ANDERSEN A TERRACINA: UNA TRADUZIONE INTEGRALE DELLE SUE NOTE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 26 giugno 2017

 

Il fisico teorico Paolo Di Vecchia, terracinese che vive a Stoccolma, ha tradotto integralmente quanto nei diari di viaggio di Hans Christian Andersen riguarda le sue soste a Terracina negli anni 1834, 1841 e 1846. Ve ne offriamo la riproduzione completa. 

(…) “Nuotò fin là e adagiò il principe sulla sabbia. Quando vide avvicinarsi alcune persone, si nascose e intonò una dolce canzone per attirare la loro attenzione sul giovane. Quella voce incantevole fu il primo suono che il principe sentì quando si svegliò….”

(…) “Immaginate la sorpresa quando il soldatino fu ritrovato nella pancia del pesce! Subito fu riportato al bambino che lo mise nuovamente sul tavolo da cui tutto era cominciato. Ogni cosa era al suo posto, anche la dolce ballerina, che se ne stava diritta all’ingresso del castello….”

(…) ”I paggi, incaricati di reggere lo strascico, si chinarono, come se dovessero raccogliere un lembo di stoffa da terra. Procedevano con le mani tese in aria dinanzi a sé, perché non volevano far capire che non vedevano nulla, tantomeno un mantello da reggere. E così l’imperatore si mise alla testa del corteo solenne, sotto il grande baldacchino, e tutta la gente accorsa per le strade e affacciata alle finestre, esclamava: “Mio Dio, come sono originali i nuovi vestiti dell’imperatore! Che stupendo strascico! Come sta bene!” (…) “Ma non ha niente addosso!” gridò a un tratto un bambino. (…)

Sono tre brani estrapolati da altrettante fiabe famose, il cui contenuto forse non pochi tra voi rammenteranno. Per chi non le ha ascoltate e/o lette da piccolo ricordiamo almeno i titoli: “La sirenetta” (che nella versione originaria ha un finale molto diverso e più drammatico rispetto a quello del popolarissimo cartone animato della Disney), “Il soldatino di stagno” e “I vestiti nuovi dell’Imperatore” ( NdR: ci passa per la testa che quest’ultima potrebbe essere la fiaba esemplare per i moderni turiferari di Santa Marta).

Chi le ha scritte? Un autore danese, Hans Christian Andersen (Odense, 2 aprile 1805 – Copenhagen, 4 agosto 1875), notissimo da noi come scrittore di favole (oltre a quelle citate, tra le altre, “Il brutto anatroccolo”, “La piccola fiammiferaia”, “La principessa sul pisello”).

Come mai ce ne occupiamo? Il motivo è semplice: tra il 1834 e il 1846 Andersen sostò quattro volte a Terracina (due volte soggiornò nella celebre ‘Locanda’), come si evince dalla lettura del suo diario di viaggio, riguardante soprattutto il ‘Grand Tour’ in Francia e in Italia del 1834 e da altri scritti.

Quanto Andersen annotò è stato tradotto integralmente da un terracinese, un fisico teorico quasi settantacinquenne che, laureato alla Sapienza nel 1966, ha scelto già dai primi anni di lavorare all’estero (dall’Istituto di tecnologia del Massachussets al Cern di Ginevra, dalla Germania -Libera Università di Berlino e Università di Wuppertal a Copenhagen e Stoccolma). Oggi è professore emerito del Niels Bohr Institute di Copenhagen e dell’Istituto Nordico per la Fisica teorica di Stoccolma-Copenhagen (Nordita).  

Il suo nome è Paolo Di Vecchia e a Terracina viene regolarmente da Stoccolma per trovare la mamma. L’abbiamo incontrato qualche giorno fa, su segnalazione dell’ingegner Gianluigi Gigante e da lì è nata l’idea di offrire ai lettori di www.rossoporpora.org i frutti della sua fatica di traduttore dal danese della prima metà dell’Ottocento, quello utilizzato da Andersen.

L’idea è nata in Di Vecchia al momento in cui nel 1974 (in occasione del primo periodo di Copenhagen, come professore assistente presso Nordita)) visitò con un altro terracinese la casa natale di Andersen a Odense. Lì vide un disegno che gli ricordò immediatamente un paesaggio familiare, quello di Monte Giove, con il tempio di Giove Anxur in cima. Poco tempo dopo rivide lo stesso disegno – in riproduzione - nella casa di Andersen a Copenhagen. Poi nella biblioteca della capitale danese scoprì il “Diario di viaggio” di Andersen: sfogliandolo, non poteva sfuggirgli la presenza di annotazioni su Terracina, dove lo scrittore era stato quattro volte tra il 1834 e il 1846: il 13-14 febbraio 1834, il 21-22 marzo dello stesso anno, il 26 febbraio 1841 e il 2 maggio 1846.

Paolo Di Vecchia ha tradotto integralmente quanto riferito a Terracina. Parte delle annotazioni di Andersen erano già note: si ritrovano ad esempio in testi della Treves del 1879 e della Vallecchi del 1931. In tempi più recenti sono state riprese (con i disegni) dalla Fratelli Palombi in un volume del 1991 e da alcune guide turistiche e blog locali come www.nastrodiraso.com . Disegni di Andersen si ritrovano anche ad esempio su www.terracinablog.com o www.paologiannetti.it . Alla fine dell’articolo, nella galleria fotografica, riproduciamo due dei disegni: il primo rappresenta la Locanda di Terracina (“graziosa, con un’arcata”, distrutta nella Seconda guerra mondiale) con alle spalle Porta Napoletana, il secondo un'altra locanda nell''attuale piazza della Repubblica con in alto Monte Giove con il tempio (che Andersen chiama ‘castello di Teodorico).

1. Giovedì 13 febbraio 1834

Sono ora seduto a Terracina. La luna splende sulle onde che luccicano, c' è un temporale. Oggi è il giorno del compleanno del carissimo amico Chr. Voigt! Quantaroba ho visto oggi. Faceva particolarmente freddo questa mattina. Il cielo era cosìinfinitamente blu, all'alba era rosa e le montagne apparivano come velluto blu chiarosu cui si vedeva un fuoco che assomigliava ad una stella.

In un caffè a Cisterna c'era una gabbia di ferro con dentro un teschio su cui c'era scritto che era di un brigante. La palude pontina è un'estensione fertile e acquitrinosa. Un viale dritto, che non sembra mai finire, conduce attraverso essa. A sinistra avevamo i (monti) Volsci, che in pieno giorno appaiono molto spogli. Davanti l'erba bruciava in molti punti creando nell'aria un'imponente nuvola di fumo, intorno volavano i gabbiani, tutta una mandria di bufali camminava nella palude e l'acqua puzzava intorno a loro.

Verso sera siamo arrivati a Terracina. La strada correva lungo i canali scavati.Si vedevano le rovine del Borgo di Teodorico, che anticamente era stato un tempiodi Giove, ergersi sulla città davanti agli alberi ricolmi di aranci. C'erano anche parecchie palme con i frutti. Ci ha accolto uno splendido albergo con una loggia.

La nostra stanza è rivolta verso il mare che si può quasi respirare dai muri della stanza. Abbiamo passeggiato in alto verso il borgo di Teodorico, che piacere! I cactus crescevano sui sassi, violeciocche selvagge, ecc. Fuori da una casa di contadini c'era per terra una pila di limoni proprio come da noi (in Danimarca) le patate.

Abbiamo passeggiato sulla riva del mare dove le onde si rompono contro grossi massi, le montagne diventavano sempre più pallide, mentre dal lato opposto il sole tramontava, e si ergevano nere contro il cielo rosso di fuoco. Ma sotto il mare era argenteo. Un incantevole cielo stellato. Herts brindava con me per Voigt.

2. Venerdì 14 febbraio 1834

Siamo partiti alle 4 con il bel tempo. Al confine abbiamo visto due grosse caverne in una delle quali c'erano capre. Un pastorello ha tolto un fascio di bastoni e ora esce dalla caverna una quantità enorme di pecore. Mentre si incamminavano sulla montagna arriva un asino con l'andatura solenne di un maestro di scuola dietro i bambini. Il pastorello solennemente si avvolse in un mantello scuro e sulla montagna dove lo vedevamo guardare  fisso senza muoversi, sembrava come un brigante sui quadri. Il posto dove il passaporto è stato controllato era particolarmente romantico, era vicino alle aperture con una torre e con cactus enormi. Le montagne diventavano sempre più spoglie. Ci imbattemmo in parecchi soldati, sia a piedi che a cavallo, poiché la strada non era sicura. A Fondi siamo stati perquisiti. Dei vagabondi circolavano intorno a noi come mosche…

3. Venerdi' 21 marzo 1834

La città di Itri è proprio una rolla piena di mendicanti e puzzolente. Prima della partenza il vetturino, che era una persona squisita, silenziosa e educata, ci aveva detto che i suoi cavalli potevano andare al galoppo per 12 ore di seguito. Abbiamo incontrato grosse mandrie di bufali, che avevano veramente uno sguardo demoniaco. Ci guardavano con sguardo cattivissimo. Magnifici salici piangenti sbocciati che sembravano baciare la propria ombra mentre si muovevano al vento. Molti monumenti funerari e una moderna linea di confine. Abbiamo rivisto le cavernedell'altra volta, le capre erano sedute come prima a gruppi molto ben disposti,ma il nostro pastorello non c'era più. I soldati erano raggruppati intorno al fuoco dentro una casa molto pittoresca. A destra abbiamo ora scoperto un lago che non avevamo visto nel viaggio di andata. Tutta la strada da Itri a Terracina è considerata insicura. Il mare blu mostrava tutta la sua bellezza con la luce della sera, un profumo ci guidava verso Terracina dove siamo arrivati alla dogana. Le stanze avevano i nomi delle città. L'altra volta abbiamo avuto una stanza chiamata Palermo, questa volta invece una stanza chiamata Torino. Ho diviso la stanza con Zeuthen e Londel, ma ho evitato, come durante il viaggio, di parlare con loro. Per cui il viaggio è stato tollerabile.

4. Sabato 22 marzo 1834

Splendida mattina. Il mare era proprio blu, le montagne sembravano delle nuvole e con l'aria così tersa si poteva vedere chiaramente il Vesuvio con il pennacchio. La vista delle montagne napoletane mi faceva dare un addio malinconico e mi faceva pentire di essere partito così in fretta. La strada era circondata di verde. Qui abbiamo incontrato gli inglesi che era partiti prima, ma il loro unico cavallo non voleva più camminare e sono dovuti venire con noi. Il Circeo, dove arrivò Ulisse, si ergeva in tutta la sua bellezza dietro la palude selvaggia, dove i cavalli correvano a tutta birra, gli uccelli della palude si immergevano nell'acqua e dove si bruciavano dei rami per concimare la terra.

5. Mercoledì 26 febbraio 1841

Delle signore tedesche, che non conoscevamo, ci hanno chiesto se potevano viaggiare insieme con noi per evitare di essere assalite. La nostra carrozza è partita dopo le altre. Io brontolavo, Sotto una pioggia torrenziale abbiamo raggiunto gli altri nella palude.Era molto freddo. Tutto era sott'acqua. Abbiamo visto un villaggio della palude che assomigliava ad un villaggio di negri. Lungo la strada c'erano case abbandonate.

Il sole splendeva. Tanti mendicanti quando siamo arrivati a Terracina. Il mare era ben illuminato e trasparente. Ho colto una foglia di aloe grossissima. La lettura del passaporto. Fondi sembrava, come un paese di briganti, particolarmente piena di contadini carichi di roba. Molti mendicanti dappertutto. Fuori della chiesa molti aranci, limoni e salici piangenti.....

6. Sabato 2 maggio 1846

Il viale lungo la verdeggiante, ma sempre uguale, palude pontina non finiva mai. Alla fine siamo arrivati a Terracina. Era caldo, bel tempo e il mare aveva onde lunghe. Sedevo con Paar su una delle rocce là fuori. Degli uomini lavoravano sulla strada. Ho domandato alle signore se volevano venire con me. La contessa si mise in disparte, allora l'ho chiamata e lei mi offri il suo braccio: “Lei è certamente il Signor Andersen, Lei conosce mia sorella a Jena”. Era la contessa Brockdorf. Tutto si concluse con una risata. Dopo il controllo del passaporto e la dogana arrivammoalle 6 a Mola (di Gaeta)....

7. (da “La fiaba della mia vita”)

Attraversando i Colli Albani e le paludi, con il bel tempo primaverile, arriviamo a Terracina dove crescono gli aranci e dove appaiono le prime palme nei giardini lungo la strada. I fichi d'India rovesciano le loro foglie pesanti sulla montagna che sorregge le rovine del castello di Teodorico. Le mura ciclopiche, l'alloro e la mortella diventano un'immagine familiare.