni cristiane. 

Del resto nel 2017 ricorreranno i 50 anni della nascita del Rinnovamento all’interno della Chiesa, dapprima come Rinnovamento carismatico cattolico negli Stati Uniti, poi in Italia, in cui assunse in breve il nome attuale di Rinnovamento nello Spirito…

Il Giubileo è un motivo di più per estendere alla Chiesa intera la conoscenza di questo fenomeno così imponente e fecondo…

 

IL PREDICATORE APOSTOLICO: TRA I PRIMI I TICINESI LUVINI E FRASCHINA

Padre Cantalamessa, 37 anni fa Lei è stato nominato da Giovanni Paolo II predicatore della Casa Pontificia e confermato in tale ruolo sia da Benedetto XVI nel 2005 che da Francesco nel 2013. Predicatore apostolico dunque e successore tra l’altro dei cappuccini ticinesi del Settecento Giuseppe Maria Luvini di Lugano e di Giovanni Fraschina dal Bosco…

Il predicatore apostolico è un ufficio tradizionale nella Chiesa, istituito come tale a metà del Cinquecento da Paolo IV Carafa e affidato a ordini religiosi diversi, tra cui i frati minori cappuccini. Nel 1743 Benedetto XIV Lambertini affida ai Cappuccini l’esclusiva della predicazione apostolica. Lei sa che altri ordini e congregazioni sono preposti ad altri servizi particolari… ad esempio i domenicani all’ufficio di teologo pontificio, gli agostiniani a quello di sacrista pontificio…

Come motivò la scelta Benedetto XIV, di cui peraltro fu apprezzato consigliere un altro cappuccino ticinese, Agostino Maria Neuroni, che poi divenne vescovo di Como?

C’è da arrossire per una motivazione così lusinghiera, che oggi si fa fatica a inverare. Papa Lambertini infatti scelse i cappuccini, “considerando specialmente quanti e quanti ricchi esempi di pietà cristiana e di perfezione religiosa, congiunti con splendore delle sacre dottrine, e con la salute delle anime, producono nella Chiesa”.

 

IL PREDICATORE APOSTOLICO: CHE FA?

In che cosa consiste oggi di preciso l’ufficio di predicatore apostolico?

Si dà al Papa e alla Curia (cardinali, vescovi, laici, anche suore e laiche) una meditazione ogni venerdì mattina in Avvento e in Quaresima. Fino a poco fa si saltava la prima settimana di Quaresima in cui il papa e la Curia sono impegnati negli esercizi spirituali annuali, ma papa Francesco ha voluto che si tenesse ugualmente la predica anche in tale settimana per coloro che rimangono a Roma, ora che gli esercizi non si fanno più in Vaticano. Oltre alla predica del Venerdì Santo, papa Francesco mi ha affidato il compito di tenere l’omelia nella Basilica di San Pietro anche in qualche altra circostanza, come il primo settembre per la Giornata mondiale di preghiera per il Creato.

Da tanti anni Lei è predicatore della Casa pontificia…non si è mai stancato di esserlo?

E’ da 37 anni che lo sono e sempre mi meraviglio che tre Papi abbiano voluto ascoltare a scadenze regolari la predica di un semplice sacerdote: è un atto di enorme umiltà, che mi colpisce e commuove costantemente. Quando Giovanni Paolo II mi ringraziava, io gli rispondevo: “Sono io che ringrazio Lei, perché è Lei che fa la predica a noi con la Sua umiltà”. Pensi un po’: il Papa sta ad ascoltare un semplice cappuccino, mentre, a volte, fuori attendono Presidenti della Repubblica e Capi di Governo per essere da lui ricevuti…

 

LE PREDICHE, LA CURIA, LE REAZIONI

E la Curia ascolta con attenzione le Sue parole? Ha dei riscontri?

Sa, la Curia è per natura pubblicamente molto riservata. E dunque non esprime facilmente giudizi, tende a starsene sulle sue, anche quando magari non è d’accordo con quanto ho appena detto. Però il fatto che, dopo 37 anni, la Cappella Redemptoris Mater sia ancora piena, certifica che almeno l’attenzione c’è! E’ soprattutto la predica del Venerdì Santo in San Pietro che ha dato origine a qualche pubblico riscontro, positivo e negativo…

Si riferisce forse alla predica del 2010, la cui interpretazione provocò una  vivace polemica da parte di alcuni ambienti ebraici?

Prima parliamo del positivo, che contrassegnò le reazioni alla predica del 1999, molto ben accolta dagli ebrei, in cui attribuivo le origini dell’antisemitismo cristiano al passaggio da Gesù alla nuova Chiesa, quando si diede erroneamente grande importanza alla critica di Gesù ai farisei a scapito dell’amore nutrito dallo stesso Gesù verso il suo popolo.

Veniamo al 2010…

Si era nel pieno delle polemiche sui tristissimi casi di pedofilia nella Chiesa, attaccata violentemente da diversi ambienti. Nella predica in San Pietro avevo citato passi di una lettera di solidarietà di un amico ebreo vivente, in cui egli comparava ad alcuni aspetti della polemica antisemita gli attacchi ricorrenti alla Chiesa e in particolare la trasformazione in responsabilità collettiva della responsabilità degli abusi compiuti da singole persone consacrate. Dal pulpito di San Pietro feci anche gli auguri agli ebrei per la loro Pasqua che quell’anno coincideva con la nostra. La citazione della lettera mi attirò i fulmini di numerosi commentatori e di alcuni ambienti ebraici, ma non del Jerusalem Post che, per penna di un rabbino, parlò dei critici come di “cattivi ascoltatori” di quanto avevo detto. In effetti io avevo inteso solo stimolare il dialogo ebraico-cristiano evidenziando come non raramente oggi siamo vittime ambedue di stereotipi negativi tipici di campagne nutrite di odio contro di noi.

 

IN 37 ANNI TRE PAPI, TRE STILI DIVERSI

In 37 anni tre Papi assai diversi tra loro nel modo di porgere… e non solo…

Ognuno serve la Chiesa con il carisma che ha. Giovanni Paolo II aveva lo sguardo molto ampio su una vasta gamma di ambiti sociali e culturali… era un leader mondiale, una personalità gigantesca. E i suoi funerali hanno confermato l’enorme eco che aveva avuto il suo pontificato in ogni angolo della terra. Benedetto XVI, da teologo, ha arricchito la Chiesa di preziosi insegnamenti. Non esito a paragonare alcune sue omelie, per profondità, incisività e chiarezza, alle grandi omelie di san Leone Magno. Papa Francesco è il pastore… e penso che l’abbiano eletto anche per questo. Sono pieno di ammirazione… anzi è troppo poco, di devozione verso questo uomo che segue Gesù nei modi più evidenti, nell’andare verso i poveri, nella misericordia, in questo abbracciare e lasciarsi abbracciare da tutti, nell’aver  spogliato il suo servizio dall’alone ieratico… tutti tratti che a mio parere rivelano una sua grande libertà di spirito…

…anche se non si può non notare che all’interno del cattolicesimo più di alcuni provano grande difficoltà a seguirlo, dato che non si ritrovano nel concetto della Chiesa-cantiere aperto, cui rimproverano poca chiarezza e dunque grande confusione in materia di Magistero…non sanno più, insomma, come comportarsi in materia ad esempio di morale, famiglia, matrimonio…

Direi che tali difficoltà non sorprendono. Tutto dipende da quale sia la priorità nella Chiesa che si vuole: la legge o il Vangelo? E’ evidente che per tanto tempo, senza accorgercene, siamo andati avanti sulla base delle norme, che ti danno sicurezza. Però non si può negare che papa Francesco si ispira al Vangelo… le cose che fa, le faceva Gesù: interpreta cioè veramente il Vangelo di misericordia del Cristo, basato sul principio del ‘no al peccato, sì al peccatore’. Gesù parla contro la ricchezza, ma va a trovare Zaccheo, il ricco capo dei pubblicani, a casa sua; parla contro l’adulterio, ma perdona l’adultera; afferma l’indissolubilità del matrimonio,  ma si intrattiene con  la samaritana che ha avuto cinque mariti…

 

FRANCESCO NEL SOLCO DEL VANGELO: SI’ AL PECCATORE, NO AL PECCATO

Le cito ora un passaggio rilevante della Sua predica di Avvento dello scorso 9 dicembre: “E’ chiaro che, se la Chiesa deve scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, non è per applicare ai ‘tempi’ – cioè alle situazioni e ai problemi nuovi che emergono nella società – i rimedi e le regole di sempre, bensì per dare ad essi risposte nuove, ‘adatte ad ogni generazione’…

Il peccatore è una creatura di Dio, conserva sempre una sua dignità nonostante tutte le aberrazioni. Il peccato, invece, è una sovrastruttura del nemico, non viene da Dio e ciò giustifica il ‘no’ chiaro, netto ad esso, come ribadisce continuamente papa Francesco: ‘no’ all’aborto, ‘no’ al divorzio. E invece ‘sì’ al peccatore, con il quale non possiamo agire fondandoci solo sulle norme, perché se estremizzate– come dicevano i romani – diventano inaccettabili: summum ius, summa iniuria. Del resto si può qui ricordare il canto III del Purgatorio dantesco, in cui appare lo scomunicato Manfredi  figlio di Federico II di Svevia), convertitosi all’ultimo momento: “Orribil furono li peccati miei – dice Manfredi – ma la bontà infinita ha sì gran braccia/che prende ciò che si rivolge a lei”… 

 

LA GRANDE RESPONSABILITA’ DEI MEDIA

Si può però osservare che la nostra è una società molto massmediatica. Il fatto è che sono tanti i media che privilegiano nel trasmettere il messaggio di Francesco il ‘sì’ al peccatore a scapito del ‘no’ al peccato, tanto che nell’opinione pubblica sorge la convinzione che in pratica ogni peccatore verrà più o meno automaticamente perdonato, il che lascia pensare che il peccato non sia poi così grave… Papa Francesco sembra – questa è la sensazione diffusa – privilegiare la misericordia sempre e comunque sulla giustizia… insomma: in sostanza tutto è permesso! Difficile negare che la trasmissione mediatica delle parole di Francesco non provochi perplessità…

Purtroppo è inevitabile che questo succeda e ciò ricade sulle spalle di voi giornalisti. Giovanni Paolo II, parlando ai responsabili delle comunicazioni sociali, raccomandava di cercare, nella trasmissione delle notizie, di porsi dalla parte della Chiesa, chiarendo ciò che essa intende dire. Niente giudizi con parametri politici, con le etichette di destra, sinistra, sopra e sotto. Oggi questo auspicato atteggiamento manca: si enfatizza ciò che fa comodo all’uno e all’altro, ma non si dà conto del tutto; si estrapola la mezza frase e non si registra la frase intera. Perciò l’informazione sul Papa appare spesso poco equilibrata.

Ma papa Francesco è cosciente che le sue parole incorrono nel rischio di essere trasmesse in modo parziale e quindi sostanzialmente fuorviante?

Penso che il Papa lo sappia bene, ma non per questo evita di parlare. Del resto mettere l’accento sul positivo, sulla misericordia, privilegiare la vicinanza al peccatore, è caratteristico del Nuovo Testamento. Così anche per Lutero – giusto ricordarlo nel Cinquecentesimo della Riforma protestante - per il quale si doveva passare dal binario unico della legge alla grazia; per lui la giustizia non si oppone alla misericordia, ma consiste essa stessa nella misericordia. Nel Nuovo Testamento San Paolo lo dice chiaro: verrà un giorno in cui ci sarà una giustizia distributiva come la intendiamo noi, quando Dio renderà a ciascuno secondo i propri meriti. Però quando lo stesso apostolo evidenzia che la giustizia di Dio si è manifestata con la venuta di Gesù e con la sua morte, non intende riferirsi alla ‘nostra’ giustizia distributiva, ma all’atto con cui Dio perdona, rendendo giusti gli uomini. Ne consegue che la misericordia è il modo di farsi giustizia di Dio in questo mondo. Non so quanto tempo ci vorrà perché si accetti tale evidenza. Il dialogo, il riavvicinamento con i protestanti (di cui è espressione anche la Dichiarazione congiunta sulla giustificazione del 1999) dovrebbe portare il frutto auspicato, già a incominciare dai contenuti della predicazione cristiana. In essa occorre sottolineare che il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento non è stato un progresso e un perfezionamento soltanto di grado, ma ha implicato un salto di qualità. “La Legge fu data per mezzo di Mosè, ma la Grazia è venuta a noi per mezzo di Gesú”, scrive l’evangelista Giovanni. Non mi nascondo che capire questo non è facile, però è bene che nella Chiesa tale messaggio di coerenza evangelica si diffonda sempre più.

 

LA ‘BUONA BATTAGLIA’ PER LA FAMIGLIA

Prima di passare alla parte propriamente ‘natalizia’, ancora un chiarimento su un passo di una Sua affermazione assai controversa fatta in Messico, in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie del 2009, su un tema ancora oggi molto delicato, quello della partecipazione attiva del cristiano alla vita politica in difesa dei ‘valori non negoziabili’. Lei rilevò allora che “i primi cristiani, soprattutto nei primi tre secoli, sono riusciti a cambiare le leggi dello Stato con il loro comportamento. Oggi non possiamo pretendere di fare l’opposto, ovvero cambiare il comportamento attraverso le leggi dello Stato”. Ovvero: le buone famiglie vengono prima delle buone leggi. Padre Cantalamessa, Lei intende dire che l’impegno dei cristiani in politica in favore della famiglia, della vita, dell’educazione scolastica è in fin dei conti inutile?

Oggi, a differenza di quello che accadde nei primi secoli di cristianesimo, non possiamo pretendere di cambiare i costumi, la realtà soprattutto della famiglia con le leggi. Detto questo, l’impegno prioritario, l’unico che dipende veramente da noi in una società pluralistica, è quello di aiutare in tutti i modi a creare buone famiglie.

Lei sa che in questi ultimi anni sono nati in Francia, in Messico e anche in Italia grandi movimenti pro-famiglia, a propulsione cattolica, anche se spesso osteggiati nella loro azione – salvo che in Messico – dai vertici di alcune conferenze episcopali… Allora la domanda è: quanto Lei dice dell’impegno prioritario si riflette anche in una partecipazione attiva, vigorosa alla vita politica?

Sì. Essendo i cattolici anche cittadini di uno Stato, nella misura in cui possono devono lottare perché la dottrina sociale della Chiesa sia valorizzata. E’ un dovere preciso.

“Devono lottare”… allora la loro è una “buona battaglia” per riprendere San Paolo?

Certo, è una buona battaglia. Sono d’accordo a tale proposito con un recente editoriale di Ernesto Galli della Loggia che lamentava la ‘ritirata’ dei cattolici dalla politica, dal che è conseguito che oggi nella pubblica arena dilagano le idee più assurde. D’altra parte sarebbe ad esempio illusorio che i laici cattolici si aspettassero una legge italiana che non riconosca il divorzio, realtà che non può più essere ignorata.  Dobbiamo invece far sì che il divorzio si eviti in tutte le famiglie e cerchiamo di ottenere che le leggi non favoriscano ulteriormente questa calamità.

 

L’IDEOLOGIA GENDER: UN’ABERRAZIONE IMPOSTA CON ARROGANZA

Tra le idee “assurde” citate, pone anche la promozione (in primo luogo nelle scuole) dell’ideologia gender, intesa come possibilità per tutti di scegliere la propria identità sessuale, indipendentemente da quella biologica; e anche di mutarla a seconda delle circostanze sentimentali?

Certo, perché questa è un’aberrazione, come anche papa Francesco ha più volte evidenziato. Come cristiano credo che questo sia un terreno in cui si dovrebbe essere integralisti: la parola fa paura, ma si deve riaffermare che il progetto di Dio è chiaro. E’ evidente che non mi riferisco alla promozione del gender in forma ad esempio di ‘quote rosa’, ma allo sconvolgimento antropologico che tra l’altro ha ricadute sociali pesantissime, imposto per di più con hybris, cioè con arroganza, prevaricazione da spiriti cosiddetti ‘illuminati’. Il progetto mira a far sì che l’uomo si sostituisca a Dio, come si evince anche da quello che sta succedendo in materia di procreazione: si vogliono mettere al mondo bambini orfani di mamma o papà. Inaccettabile. Noi non possiamo evitare che ciò accada usando la forza, perché siamo in una società pluralistica, ma nelle sedi opportune abbiamo il diritto di contrastare con fermezza e convinzione tale aberrazione. Su questo abbiamo anche il conforto della parola di Francesco. E speriamo che quella che De Gaulle definiva la ‘maggioranza silenziosa’ si risvegli, come comanda del resto il buon senso: da questo punto di vista è positivo che proprio nella tormentata Francia François Fillon, difensore dei valori della famiglia, abbia vinto le primarie del centrodestra per la prossima elezione presidenziale. Siamo non solo in Francia in presenza ormai di una forte reazione del buon senso comune contro la politica condotta da élites politiche, mediatiche, culturali totalmente ideologicizzate. E’ un fenomeno di cui si può ben essere contenti, se depurato da estremismi inaccettabili e pure ideologici.

 

IL NATALE SECOLARIZZATO E IL PRESEPE

Veniamo al significato del Natale oggi, in una società molto secolarizzata… 

Non voglio dire cose trite e ritrite. E’ evidente che la tendenza dominante - anzi ormai alluvionale - nella nostra società secolarizzata ha fatto di tutto per togliere al Natale ogni riferimento ai suoi contenuti, alla sua storia, sostituendogli una serie di segni fiabeschi, magari romantici. Che cosa possiamo fare noi? Coltivare il vero senso del Natale, anche con segni esterni richiamanti la nascita di Gesù, e frenare la corsa al Natale considerato come un’occasione di puro e semplice consumismo, una festa in cui il Festeggiato viene dimenticato. Da francescano ricordo che c’è un canto natalizio, molto popolare in Italia, che esprime con grande incisività i sentimenti di san Francesco davanti al presepe di Greccio: è il settecentesco Tu scendi dalle stelle, parole e musica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: Tu scendi dalle stelle o Re del cielo/e vieni in una grotta al freddo e al gelo (…) a te che sei del mondo il creatore/mancano panni e fuoco, o mio Signore… 

Ecco…l’albero di derivazione nordica - l’abete che ha radici profonde e che si eleva verso il cielo - e il presepe di origine francescano/reatina, ambedue esprimono in sè, pur se in modo diverso, una spiritualità profonda… ci dica del presepe…

San Francesco voleva vedere nel presepe la nascita di Gesù Bambino nella povertà. Il rischio che talvolta corre il presepe è che si ponga troppo l’accento sulla rappresentazione invece che sul rappresentato…

I presepi napoletani settecenteschi però sono un vero splendore, riproducendo la vita quotidiana in città nei suoi diversi quartieri…

Sono senz’altro molto belli, simbolo di un’arte popolare di grande valore culturale, testimoni di una memoria che continua, ma essi non devono far dimenticare l’essenziale, cioè la nascita del Salvatore in una grotta, “al freddo e al gelo”…

 

IL CORANO E LA NASCITA DI GESU’: UNA SURA MOLTO SIGNIFICATIVA

Negli ultimi anni a livello comunale, soprattutto scolastico, si sono verificati episodi di ‘estromissione’ di canti natalizi cristiani dalle recite o di rinuncia al presepe (non solo in Italia, clamorosi i casi francesi), tutti motivati dal ritornello: “la scuola è laica, non dobbiamo offendere nessuno, non dobbiamo urtare i musulmani…”. Padre Cantalamessa, è proprio vero che il Natale, i canti, il presepe offendono i musulmani?

Le rispondo citando una sura del Corano dedicata alla nascita di Gesù. Vale la pena di essere conosciuta: Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù, figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi”. Disse Maria: “ Signore mio, come potrò avere un figlio, quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto ‘sììì’, ed essa è”. Nel 2006,in una puntata del programma televisivo A Sua Immagine su RAI Uno, chiesi a un musulmano di leggere proprio questa sura, ciò che egli fece con grande gioia per contribuire a chiarire un malinteso che non ha motivo di essere. Io ho sentito dei musulmani dire: “Non si è musulmani se non si crede nel Natale”. In realtà si deve osservare che il Corano è pieno di riferimenti ai profeti, a Gesù, a Maria… magari tanti cattolici avessero della Madonna l’idea che ne dà il Corano!

Insomma intende dire che la censura verso il Natale operata in certe scuole e in certi comuni non viene dai musulmani…

Viene dai secolarizzati, dai laicisti che nascondono dietro la presunta ostilità musulmana la loro idea di de-natalizzare la società, di relegare il cristianesimo nelle sacristie. Vede, io non ho mai sentito un musulmano protestare contro il Natale e invece ho sentito tanti altri sostenere che i musulmani sarebbero ostili al Natale. In questi giorni siamo sotto choc per la strage avvenuta a Berlino in un mercato natalizio, da parte di un islamico. Ma non credo che il movente fosse il Natale; esso ha fornito soltanto l’occasione di trovare gente riunita. Non si può dimenticare che lo stesso tragico episodio si è verificato altrove, per esempio a Nizza, fuori di ogni associazione al Natale.

 

LA GIOIA TRISTE DEL NATALE CONSUMISTICO

Un elemento fondamentale del Natale è la gioia, come Lei ha ribadito tante volte nelle Sue prediche d’Avvento. Ma non è proprio la gioia come la intende la società in cui viviamo…

La constatazione è triste, ma bisogna farla. Le due gioie sono molto diverse: la gioia cristiana nasce dal di dentro, è pace, armonia, senso della vita, capacità di entrare in relazione vera con gli altri. Il Natale che ci passa la nostra società è un surrogato consumistico di tutto ciò, la soddisfazione di una sete ardente di senso della vita, di intimità con i regali, per i quali conta non raramente l’emulazione di quanto fanno gli amici e conoscenti. Ma quale sapore lasciano tutti questi regali il giorno dopo Natale? Niente. Ai bambini si dà l’immagine di un Natale consumistico; e non ci può meravigliare allora che i bambini a Natale spesso siano tristi. Invece degli affetti, ricevono gli oggetti. E pensano che tutto consista nelle cose che si ricevono e possiedono? E il successo nella vita lo misurano con l’abbondanza di denaro di cui uno è gratificato.

Per finire: il Suo desiderio più grande per Natale?

Che Gesù possa nascere non solo nel presepe e nell’Eucarestia sull’altare, ma nel cuore di un numero sempre maggiore di uomini, a cominciare dal mio.

P.S. 1) L’intervista appare integralmente su www.rossoporpora.org, ampi stralci invece nell’edizione di sabato 24 dicembre del ‘Giornale del Popolo’ di Lugano, quotidiano cattolico della Svizzera italiana (inserto ‘Catholica’). Per la riproduzione di ogni sua parte si richiede la citazione della fonte. Per la riproduzione dell’intera intervista o di parti consistenti di essa si prega in ogni caso di chiedere l’autorizzazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

P. S. 2) Per gli interessati all’argomento ‘predicatore apostolico’ rimandiamo al volume di Giuseppe Rusconi “Ecclesiastici ticinesi a Roma nel Settecento”, Armando Dadò Editore, Locarno, 2006.