MEMORIA: EBREI E MIGRANTI, PRESIDENTI EBREI,  ‘SIAMO QUI, SIAMO VIVI’ – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 29 gennaio 2018

 

Qualche annotazione su uno strano paragone in voga a margine del Giorno della Memoria 2018 – Due libri meritevoli di lettori: “Presidenti” di Adam Smulevich e  “Siamo qui, siamo vivi”, diario di Alfredo Sarano a cura di Roberto Mazzoli

 

GIORNO DELLA MEMORIA, EBREI, MIGRANTI

 

Quest’anno il Giorno della Memoria della Shoah ha assunto un rilievo particolare, ricorrendo nel 2018 l’ottantesimo dalle ripugnanti leggi razziali imposte nell’autunno del 1938 da Mussolini.

Rispondendo a una domanda su che cosa sia per lui il Giorno della Memoria, il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni in un’ampia intervista apparsa sul Corriere della sera di domenica 21 gennaio, ha rilevato con la consueta libertà di giudizio: “Una data necessaria. Con rischi da evitare: l’assuefazione, la noia, e alla lunga il rigetto di chi dice: ‘Non ne posso più di questi che stanno sempre a piangere’ “.

Una data necessaria, poiché sono in continuo aumento la superficialità e l’ignoranza storica nel mondo ‘fluido’ in cui siamo immersi. E più ignoranza significa anche più disponibilità a giudizi ed atti irresponsabili come quelli antisemiti. In questo senso i ‘Viaggi della memoria’ ad Auschwitz-Birkenau, le testimonianze degli ormai pochi sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio sono utilissimi perché gli studenti coinvolti si confrontino di persona con ciò che accadde ad opera di altri uomini dimentichi della loro umanità.

Certo il pericolo dell’assuefazione e perfino del ‘rigetto’ è sempre in agguato, se i momenti ufficiali della memoria vengono percepiti come un rito obbligato, stanco, magari strumentalizzato per motivi elettorali e in ogni caso buono alle mummie dei Palazzi per pavoneggiarsi con frasi di una vuota retorica,   

In questi giorni è stato anche così, purtroppo. Complice l’appuntamento elettorale del 4 marzo, la ricorrenza è stata intesa da taluni come occasione di bassa propaganda elettorale. Attraverso l’utilizzo di un’equazione spregiudicata e truffaldina, quella per cui la condizione degli ebrei di allora è paragonabile a quella dei migranti economici di oggi, che affluiscono per loro scelta verso l’Europa nella speranza di  migliorare condizioni di vita spesso non miserabili. Insomma i morti naufraghi nel Mediterraneo sarebbero come gli ebrei sterminati nei lager; e i migranti che vagano per la Penisola – nel migliore dei casi elemosinando agli angoli delle strade - come gli ebrei perseguitati di ottant’anni fa. Sono paragoni che lasciano come minimo interdetti.

Nell’intervista già citata, osserva il Rabbino capo Di Segni a proposito del tema ‘migranti’: “Sui migranti noi ebrei siamo lacerati. La fuga, l’esilio, l’accoglienza fanno parte della nostra storia e della nostra natura. Ma mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Purtroppo devo rispondere due no. Per questo sono preoccupato. L’Europa è nata dopo Auschwitz; non vorrei che finisse con un’altra Auschwitz. Non so chi sarebbero stavolta le vittime. So che la migrazione incontrollata può provocare una reazione di intolleranza; ci andremmo di mezzo anche noi, e forse per primi”. Ancora, se “l’arrivo di migliaia di migranti musulmani sia un problema per gli ebrei”: “Non solo per gli ebrei, per tutti”.

Prenda buona nota della riflessione sensata di Riccardo Di Segni anche l’Avvenire catto-fluido – da tempo un po’ ruota di scorta del Pd e un po’ portavoce della nota Boldrini – che nella sua martellante e meschina campagna (volta in modo particolare contro la Lega di Salvini) si compiace di cavalcare indecorosamente anche l’equazione truffaldina di cui si è detto.

 

PRESIDENTI EBREI, FONDATORI DEL CASALE, DEL NAPOLI, DELLA ROMA

 

Per i tipi della Giuntina di Firenze è uscito da poco un agile volumetto di poco più di cento pagine, corredato di foto e documenti d’epoca, intitolato “Presidenti”. L’autore è Adam Smulevich, un giornalista trentaduenne che lavora presso l’Unione delle Comunità ebraiche italiane. E’ un testo che merita di essere letto e capirete perché.

Un intellettuale, un imprenditore, un banchiere: Raffaele Jaffe, Giorgio Ascarelli, Renato Sacerdoti. Che cosa li accomuna? Sono stati tutti e tre all’origine di squadre di calcio. Nell’ordine: il Casale, il Napoli, la Roma. E poi? Erano ebrei. E poi ancora? Ascarelli morì improvvisamente nel 1930, ma Jaffe e Sacerdoti subirono pesantemente le conseguenze delle infami leggi razziali del 1938. Jaffe non fece più ritorno da Auschwitz-Birkenau (prelevato da milizie italiane a Casale Monferrato, poi rinchiuso nel campo di Fossoli); Sacerdoti fu mandato al confino dapprima a Ventotene, poi sulla terraferma, ma – dopo l’8 settembre 1943 - si salvò ospitato nel convento romano di San Pietro in Montorio.  Non solo: tutti e tre restano ben presenti nella storia della loro società, perché con Jaffe il Casale vinse il suo unico scudetto, Ascarelli costruì al Napoli lo stadio ‘Vesuvio’,  Sacerdoti è legato al mitico Campo Testaccio (“Fin che Sacerdoti ce sta accanto/ porteremo sempre er vanto/ Roma nostra brillerà”cantavano i lupacchiotti, tifosi della seconda squadra, storicamente, della capitale).

Non è finita: Jaffe e Sacerdoti si convertirono al cattolicesimo nel 1937, dopo che anni prima (nel 1927 il primo, nel 1933 il secondo) si erano già sposati in chiesa. Ciò non bastò a salvarli dalla persecuzione. E, per Sacerdoti, neppure il fatto che fosse ‘fascistissimo’, un fascista della Marcia su Roma già tesserato dal 1920, console delle camicie nere, come rivendica nelle sue lettere di supplica a Mussolini.

L’interessante pluribiografia di Smulevich offre tanti spunti di riflessione al mondo ebraico, confermando la simpatia se non l’adesione in posizione di rilievo al fascismo (almeno fin ben addentro gli Anni Trenta) di non pochi ebrei. Non solo, ma ponendo anche il tema della cesura dalle proprie radici identitarie – insomma della conversione al cattolicesimo - da parte ad esempio di Jaffe e Sacerdoti per maturata convinzione (scrive il primo: “Ho liberamente (…) abbracciato la religione cattolica. Non ho inteso con questo fare uno spregio alla fede dei miei indimenticabili genitori”) o per cercare di salvarsi. Domande tremende, considerata la drammaticità della situazione storica, cui non è certo facile dare una risposta.

Nel libro il lettore troverà molti dettagli della vita dei ‘presidenti’, delle squadre di calcio di cui sono stati all’origine, sul momento storico in cui toccò loro di vivere. Memoria tornata opportunamente viva sulla scena pubblica, per merito dell’Autore, dopo decenni di ingiusto oblio.

 

“SIAMO QUI, SIAMO VIVI”, IL DIARIO RITROVATO DI ALFREDO SARANO

“Siamo qui, siamo vivi” (edizioni San Paolo) raccoglie il diario di Alfredo Sarano e della sua famiglia scampati alla Shoah: la pubblicazione è frutto di circostanze provvidenziali, ‘cercate’ con caparbietà dal curatore, il giornalista cattolico marchigiano Roberto Mazzoli. E’ un grande affresco in prima persona di un ebreo che assunse un ruolo importante all’interno della Comunità ebraica di Milano. Giunto in città dall’isola di Rodi nel 1926 per studiare alla Bocconi (Facoltà di Economia e Commercio), vede in breve tempo valorizzate dai correligionari le sue grandi capacità intellettive, umane e lavorative (dopo la guerra diventerà segretario della rinata Comunità ebraica).

Preziosissimo si rivelerà il lavoro di Sarano, che si occupava di riscossione dei tributi, nell’ambito anagrafico. Quando il regime intensificherà le sue richieste di censire gli ebrei (a partire dalla seconda metà del 1938, in concomitanza con le leggi razziali), Sarano – che aveva mostrato simpatia per Mussolini al pari di tanti altri ebrei ed era in ottimi rapporti personali con l’Ufficio anagrafe del Comune di Milano – riuscirà non solo, facendo ostruzione, a rallentare l’allestimento delle liste, ma a nascondere le liste aggiornate, salvando così de facto migliaia di ebrei.

Il diario di Sarano verrà conservato per settant’anni in un cassetto dalle figlie Matilde, Vittoria e Miriam (da tempo in Israele), raggiunte casualmente (o provvidenzialmente) da Mazzoli, che si stava occupando di un ufficiale tedesco, Erich Eder, che nel 1944 aveva aiutato sfollati (e tra loro alcuni ebrei) rifugiati nel convento del Beato Sante a Mombaroccio vicino a Pesaro. Chi erano questi ebrei? La soluzione sta proprio nel diario di Sarano.

“Siamo qui, siamo vivi” (la cui prefazione è di Liliana Segre) presenta nella prima parte il grande affresco di un ambiente che negli anni prima delle leggi razziali è ricco di iniziative imprenditoriali, solidali e di cultura, quello dell’ebraismo milanese, cui negli Anni Trenta si aggiungono migliaia di ebrei profughi dalla Germania. Vengono poi le famigerate norme e la vita degli ebrei deve cambiare: si intensifica però la solidarietà tra loro. Incominciano anche i crudeli bombardamenti alleati e tra gli sfollati troviamo anche la famiglia di Sarano, che si trasferisce a Pesaro: Alfredo fin quando può resta comunque a Milano. Pesaro essendo occupata dai tedeschi, i Sarano trovano ospitalità nella proprietà di un contadino di Mombaroccio, Gino Ciaffoni. Lì vicino c’è il convento del Beato Sante, il cui guardiano è padre Sante Raffaelli, che rischiava quotidianamente la vita per dare ospitalità ai ricercati di vario tipo da Questura e Comando tedesco. Pochi sapevano che i Sarano erano ebrei e quei pochi non tradirono. Con l’avanzata alleata anche sul litorale Adriatico, Mombaroccio diventa crocevia di passaggio delle truppe tedesche in ritirata della Wehrmacht  guidato da un giovane ufficiale, il cattolico bavarese Erich Eder, che – pur riconoscendo l’ebraismo dei Sarano – decise di non denunciarli. Attorno a Mombarocci e alla collina del Beato Sante si sviluppa una violenta battaglia: l’artiglieria canadese bombarda intensamente e a lungo anche il convento, nella cui galleria sotterranea sono rifugiati anche i Sarano. I tedeschi se ne vanno e il bombardamento cessa. E’ la salvezza per tutti.

Questi alcuni spunti tratti dal libro, che – cronaca vera – è certamente raccomandabile per chi voglia condividere (anche se a distanza di decenni) la vicenda umana di una famiglia ebrea in quegli anni drammatici e conoscere più da vicino l’ambiente ebraico milanese.